CUBA DIFENDE, COME SEMPRE, LA SUA SOVRANITA E INDIPENDENZA DI FRONTE ALLE MINACCE DELL’IMPERIALISMO USA

 

Il 2 dicembre 2006 all’Avana, durante le celebrazioni del cinquantesimo anniversario della rivoluzione cubana, l’attuale capo provvisorio dello Stato, comandante Raoul Castro, ha dichiarato: «Siamo disposti ad aspettare pacificamente il momento in cui si imponga il buon senso nel potere di Washington. L’Avana è pronta a risolvere la prolungata incomprensione tra Usa e Cuba. Un negoziato è possibile se gli Usa riconoscono che siamo un Paese non disposto a una riduzione della nostra indipendenza. Trattiamo sulla base dei princìpi di reciprocità, non interferenza e rispetto reciproco».

 Con queste giuste e ferme parole, pronunciate dinanzi a 300 mila persone, Raoul Castro - dopo aver ribadito che le forze armate e i volontari difenderanno col loro sangue la sovranità e l’indipendenza dell’isola da qualunque minaccia proveniente dall’esterno - ha nuovamente dichiarato al mondo che Cuba è pronta al negoziato, ma che non cederà mai dinanzi ai ricatti e alle minacce dell’imperialismo americano, come seppe dimostrare  fin dall’epoca della tentata invasione della Baia dei Porci, finanziata e diretta dall’amministrazione Kennedy e conclusasi con la cocente sconfitta delle forze di invasione. Da allora, innumerevoli sono stati i tentativi di assassinio di Fidel Castro da parte della CIA, le violazioni dello spazio aereo cubano da parte degli Stati Uniti e le provocazioni dei fuorusciti reazionari di stanza a Miami, fino agli episodi di epoca più recente come l’illegale sequestro e incarcerazione dei cinque cittadini cubani (Gerardo, Antonio, Fernando, Ramón e René) e l’illegale detenzione del bambino Elian Gonzáles da parte delle autorità nordamericane. Dal punto di vista economico, la misura più grave e inumana adottata contro il popolo cubano è stato l’embargo, tuttora in corso, al quale si sono aggiunte le sanzioni economiche decretate dall’ONU e dall’Europa (compreso il governo italiano!) per le presunte violazioni dei «diritti umani» attribuite al governo dell’Avana; dal punto di vista politico, la misura più infame è stata l’inserimento di Cuba - da parte del governo di Washington - nella lista dei paesi del cosiddetto «asse del male».

 Nel luglio scorso, appena è stata diffusa la notizia della malattia che ha colpito Fidel Castro e della provvisoria cessione delle sue responsabilità di governo a un gruppo di sette dirigenti cubani secondo il dettato della Costituzione, la controrivoluzionaria «Fondazione nazionale cubano-americana» (Fncb) ha immediatamente fatto appello a una «sollevazione militare o civile» per rovesciare il regime castrista, e George W. Bush ha tentato di interferire nelle vicende interne della Repubblica di Cuba, rivolgendosi direttamente agli abitanti dell’isola e proclamando: «Noi vi sosterremo nei vostri sforzi per stabilire un governo di transizione impegnato per la democrazia» (naturalmente, quella a stelle e strisce che ha dato ampia prova di sé nelle aggressioni all’Afghanistan, alla ex Jugoslavia e all’Irak!).

Contro l’aggressività dell’imperialismo americano - che da decenni sta cercando di eliminare l’«anomalia cubana» dal suo «cortile di casa» - Cuba non solo continua la propria eroica resistenza, ma è diventata il punto di riferimento dei movimenti popolari e dei governi democratici e progressisti dell’America Latina, che, dal Venezuela di Chavez alla Bolivia di Morales e al Nicaragua di Daniel Ortega, lottano per conquistare un’effettiva indipendenza economica e politica e liberare la vita dei popoli del continente latinoamericano dai pesanti condizionamenti delle multinazionali USA.  «Adesso - ha dichiarato Evo Morales all’Avana nel corso delle celebrazioni per l’ottantesimo compleanno di Fidel Castro e per l’anniversario della rivoluzione - alcuni altri paesi, alcuni altri popoli e alcuni altri presidenti si sono uniti alla lotta antimperialista. Dall’America Latina dobbiamo estenderci all’Africa e, perché no, formare anche una grande alleanza con paesi del Medio Oriente per farla finita con l’imperialismo americano».

 

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