TFR, PENSIONI: RESPINGIAMO NEI POSTI DI LAVORO, NELLE ASSEMBLEE, NELLE PIAZZE, L’ENNESIMA FREGATURA!

 

Le pensioni degli operai e degli altri lavoratori sono di nuovo sotto tiro. Già nella Finanziaria si è compiuto un intervento pesante con il trasferimento del TFR ai fondi pensioni. La manovra ha dato il senso della operazione più complessiva sul sistema previdenziale, cioè la progressiva riduzione del peso della pensione pubblica a favore di un sostanzioso rafforzamento della pensione integrativa.

Contemporaneamente il governo Prodi-DAlema, la Confindustria ed i capi sindacali hanno sottoscritto un vergognoso “memorandum” per arrivare ad una revisione del sistema previdenziale. Si è trattato di un vera e propria pre-intesa, senza alcun mandato approvazione da parte dei lavoratori, che porterà  all’aumento dell’età pensionabile ed alla riduzione dei coefficienti del calcolo della pensione.

Si è passati quindi dalla padella dello scalone di Maroni alla brace delle proposte di Damiano, che di fatto introduce l’allungamento dell’età lavorativa attraverso le sforbiciate del “disincentivo” ed il passaggio al sistema contributivo per tutti.

Sul capitolo pensioni la linea del governo Prodi-D’Alema è chiarissima: fare cassa giocando sui requisiti (rendimenti ed età pensionabile) e spianare la strada al definitivo smantellamento della previdenza pubblica in favore delle pensioni integrative.

Di fronte a questo scenario il malcontento della massa dei lavoratori è ben percepibile: “Abbiamo già dato, basta con i sacrifici!”. In parecchi hanno capito che i ritornelli usati dal governo in carica (“dobbiamo fare un sistema che regga nel futuro, dobbiamo intervenire oggi per non intervenire domani”) sono identici a quelli del governo Berlusconi. In aggiunta Prodi e soci aggiungono un po’ di demagogia: “la pensione come scelta”, “l’interesse all’allungamento della vita lavorativa”, ecc.

Per rispondere a questa nuova aggressione, dobbiamo avere ben chiaro il da farsi, ma prima di tutto è bene rinfrescare la memoria. 

 

Breve storia delle truffe subite

Si parla di pensioni, di età pensionabile, di costi del sistema, come se negli ultimi quindici anni non ci siano state molteplici controriforme delle pensioni, compiute tanto dal centro-sinistra quanto dal centro-destra, che hanno intaccato profondamente il sistema previdenziale pubblico, peggiorando drammaticamente le condizioni degli occupati e dei pensionati.

Il governo Amato nel 1992 ha modificato le pensioni pubbliche e soprattutto colpito la pensione di vecchiaia, innalzandola a 65 anni per gli uomini ed a 60 per le donne. Ha posto il minimo contributivo per andare in pensione a 20 anni, attaccando il diritto alla pensione delle donne che avevano lavorato tanto e raccolto pochi contributi.

Il primo governo Berlusconi nel 1994 ha aggredito la pensione di anzianità, proponendo i disincentivi (quelli che vuole fare Prodi) per chi andava in pensione prima dei 60 anni di età. Il movimento di lotta ha sconfitto questo disegno e ha costretto il governo a togliere le pensioni dalla Finanziaria.

Il governo Dini nel 1995 ha compiuto una radicale riforma peggiorativa delle pensioni. E’ stato introdotto il contributivo per le giovani generazioni, cioè un sistema di calcolo della pensione legato ai contributi effettivamente versati, il che significa pensioni da fame. E’ stata colpita la pensione di anzianità legandola all’età del lavoratore. Dopo un percorso di adattamento il sistema doveva andare a regime con la possibilità di andare in pensione con 35 anni di anzianità e 57 anni di età, mentre con 40 anni di contributi non ci dovevano essere limiti di età. La “cura” Dini prometteva condizioni più favorevoli per i lavori usuranti, invece non si è fatto nulla. E’ bene ricordare che nel referendum, dopo l’accordo sindacale sulla riforma, la grande maggioranza dei metalmeccanici, intere regioni e tanti luoghi di lavoro dissero “No” alla riforma.

Il primo governo Prodi nel 1997 ha ulteriormente irrigidito la riforma Dini, rendendo più difficile la pensione di anzianità e più rigido il sistema delle “finestre”, cioè il fatto che si va in pensione in date determinate dal governo e non quando si matura il diritto.

Il governo Berlusconi nel 2004 ha approvato la legge delega sulla riforma delle pensioni che peggiora la Dini. Dal 2008 non si potrà andare in pensione prima dei 60 anni di età, a meno che non si abbiano 40 anni di contributi. Si crea così lo “scalone”, cioè il rischio che tra il 31 dicembre del 2007 e il 1° gennaio 2008 migliaia di lavoratori si vedano allungare di qualche anno la vita lavorativa. La riforma Berlusconi concede il Tfr ai fondi pensionistici, con il principio aberrante del silenzio-assenso, fatto proprio anche dai vertici confederali.

Oltre queste riforme dai primi anni novanta ad oggi ci sono stati quasi quaranta interventi e disposizioni varie sulle pensioni. Circa 300 mila miliardi di vecchie lire che sono stati prelevati dalle tasche dei lavoratori. Il risultato è che con la piena applicazione delle controriforme susseguitesi fino ad oggi, per i lavoratori dipendenti «regolari» la copertura pensionistica del sistema pubblico si riduce di 20-30 punti percentuali rispetto all’ultima retribuzione. Lasciando il lavoro a 60 anni, con 35 anni di contributi, si prende orami una pensione inferiore al 50% dell’ultima retribuzione!

 

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