Esigiamo l’aumento generalizzato dei salari!

Come noto l’Italia è l’unico paese fra quelli a capitalismo avanzato (area Ocse) dove il salario reale, da trent’anni a questa parte, si è abbassato. Per gli operai e i lavoratori dipendenti in genere la situazione è drammatica.

Al lavoro largamente precarizzato, specie per le fasce giovanili e settori femminili, talora in nero e sottopagato, ai licenziamenti e alla cassa integrazione di molte realtà produttive in crisi, e non, o sottoposte a cambi d’appalto, si somma un’inflazione dell’11,6% su base annua – ma assai più alta per i beni che costituiscono il salario, come i prodotti alimentari – che ha drasticamente diminuito il potere d’acquisto dei lavoratori salariati e sprofondato milioni di famiglie nella povertà.

Un’inflazione in parte determinata dall’aumento dei prezzi delle materie prime e in parte dall’incremento dei profitti sotto forma di speculazione.

A ciò si aggiungono gli aumenti decisi dal governo di pedaggi, biglietti di bus e metro, l’eliminazione degli sconti fiscali sul carburante, l’aumento della bollewtta del gas.

Il risultato è il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della massa dei lavoratori. Una situazione vergognosa che chiama in causa più soggetti, a partire dal padronato e dal notabilato politico che continuano a ripetere che l’aumento del salario crea inflazione, ma anche da chi ritarda colpevolmente a dare il via alla mobilitazione, quantomeno per il recupero integrale del potere d’acquisto.

Che i salari più alti causino inflazione è una bufala. L’inflazione attuale ha cause nella perturbazione dei mercati dell’energia, delle materie prime, dei prodotti alimentari di base per sconvolgimenti climatici, aggiotaggio e guerre (segnatamente il conflitto in Ucraina, ma anche di tipo commerciale), per le strozzature nei rifornimenti dovute alla pandemia.

I salari non l’hanno mai provocata: solo subita. Neanche in passato essi erano causa di inflazione, perché non sono i salari a determinare i valori di scambio delle merci, bensì le quantità medie (tempo) di lavoro sociale necessarie per la loro produzione.

Va considerato che nell’UE, con l’euro, gli stati non hanno più sovranità monetaria, come ai tempi delle monete nazionali. I padroni, è vero, possono tentare, come facevano un tempo, di rifarsi degli aumenti salariali aumentando i prezzi. Ma si scontrano con il fatto che il mercato interno ed estero è in contrazione, poichè diminuiscono i consumi delle masse.

Le difficoltà di smercio costringono i capitalisti a condurre una lotta senza esclusione di colpi per gli sbocchi di mercato, che include la politica di riduzione dei salari operai.

In altri paesi europei, Germania, Francia e Gran Bretagna specialmente, ci sono state in questo periodo lotte operaie importanti per il recupero salariale. Molti sindacati di massa (CGT, IG Metall, etc) rivendicano un recupero salariale attorno al 10%. Di conseguenza il salario reale non aumenta, ma semplicemente recupera buona parte di quanto ha perso.

Per quanto riguarda il nostro paese, vi è un ritardo della mobilitazione sulla questione salariale. I maggiori responsabili sono i capitalisti e i loro governi che aumentano la pressione sui lavoratori, li immobilizzano e li ricattano in mille modi.

Ma anche i vertici sindacali collaborazionisti hanno pesanti responsabilità. Le maggiori organizzazioni sindacali avrebbero la capacità di mobilitare gli operai sulla necessità di un adguato recupero salariale, ma le loro dirigenze collaborazioniste non hanno alcuna volontà di mettere in campo la forza operaia e l’unità classista su questo terreno. Gli scioperi di dicembre proclamati dai vertici CGIL e UIL si sono infatti limitati a criticare la manovra finanziaria in quanto “iniqua”.

Le burocrazie sindacali puntano a utilizzare la contrattazione di secondo livello, dove il recupero salariale verrebbe ottenuto solo in alcune aziende e categorie. E’ una linea subalterna a quella di Confindustria e governo, che spingono per legare sempre più il salario al “risultato”, cioè al profitto, a prescindere dal luogo in cui si presta il lavoro (flessibilità totale) e dall’orario (prolungato al massimo), con paghe differenziate per qualifiche e metriche, e con il “welfare integrativo”.

In tal modo viene anche liquidata la funzione dei CCNL, che rimangono solo per i minimi salariali e la parte normativa, reintroducendo le vecchie gabbie salariali. Superfluo dire che agli operai delle piccole aziende, degli appalti, delle agenzie di somministrazione, in cui non c’è nemmeno la contrattazione territoriale, non arrivano neanche le briciole.

Di recente, i capi sindacali sono approdati alla linea dell’abbassamento del cuneo fiscale, cioè alla minor tassazione del salario, aderendo a politiche invocate da anni dalle organizzazioni padronali e dai governi al loro servizio: tutti i mezzi son buoni purché non si intacchino i profitti!

Con il taglio contributivo, è vero, il salario individuale aumenta, sia pure in modo irrisorio. Ma la decontribuzione a cui in questo modo si dà origine crea le premesse per il taglio dei servizi e delle prestazioni sociali (sanità, scuola, previdenza, assistenza…) per cui vengono a mancare risorse.

Nossignori: il cuneo fiscale per gli operai si può tagliare solo con l’assicurazione che pensioni e servizi non vengano toccati, ma incrementati facendo pagare capitalisti e grandi evasori!

L’aumento del salario deve prescindere dalle manovre fiscali. Deve essere rivendicato e generalizzato con la lotta di classe, a partire – ma senza fermarsi a questo – dal recupero dell’inflazione, a scapito di profitti e rendite.

Questo si deve fare, non il “fate rumore”, suggerito dal monarca assoluto del Vaticano a Landini, il “bravo ragazzo” interclassista che porta i delegati a messa.

Bisogna che le organizzazioni operaie di fabbrica, RSU, comitati operai, delegati e singoli operai prendano coscienza del grave stato di cose esistente e agiscano aumentando la pressione su padroni e sindacati organizzando manifestazioni, assemblee sindacali e non, presidi, con l’intendimento di preparare lo sciopero generale per il lavoro, per il pane e la pace, di cui esistono tutte le premesse.

Il malcontento e la protesta vanno espressi in ogni occasione, aumentati d’intensità e legati a rivendicazioni urgenti. E’ necessario definire alcuni punti di una mobilitazione generale che rompa la fallimentare ricerca della concertazione dai risultati fallimentari, quando non nefasti, tra l’altro impossibile con un governo di estrema destra.

– Recupero salariale per tutti pari all’intera inflazione!

– Aumento generalizzato dei salari per tutti i lavoratori del settore privato e pubblico, maggiore per i lavoratori peggio pagati!

– Esigiamo lavoro, salute, educazione, sicurezza lavorativa e sociale!

Sviluppiamo la mobilitazione di massa fino allo sciopero generale nazionale!

Da Scintilla n. 130 – gennaio 2023

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