Stellantis di Cassino:  insegnamenti e indicazioni di lotta dagli operai in sciopero

Per comprendere l’importanza dello sciopero avvenuto alla Stellantis di Cassino lo scorso 21 maggio, occorre spendere alcune parole sulla realtà storica di questa fabbrica.

La ex Fiat di Cassino fu realizzata ad inizio degli anni ’70 del secolo scorso con i finanziamenti pubblici della ex Cassa del Mezzogiorno, ovvero con i soldi delle tasse pagate dagli operai e dagli altri lavoratori.

Migliaia e migliaia di operai hanno buttato il sangue in questa fabbrica per decenni costruendo automobili per i profitti della famiglia Agnelli.

Oggi la fabbrica è sotto botta: è una di quelle realtà produttive che Tavares intende ridimensionare pesantemente, alla pari di Mirafiori, Melfi, Pomigliano, Termoli… dove sono stati comunicati migliaia di “esuberi”.

Sono ben 860 (560 più 300 trasfertisti) le fuoriuscite programmate a Cassino per il 2024, secondo i più recenti “accordi” tra azienda e sindacati collaborazionisti.  Si fa il turno unico e la produzione è crollata del 40% rispetto il 2023.

Un ridimensionamento con chiusure e smantellamento di impianti (a Cassino già si è verificato l’invio di macchinari di lastratura, presse e verniciatura a stabilimenti esteri) che ormai riguarda tutta la filiera automotive, compreso la catena della componentistica e dell’indotto che ruota attorno a ogni stabilimento Stellantis.

Si annuncia una macelleria operaia di grandi proporzioni che avrà un impatto micidiale anche su altri settori (alimentare, commercio, ristorazione, costruzioni, etc.) e più in generale su territori che dopo aver subito il peso dell’industrializzazione capitalistica verranno abbandonati a se stessi.

Per i 2800 dipendenti in questa situazione non ci sono garanzie, ma solo contratti di “solidarietà” e cassa integrazione gestita di fatto unilateralmente (peraltro in scadenza e non rinnovabile), con i sindacalisti “firmatutto” che appoggiano di fatto le decisioni del management. Ciò si traduce in salari da fame, anticamera dei licenziamenti.

Il governo Meloni è completamente succube dei monopoli e non sta facendo nulla a favore degli operai. Non c’è alcun piano industriale che possa  in qualche modo assicurare non la crescita, ma nemmeno mantenere la stabilità occupazionale.

In fabbrica il clima è da caserma, con carichi di lavoro e ritmi produttivi infernali (da 175 a 210 veicoli giornalieri), ricatti e minacce, modifiche peggiorative dell’orario di lavoro (il turno unico ha ridotto il salario), abolizione della pausa mensa, scarsa sicurezza e igiene, ricorso al lavoro supplementare, trasferte obbligatorie e licenziamenti politici come quello che ha colpito il compagno Delio Fantasia della Fmlu-Cub, uno degli operai più combattivi e rappresentativi del movimento operaio nella provincia di Frosinone.

Il disegno padronale è di cacciare dalla fabbrica gli elementi sindacalizzati avanzati che sono un punto di riferimento per organizzare gli scioperi, soprattutto in questa fase in cui il capitale sta avanzando nei suoi piani di ristrutturazione e riorganizzazione antioperai.

Si tratta di licenziamenti che servono da monito per tutti gli operai che devono essere spremuti come limoni prima di essere gettati via.

In questa situazione lo scorso 21 maggio la Uilm ha indetto uno sciopero sui carichi di lavoro, tanto per far vedere che il sindacato esiste, ma senza alcuna volontà di bloccare la produzione. L’intenzione era quella di ripetere lo sciopero “abituale” indetto una decina di giorni prima, con scarsa partecipazione. Ma una volta partito lo sciopero stavolta moltissimi operai, giovani e anziani, hanno lasciato le linee e si sono uniti, compresi i delegati Fiom e Fmlu-Cub.

In pochi minuti il corteo interno si è ingrossato ed ha raggiunto dimensioni che in fabbrica non si vedevano dalla vertenza Fiat del 2002. Tutte le linee del montaggio si sono svuotate. Per tre ore il compatto corteo operaio ha attraversato la fabbrica, dal reparto plastica è tornato al montaggio. L’adesione nei reparti montaggio, plastica, lastratura è stata di oltre l’80%.

La  lotta è stata inaspettata e ha preso capi e burocrati sindacali in contropiede. L’azienda si è vendicata subito con i giovani RSA della Uilm (primo sindacato nello stabilimento) che sono stati messi in contratto di “solidarietà”.

Uil, Fiom, i sindacati riconosciuti, e la Fmlu-Cub, sotto la pressione della base, hanno quindi indetto un altro sciopero, che è andato abbastanza bene nonostante l’azienda abbia fatto di tutto per evitare un ulteriore stop della produzione di plusvalore. Il reparto motori ha infatti incrociato le braccia, fermandosi completamente. Si è svolta un’assemblea fuori i cancelli dove gli operai hanno impegnato i sindacati interni a dare seguito alle loro rivendicazioni.

Risultato momentaneo: l’azienda ha dovuto ridurre i carichi di lavoro. Senza dubbio tornerà ad aumentarli, ma  ciò produrrà nuovo malcontento e condizioni per lo sviluppo di lotta più dure.

Dagli scioperi di Cassino è possibile trarre alcune lezioni ed indicazioni di lotta, come hanno già compreso gli operai più coscienti.

Primo, è possibile resistere collettivamente all’offensiva dichiarata da Stellantis, è possibile vincere, come hanno dimostrato recentemente i metalmeccanici dell’industria automobilistica statunitense, che hanno condotto uno sciopero a scacchiera, protrattosi per alcuni mesi, contro General Motors, Stellantis e Ford, i tre più grandi monopoli produttori di automobili degli USA.

Secondo, la mobilitazione e l’organizzazione della classe operaia può rovesciare la situazione in fabbrica. Il fattore chiave è la costituzione di nuclei di operai organizzati e determinati a trainare i propri compagni di lavoro nella lotta, approfittando di ogni occasione, di ogni assemblea, di ogni sciopero.  Operai non rassegnati allo smantellamento  dell’industria automobilistica, capaci di far capire che la forza organizzata dei lavoratori può sbarrare la strada a Stellantis e agli altri padroni. Di sicuro sarà molto più difficile a Tavares e soci (che quest’anno hanno già intascato 18,6 miliardi di utili) di chiudere fabbriche dove si lotta con metodi “non abituali” di classe, piuttosto che fabbriche pacificate.

Terzo, occorre spingere per lo sciopero di tutto il settore automotive, che veda protagonisti gli operai di tutte le fabbriche colpite da ammortizzatori sociali e licenziamenti, che si intrecci con la lotta per il forte aumento dei salari e sia accompagnato dalla solidarietà proletaria a livello nazionale e internazionale. Per far ciò occorre collegare strettamente operai e delegati combattivi dei vari stabilimenti.

È dentro questa battaglia di classe che va fatta vivere la necessità inderogabile dell’organizzazione politica indipendente e rivoluzionaria degli operai. È ora di avviare una discussione serrata e costruttiva su questo problema cruciale, che veda come protagonisti i comunisti assieme agli operai avanzati.

Da Scintilla n. 146, giugno 2024

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