Call center: le nuove “catene di montaggio”
“Al vostro servizio sette giorni su sette, 24 ore su 24: spirito
dinamico, polivalenza,
facilità di adattamento,
mai malati, mai in ritardo e, soprattutto... mai in vacanza”
D.
Line Call Center
Che cos’è un call center?
Nel 1968 un giudice americano, su
richiesta di un’associazione di consumatori, obbligò la Ford ad istituire una
linea telefonica gratuita per facilitare le chiamate di reclamo. Nacque così il
primo call center. Oggi, trentasette anni dopo, il Nord America conta oltre 100
mila call centers con più di 10 operatori.
In Italia, alla fine del 2003 gli
impiegati nei call centers erano più di 92 mila. Le aziende e gli enti che
usufruiscono di questo servizio sono decine di migliaia e il numero di call
centers ha raggiunto quota 1.580; nel 1994 erano solo 39.
Gli addetti ai call centers italiani sono
così ripartiti: settore dell’outsourcing (circa 27 mila addetti nel 2003),
settore delle telecomunicazioni (30 mila addetti), pubblica amministrazione
(più di 15 mila addetti), servizi finanziari e bancari (circa 8.000 addetti),
settore assicurativo, del commercio e dell’industria (ciascuno con circa 5 mila
addetti).
Taylorismo in versione
telematica
Ma che cos’è di preciso un call center? È
un ambiente organizzativo che smista grosse quantità di telefonate. L’attività
consiste in primo luogo nel fornire una gamma di servizi che vanno dalla
vendita di prodotti finanziari o creditizi a quella di piani tariffari
telefonici, dalla prenotazione di viaggi, passando per il tradizionale
post-vendita, all’assistenza tecnica o commerciale.
Si può a tutti gli effetti parlare di
un’industrializzazione della relazione-cliente, resa possibile dallo sviluppo
delle telecomunicazioni integrate all’informatica. Sistemi del tipo Acd
(Automatic Call Distribution) danno la possibilità di gestire migliaia di
chiamate distribuendole secondo la disponibilità degli operatori e riducendo così
i tempi d’attesa dei clienti. Sistemi del tipo Cti (Computer Telephony
Integration) fanno apparire su uno schermo informazioni sul cliente prima
ancora di alzare la cornetta.
Oggi i call center sono considerati
“strategici” dagli esperti di marketing perché negli ultimi anni le aziende
hanno puntato su una maggiore fidelizzazione della clientela, piuttosto che su
nuove acquisizioni sempre più difficili e costose.
Ad esempio: nell’ambito dei servizi
finanziari conseguire un nuovo cliente costa, in media, sette volte di più
rispetto alla gestione di un cliente già in portafoglio. Questo contribuisce da
un lato a cementare il rapporto con il cliente e dall’altro a capire le
tendenze del mercato e dei consumatori. Oltre ad un continuo monitoraggio sulla
qualità della produzione.
In un articolo su Le Monde Diplomatique
del maggio 2002, dal titolo eloquente: “I nuovi schiavi del marketing
telefonico”, Gilles Balbastre descrive così l’attività degli impiegati nei call
center: «Orari sfalsati, flessibilità ad oltranza, tempo parziale, impiego
mobile del tempo, utilizzo del lavoro interinale fino all’80% o addirittura al
90% degli effettivi, bassi salari (il più delle volte legati al risultato
ottenuto), gerarchia opprimente, fanno parte del quotidiano di buona parte di
questa truppa della ‘nuova economia’. La concentrazione - per motivi di
redditività e di economie di scala - di centinaia di salariati nel medesimo
sito, allineati in sale immense, con le cuffie fissate alle orecchie e gli
occhi incollati allo schermo del proprio computer, accentua il carattere
opprimente di queste fabbriche del terziario dei tempi moderni. Il management,
tuttavia, vuole passare per cool,
all’americana: è di rigore darsi del tu e le serate aziendali vedono la
gerarchia mischiarsi alla base. Ma guai a chi non si conforma a questa cultura
d’impresa: i contratti di formazione e i lavoratori interinali non vengono
rinnovati, i titolari perdono le gratifiche».
Il call center - nei fatti - assurge al
ruolo di fabbrica a catena di montaggio del terzo millennio; il taylorismo in
versione telematica dove l’alienazione non deriva più dall’avvitare tutto il
giorno lo stesso bullone ma dal dare in continuazione la stessa risposta alla
stessa domanda.
Riprendendo Balbastre: “I dipendenti di
queste imprese non sono quindi lavoratori nomadi svincolati da qualsiasi
gerarchia. Le loro condizioni di lavoro somigliano, per certi versi, a quelle
dei loro nonni, operai specializzati. Con la differenza che la loro capacità di
mobilitarsi è ancora allo stadio embrionale. In alcuni call centers sono
scoppiati sporadicamente dei conflitti. Bene o male sono riuscite a prendere
piede delle strutture sindacali. Ma iscriversi a un sindacato ed avanzare delle
rivendicazioni equivarrebbe, per questi “dequalificati scolastici”, ad
ammettere che sono dei dipendenti sfruttati da questa new economy tanto
celebrata. E sarebbe come ammettere la propria sconfitta sul piano sociale.”
SEGUE NELLA RIVISTA