SOSTENIAMO
RISOLUTAMENTE LA GIUSTA CAUSA
DEL POPOLO PALESTINESE!
LA LOTTA CONTRO ISRAELE, STRUMENTO SANGUINARIO DELL'
IMPERIALISMO USA, E' UN PROBLEMA COMUNE DEL PROLETARIATO E DEI POPOLI
1) La
questione palestinese, parte integrante della questione della rivoluzione
proletaria. “Compagni, parliamo dei rapporti di proprietà!” Con
queste parole Bertolt Brecht richiamava coloro che allontanandosi dalla
concezione materialista della storia cadevano nella trappola dell’idealismo.
Ahimè, siamo costretti a ricordare queste parole dal momento che la questione
palestinese è da molti interpretata in termini strettamente nazionalistici. Si
invoca da più parti la Stato palestinese considerando tale complesso
problema come un problema a se stante,
come una faccenda giuridica o diplomatico senza alcun rapporto con la lotta al
capitalismo, con la sconfitta dell' imperialismo e lo sviluppo vittorioso della
rivoluzione proletaria.
È chiaro, e
non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, che allo stato attuale la contraddizione
principale è data dall’occupazione israeliana e che, quindi, compito
prioritario del proletariato e del popolo palestinese è la liberazione dei
territori occupati da Israele nel 1967 ed il riconoscimento di tutti i suoi
diritti nazionali.
Allo stesso modo, il compito del proletariato
internazionale è quello di impegnarsi a fondo per appoggiare la lotta per la
creazione di uno stato palestinese indipendente e sovrano con capitale in
Gerusalemme, per il rientro dei profughi, per il pagamento dei danni provocati
al popolo palestinese, per il castigo ai criminali di guerra israeliani. Ciò
per due motivi strettamente legati fra loro.
Il primo
motivo di tale appoggio sta nel fatto che l' eroica lotta del popolo
palestinese per le sue rivendicazioni nazionali indebolisce, logora, mette in
seria crisi i piani dell' imperialismo in Medio Oriente, tende ad abbattere uno
dei bastioni dell' imperialismo, ed in particolare dell' imperialismo USA: il
sionismo israeliano.
Il secondo
motivo sta nel fatto che nell' epoca dell' imperialismo la questione nazionale
palestinese - così come le altre questioni nazionali - è strettamente legata
alla questione sociale, si può risolvere solo in stretto rapporto con la
questione generale della rivoluzione proletaria.
E' importante
capire che nella bandiera palestinese, che oggi sventola nelle manifestazioni
in tutti i paesi, non c'è solo la speranza dei popoli oppressi, ma
soprattutto uno spostamento a favore
del proletariato nei rapporti di forza a livello internazionali. Paradossalmente,
una piccolissima porzione di territorio riveste oggi una grande importanza su
questo piano, a riprova della qualità della contraddizioni che si manifestano
nel conflitto arabo-israeliano (incluse le contraddizioni interimperialiste che
si manifestano intorno al controllo del petrolio).
Il sostegno
attivo che i sinceri rivoluzionari ed il proletariato internazionale devono
esprimere a favore del popolo palestinese (anzitutto lottando contro il proprio
imperialismo che è parte in causa nelle vicende mediorientali) non va dunque
offerto in nome di una astratta
"giustizia", della "pace" o peggio della
"equidistanza" tra Palestina e Israele; non è solo il fraterno aiuto
ad un popolo che rispettiamo ed
appoggiamo nella sua giusta causa.
E' anzitutto
un sostegno dal punto di vista di precisi interessi di classe, dal punto di
vista dei risultati concreti che la lotta dei palestinesi determina nel
bilancio generale della lotta del proletariato e dei popoli contro l'
imperialismo. In questo senso la nostra
preoccupazione principale non sarà certo quella ad esempio dei confini che avrà
il futuro stato palestinese e nemmeno quella dell' inevitabile sconvolgimento
che subirà lo stato israeliano, quanto piuttosto quella di assestare un potente colpo di maglio all'
imperialismo per avvantaggiare il cammino della rivoluzione proletaria.
2) Gli
attori principali del movimento di liberazione palestinese. Per capire le
reali finalità dei vari movimenti politici palestinesi è importante tenere
presente la struttura e i rapporti di classe della società palestinese.
La “grande”
borghesia palestinese vive prevalentemente in Libano, Giordania, Siria, Egitto
e in altri paesi mediorientali. È socialmente composta da commercianti e
banchieri che traggono vantaggio dalla loro condizione di profughi. Essi
esercitano attività economiche non produttive, cioè non legate alla necessità
impellente di avere a disposizione un “luogo-patria” in cui risiedere, per cui
esprimono la questione nazionale in termini moderati. È vero che per loro avere
a disposizione un territorio in cui organizzare i propri affari sarebbe meglio
che continuare a mendicare una precaria ospitalità all’interno dei paesi
“fratelli”, ma ciò non è immediatamente vitale e non deve in nessun caso
interferire con gli equilibri dell’area, con le strategie americane legate al
controllo del petrolio. Da qui la richiesta di un "mini-stato"
palestinese, più facile da ottenere, meno ingombrante sia sul piano geografico
che politico, ma sufficiente ad attrarre investimenti capitalistici utili per
rafforzarsi nella concorrenza con le altre borghesie.
Rientra dunque
negli interessi di questa borghesia parassitaria (principalmente i banchieri in
esilio ed i grandi commercianti) appoggiare il programma rinunciatario di Arafat.
Da qui la cancellazione dell’articolo del vecchio statuto dell’OLP che
prevedeva la distruzione dello Stato sionista e l’accettazione di qualsiasi
compromesso che prevedesse la futura nascita dello stato palestinese, anche in
una sola parte dei territori occupati, accettando in via transitoria una
autonomia amministrativa che di per sé non contempla la nascita di alcuno
stato, così come previsto dai fallimentari accordi di Oslo.
Comunque
all’interno del movimento politico guidato da Arafat (Al Fatah), non c’è
piena sintonia con la politica compromissoria della dirigenza, a riprova di
come tale politica non solo non è accettata da larghi strati della popolazione
palestinese ma anche dalla base del partito di Arafat che ha preso parte attiva
nella seconda Intifada.
Esiste poi una media e piccola borghesia palestinese. È una
borghesia indigena che non si è mai mossa dai territori in cui è nata e vissuta
sin da prima della nascita di Israele. Economicamente è rappresentata da
piccoli imprenditori, artigiani e contadini che operano nella striscia di Gaza
e in Cisgiordania. Da più di cinquanta anni subisce l’occupazione sionista, è
esasperata ed incattivita dalle mille angherie e dalla ferrea repressione dei
coloni e dell’esercito israeliano. Gli artigiani e i piccoli imprenditori sono
di fatto gettati sul lastrico dalla brutale politica di occupazione militare
dei sionisti; il loro mercato si riduce alla propria comunità che non sempre
rappresenta una domanda soddisfacente. Gli imprenditori agricoli, oltre ad essere
stati emarginati nei terreni geograficamente più periferici ed economicamente
più improduttivi, non possono accedere all’acqua perché si scontrano con il
monopolio dei coloni israeliani che controllano il 90% delle risorse idriche.
Quando l’accesso è consentito, la devono pagare come se fosse petrolio, il che
incide notevolmente sui costi di produzione delle derrate alimentari e quindi
sui prezzi che finiscono per non essere competitivi con quelli praticati dai
coloni.
Bisogna inoltre tenere presente che nella attuale situazione di occupazione, oppressione e di
guerra permanente a bassa intensità, l’economia palestinese è assolutamente
strangolata ed in uno stato di continua precarietà; la qual cosa rende il "confine" tra piccola
borghesia, proletariato e sottoproletariato assai mobile e relativo. In
qualsiasi momento ci si può trovare declassati, senza lavoro, senza casa o
senza automobile, con il proprio terreno coltivato spianato dai bulldozer
sionisti.
Le condizioni di vita della media e la piccola borghesia
palestinese fanno si che queste classi sociali forniscano un gran numero di
quadri ed attivisti all' interno del movimento nazionale, in buona parte legati
ad Al Fatah ed all'OLP.
Il proletariato palestinese è la classe che è colpita in
misura maggiore dalla politica di oppressione e repressione della borghesia
israeliana. Restrizione della libertà di movimento, feroce sfruttamento della
forza-lavoro, perdita della occupazione, assenza dei più elementari diritti,
vessazioni senza fine.
Nei territori occupati e in quelli amministrati dall’ANP
esiste una disoccupazione cronica. Il 50% della popolazione non ha alcun
lavoro, gli altri hanno lavori stagionali con contratti a termine di 4/6 mesi,
revocabili in ogni momento. Di norma un proletario palestinese che viene
occupato in una fabbrica, in un’impresa di trasporti o in agricoltura,
percepisce un salario che è il 30% di quello di un lavoratore israeliano che
svolge le stesse mansioni. Per poter lavorare deve inoltre possedere un
tesserino rilasciato dalle autorità israeliane che attesti la sua estraneità da
tutte le organizzazioni che lottano per la liberazione della Palestina.
Questa bestiale politica ha tra i suoi effetti collaterali
anche quello di spingere gli operai
palestinesi lontano dalla questione sociale, dalle questioni della lotta di
classe, per attirarli sotto l'egemonia della borghesia, dei gruppi integralisti
religiosi che nascondono gli interessi di classe del proletariato e creano seri
ostacoli alla causa della unificazione degli operai di tutte le
nazionalità.
Ma nel corso della lotta di si chiarificano man
mano le posizioni di classe. I giovani
proletari palestinesi che si radunano nelle strade e nei villaggi per sfidare
l' esercito della quarta potenza militare del mondo vanno aprendo la strada ad
una organizzazione popolare unitaria con alla testa la classe operaia.
Sul piano
politico, infatti, la novità degli
ultimi anni sta nel fatto che il proletariato palestinese si è radicalizzato
nelle sue posizioni sostenendo le organizzazioni
combattenti che hanno rifiutato gli accordi di Oslo e preso la distanza
dall’ANP (tra queste il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, di
ispirazione marxista, che ha come programma generale la liberazione di tutta la
Palestina e la creazione di uno stato socialista).
Di sfuggita
notiamo che a fianco del proletariato palestinese esiste poi quello
arabo-israeliano che vive all' interno di Israele. Lo stato israeliano, mentre
intensifica la repressione sui territori
palestinesi, chiede alla popolazione
lavoratrice arabo-israeliana che vive dentro i suoi "confini"
la passività e la neutralità nel conflitto ed alle masse ebree la mobilitazione
reazionaria in funzione dei progetti sionisti.
Ma l'
insopprimibile Intifada ha cambiato molte cose, polarizzando sia la società
palestinese che quella israeliana, dimostrando che la questione palestinese per
vincere deve porsi sullo stesso terreno sul quale si sviluppa la lotta del
proletariato mondiale.
L' importante lezione che viene dalla Palestina
dimostra che la borghesia non può trovare alcuna soluzione alle questioni
nazionali. La lotta per l' indipendenza nazionale, per la sovranità può essere
portata alla vittoria soltanto sotto la direzione della classe operaia.
Sono palpabili i timori della classe dominante di
fronte alla nuova Intifada che rifiuta ogni resa e subordinazione. La paura è:
-
che essa dia un colpo durissimo al cane da guardia sionista e faccia da
esempio per tutti gli oppressi del mondo;
-
che venga superata la attuale direzione
del movimento e si affermi una nuova
direzione, più conseguente con gli interessi popolari, che scalzi le corrotte
ed asservite cricche nazional-borghesi;
-
che la rivolta contagi le masse diseredate dell' area e si sviluppi in legame con la rivoluzione proletaria e sul
suo terreno, con conseguenze catastrofiche per gli interessi imperialisti in
Medio Oriente.
3) Il cancro
delle colonie. Il primo passo verso la creazione di uno stato
palestinese è dato dal ritiro dell'
esercito occupante e dalla estirpazione del cancro delle colonie israeliane,
ragion d’essere e motore dell’occupazione dei territori e del massacro dei palestinesi.
Con le sue
continue invasioni Israele ha spinto la sua politica di colonizzazione,
considerata illegale perfino dalla risoluzione 446 dell' ONU.
Nella seconda
metà degli anni ’70, nella fase di transizione dal governo laburista a quello
del Likud, Sharon era emerso come il leader in grado di realizzare il sogno
della “grande Israele” che andasse ben al di là delle frontiere internazionali
riconosciute, estendendosi dal Mediterraneo alle rive del Giordano. Nel 1977,
allorché era presidente del Comitato ministeriale per le colonie, il futuro
genocida di Sabra e Chatila prevedeva di istallarvi due milioni di ebrei; a
venticinque anni di distanza la sua posizione non si è spostata di un
millimetro: Israele ha il “diritto morale” di modificare la demografia di quei
territori. Non a caso dopo le elezioni vittoriose del febbraio 2001, Sharon ha
fatto costruire trentacinque nuovi avamposti di colonie che mano a mano si
vanno unificando tra di loro.
A Gerusalemme
vivono oggi 170 mila coloni. A Gaza e in Cisgiordania, il numero dei coloni è
arrivato ad oltre 200.000. Le 200 colonie della Cisgiordania occupano l’1,7%
del territorio, ma ne controllano il 41,9%. A Gaza settemila coloni controllano
il 30% dei 224 kmq della striscia di Gaza, in cui abitano 1,2 milioni di
palestinesi, in massima parte rifugiati.
Mentre i
coloni ebrei si muovono con assoluta libertà, protetti da uno degli eserciti
più potenti al mondo, 3 milioni di palestinesi sono rinserrati nei loro abitati
e non hanno alcuna libertà di movimento. La Cisgiordania è stata recentemente
divisa in otto “zone-cantone”, per spostarsi da una zona all’altra necessitano
appositi permessi e bisogna attraversare decine di check point con
lunghi tempi di attesa di volta in volta.
Anche all'
interno della striscia di Gaza è praticamente impossibile muoversi senza
passare attraverso colonie fortificate con tanto di piscine e campi di basket,
proprio al centro di un territorio sabbioso e sovrappopolato, in cui l’acqua
scarseggia e la terra coltivabile è un sogno. Nel primo anno di Intifada più di
400 case di palestinesi sono state distrutte dall’esercito israeliano nella
striscia di Gaza, con il pretesto di proteggere le colonie vicine.
Dopo l’accordo
di Oslo (1993), Israele ha triplicato il numero dei coloni e raddoppiato quello
degli insediamenti, collegandoli tra loro con una serie di strade di raccordo e
di zone industriali, assicurandosi così il controllo totale dei territori
occupati. Al vertice di Camp David nel luglio 2000, gli israeliani opposero un
netto rifiuto allo smantellamento delle colonie e si chiese ai palestinesi di
firmare un accordo finale imperniato sulla promessa di un mini stato diviso in
quattro regioni separate e accerchiate dalle colonie.
Da quanto
detto possiamo trarre alcune conclusioni: 1) la rivendicazione palestinese
dello smantellamento delle colonie è un punto centrale della questione
nazionale palestinese; 2) solo la lotta rivoluzionaria può impedire che Israele
porti avanti il suo piano di colonizzazione forzata; 3) la pace si otterrà solo
quando sarà raggiunto questa giusta rivendicazione del popolo palestinese sarà
raggiunta.
4) I piani USA
e la risposta delle masse. Nell’estate 2001, fonti ufficiose della Casa Bianca
rivelarono che il Presidente Bush stava preparando un piano di pace per il
Medioriente che prevedeva la nascita di uno Stato palestinese. In conseguenza
dell’attentato dell’11 settembre il suddetto piano non venne ufficializzato e
fu riposto in un cassetto con grande soddisfazione del sionista Sharon e della sua combriccola. Non si sa
ancora bene che ruolo abbia avuto il Mossad nella realizzazione dell’attacco
alle due torri gemelle, ma la dichiarazione di Sharon del 12 settembre la dice
lunga: «Ora l’America capirà cosa proviamo quando subiamo gli attentati».
Una cosa è certa, Sharon e i suoi seguaci sono sempre stati contrari a
qualsiasi tipo di stato palestinese (prova ne è, a discapito delle
dichiarazioni ufficiali, la politica di continua espansione delle colonie), e
hanno più volte criticato l’amministrazione Bush di scarso interesse per le
faccende mediorientali. Fatto sta che dopo l’11 settembre la questione
palestinese subisce un grave colpo dall' imperialismo USA.
“Liberato”
l’Afghanistan, al costo di migliaia di vittime tra i civili (certamente molte
di più di quelle registrate a New York nel crollo delle torri gemelle), il
governo reazionario USA vorrebbe proseguire la sua guerra planetaria “contro il
terrorismo” liberando l’Iraq dal suo ex alleato Saddam Hussein. Se non che l'eroica resistenza palestinese -
nonostante le condizioni di obiettiva inferiorità militare - ha mandato all’aria
il programma di una rapida aggressione al nuovo obiettivo scelto. La dignità,
il coraggio ed il martirio del popolo palestinese hanno reso molto più
difficile il dispiegarsi dei piani statunitensi nell'area (in particolare hanno
messo in crisi il rapporto con i governi fantoccio dell' area) ed hanno dato la
giusta risposta al terrorismo di stato israeliano che vuole approfittare della
situazione decapitando la resistenza palestinese ed accelerando i massacri nei
territori occupati.
Le masse
popolari dei paesi arabi già in agitazione per l’intollerabile occupazione
sionista della Palestina, non rimarrebbero impassibili di fronte ad una nuova
aggressione all’Iraq, e di ciò i corrotti governi di quei paesi ne sono
pienamente consapevoli. Anche per questo, a differenza del 1991, i leader dei paesi
arabi moderati non vanno a schierarsi con gli USA e si sforzano di risolvere il
conflitto palestino-israeliano in modo da non intaccare gli equilibri
dell’area, mentre l’amministrazione
Bush ha rispolverato il progetto di uno stato palestinese funzionale ai suoi
interessi, in cui perfino Arafat è un negoziatore "sostituibile"…
Alla tragedia
del popolo palestinese fa da controaltare la farsa di tutti coloro che si
accodano al progetto di pace made in Usa,
e tra questi gran parte della sinistra borghese nostrana, ben
sapendo che tale piano è finalizzato a: porre fine all’Intifada, riportare
tutta la vicenda su un piano diplomatico, placare gli animi delle masse arabe e
passare immediatamente alla campagna di assoggettamento del popolo irakeno.
La liberazione
del popolo palestinese dall’oppressione nazionale e dallo sfruttamento non può
venire per iniziativa della nazione leader nella rapina delle risorse e dello
assoggettamento dei popoli del pianeta, non può venire da parte dei governi
fantoccio ad essa legati da interessi economici, e nemmeno può venire dalle
sceneggiate orchestrate nelle conferenze internazionali che svuotano di ogni
contenuto la questione palestinese.
Essa può
venire solo dalla risoluta battaglia per la libertà e l' indipendenza del popolo
palestinese che ha diritto a liberarsi con le armi in pugno dal giogo
impostogli dalle grandi potenze capitaliste e dal cane da guardia sionista,
inserendosi nel grande solco della lotta per la liquidazione dell' imperialismo
e per il socialismo.