Nella nostra epoca, caratterizzata dalla crisi
generale del sistema capitalista, nella sua forma imperialistica e dalla lotta
contro di esso del movimento comunista, i soggetti fondamentali che animano
questa contraddizione, che pervade ogni aspetto della nostra società
contemporanea sono, da una parte, la classe borghese che cerca con ogni mezzo
di conservare l’esistente situazione di sfruttamento dell’uomo sull’uomo,
dall’altra, la classe operaia internazionale che, spinta dalla necessità di
soddisfare i propri bisogni, lotta in ogni singolo paese per la creazione di
partiti comunisti (marxisti-leninisti) in grado di dirigere un processo
rivoluzionario che porti all’abolizione della proprietà privata dei mezzi di
produzione permettendo così la realizzazione di tali bisogni.
Pertanto,
i partiti comunisti, checché ne dicano i nostri avversari, nascono per ragioni
oggettive, intrinseche alla struttura della società capitalistica stessa,
nascono dallo sviluppo della situazione sociale ed anzitutto dalla necessità di
esprimere gli interessi e realizzare gli obiettivi della classe operaia, in
primo luogo quello di liberarsi dalle catene dello sfruttamento capitalistico.
Già
Marx ed Engels individuarono scientificamente l’esigenza storica che il
proletariato, per la trasformazione rivoluzionaria della società capitalista in
società socialista, si dotasse di un proprio partito politico autonomo sia sul
piano ideologico che organizzativo:
“Nella
sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti, il proletariato
può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si
oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti. Questa
organizzazione del proletariato in partito politico è necessaria allo scopo di
assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo
fine ultimo, la soppressione delle classi” (Marx, Statuti dell’Associazione
Internazionale degli Operai).
Nelle
nostre attuali condizioni storiche Lenin e Stalin svilupparono ulteriormente
questo assunto e giunsero a formulare una completa teoria del partito
rivoluzionario della classe operaia, dimostrandone, anche con l’esempio
pratico, la funzione di guida del movimento operaio ed enunciandone i principi
organizzativi e le norme di vita interna, le linee fondamentali della teoria e
della tattica.
Per
la prima volta un tale partito fu costruito alla fine dell’Ottocento in Russia
da Lenin che lo definì “di tipo nuovo” per distinguerlo dai vecchi partiti socialdemocratici,
e lottò implacabilmente contro l’opportunismo dilagante in questi partiti i
quali si definivano a parole “operai” ma, che in realtà, consapevolmente o
meno, finirono per divenire veicolo dell’influenza borghese in seno al
proletariato.
Soprattutto
dopo la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, in quasi tutti i paesi vi
furono comunisti che vollero seguire l’esempio di Lenin e costituire dei
partiti marxisti-leninisti.
La
caratteristica principale che differenzia i partiti di tipo nuovo dai vecchi
partiti socialdemocratici (revisionismo storico) e anche dagli odierni
decadenti partiti comunisti degenerati o ex comunisti, magari con la pretesa di
essere ancora “di sinistra” (revisionismo moderno), è la loro completa
inconciliabilità con il sistema capitalista. I comunisti si battono
instancabilmente per la distruzione del capitalismo, mediante un movimento
rivoluzionario guidato dai loro partiti che porti all’instaurazione di una
nuova società, la società socialista.
Il
partito comunista è una associazione libera di individui che, condividendo le
stesse idee e fini politici, si legano organizzativamente per realizzare tali
idee ed obiettivi, per condurre a compimento la missione storica della classe
operaia.
La
forza principale del partito del proletariato risiede nel fatto che esso non è
un gruppo isolato e ristretto di rivoluzionari di professione, ma vive a
stretto contatto con vaste masse di lavoratori e ne guida la lotta.
Il
partito comunista è il reparto organizzato d’avanguardia della classe operaia,
cioè la sua parte più cosciente ed avanzata, capace di condurre vaste masse di
lavoratori alla lotta per rovesciare il capitalismo ed alla costruzione del
socialismo. Lenin scrisse:
“Educando
il partito operaio, il marxismo educa l’avanguardia del proletariato, capace di
prendere il potere e di condurre tutto il popolo verso il socialismo, di
organizzare e di dirigere un nuovo regime, di essere maestro, guida e capo di
tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati nell’opera di edificazione di una
vita sociale senza la borghesia e contro la borghesia” (Lenin, Stato e
Rivoluzione pag. 30, Editori Riuniti, 1970).
Il partito marxista-leninista, pur
essendo classista per sua natura, oltre ad avere radici profonde nell’ambiente
operaio, può anche avere al suo interno elementi provenienti da altri strati
della popolazione a condizione però che a aderiscano senza riserve alle
posizioni ideologiche e politiche del proletariato rivoluzionario.
Il centralismo
democratico nel partito marxista-leninista
I principi che regolano l’organizzazione di un
partito comunista derivano dalla funzione che esso deve svolgere, dal carattere
rivoluzionario dei suoi compiti e dei suoi fini.
Gli
interessi che un partito comunista esprime non derivano dalla somma degli
interessi dei singoli operai o delle loro categorie, ma dagli interessi
generali della classe che possono realizzarsi solo mediante un’unica volontà,
capace di convogliare una quantità di azioni singole in una unica lotta comune.
Solo una direzione centralizzata può riunire tutte le forze,
indirizzarle verso un unico fine, coordinare le azioni isolate dei singoli e
dei gruppi. “...Una centralizzazione assoluta e una rigorosissima disciplina
sono condizioni fondamentali per la vittoria sulla borghesia” (Lenin).
Ma
la volontà generale del partito non può formarsi altro che per via democratica,
cioè attraverso un dibattito comune, collettivo, che consideri le diverse
opinioni e proposte, e indichi in fine decisioni obbligatorie per tutti.
Elaborata con questo metodo, la volontà generale ha il vantaggio di esprimere
più compiutamente, e perciò più giustamente, le esigenze obiettive della lotta
di classe del proletariato.
In
tal modo il centralismo del partito comunista è un centralismo democratico, che
si appoggia cioè sulla volontà della maggioranza del partito.
La democrazia al suo interno, in questo caso, non è,
come per la concezione borghese, una semplice “libertà di critica” astratta, ma
si sostanzia in un reale confronto costruttivo, inserito in un programma di
attività e trasformazione rivoluzionaria. In altri termini, senza una
centralizzazione, un impegno attivo degli organismi dirigenti nell’indirizzare
la discussione verso la risoluzione dei problemi concreti della lotta di
classe, la “democrazia” si ridurrebbe ad uno sterile rito formale.
Questa funzione degli organismi dirigenti deriva dal
fatto che la formazione dei quadri e la loro promozione avviene in seguito alla
loro capacità di legarsi alle esigenze delle masse e alla loro fermezza nel condurre
la lotta di classe. Il centralismo non è dunque semplice accentramento, dovuto
a motivi esclusivamente pratici di difesa dell’organizzazione, ma è la
condizione stessa affinché si verifichi all’interno del partito la democrazia
socialista. Infatti il centralismo democratico realizza all’interno del partito
il principio generale della priorità delle esigenze di classe su quelle
individuali, nella consapevolezza che queste ultime non possono essere
soddisfatte individualisticamente ma solo in seguito al progresso delle
condizioni storiche di tutta la classe.
Centralismo
democratico in pratica significa:
elettività
di tutti gli organi dirigenti dal basso in alto;
rapporto
periodico degli organi di partito davanti alle proprie organizzazioni di base;
severa
disciplina di partito e sottomissione della minoranza alla maggioranza;
incondizionata
obbligatorietà delle decisioni degli organi superiori per quelli inferiori.
Il
principio del centralismo democratico sta alla base dello statuto che di ogni
partito comunista determina la struttura e le regole di vita interna, i metodi
di attività pratica delle sue organizzazioni, i doveri e i diritti dei suoi
membri.
La
questione degli obblighi dei suoi membri è la pietra angolare della struttura
del partito. Un partito comunista, in quanto è chiamato ad assolvere il compito
grandioso di trasformare la società, non può considerare sufficiente il
semplice consenso al suo programma. E’ comunista colui che contribuisce
attivamente alla realizzazione del programma e che lavora con impegno in una
delle organizzazioni di partito, accettandone la guida e il controllo.
Gli
opportunisti (come ad es. i dirigenti del revisionista “Partito della
“Rifondazione Comunista”), non ponendosi, ovviamente, compiti rivoluzionari,
non hanno bisogno di esigere tanto dai membri dei loro partiti. E proprio su
tale questione avvenne nel 1893 la scissione tra rivoluzionari e opportunisti
nella direzione del partito socialdemocratico russo. Ogni autentico partito
comunista si è sempre ispirato ai sopra citati principi leninisti nello
stabilire le condizioni dell’appartenenza al partito anche se le modalità
concrete d’ammissione e gli obblighi imposti ai suoi membri hanno poi sempre
giustamente tenuto conto delle particolarità del paese in cui esso opera e
delle tradizioni del suo movimento operaio.
La vita interna di partito è strutturata in modo che
i comunisti possano partecipare attivamente al lavoro pratico: è qui la base
della democrazia di partito. A questo fine in ogni partito comunista si creano
le condizioni atte a consentire ai militanti di discutere tutte le questioni,
di accertarsi che vengano attuate le decisioni prese, di scegliere i dirigenti
e controllare il loro operato.
Il
partito comunista non limita la sua democrazia interna soltanto alla elezione
dei dirigenti. Questo concetto della democrazia, diffuso nei vecchi partiti
socialdemocratici e revisionisti moderni, è in sostanza il trasferimento nella
vita del partito delle norme e delle consuetudini del parlamentarismo borghese.
La democrazia del partito comunista è una democrazia di azione unitaria attiva,
è tale cioè che i suoi membri non solo devono partecipare alle elezioni interne
e alle discussioni, ma intervengono praticamente a determinare l’orientamento
del lavoro di partito.
Ma
la partecipazione attiva di tutti i comunisti al lavoro di partito non menoma
l’importanza della direzione, la funzione di dirigenti che debbano possedere la
capacità, la competenza e l’esperienza necessarie.
I
dirigenti di un partito comunista costituiscono il nucleo dirigente del
partito, i suoi quadri, il suo apparato elettivo che organizza praticamente il
lavoro per la realizzazione delle decisioni prese, assicura la continuità delle
esperienze e delle tradizioni.
I
quadri dirigenti non stanno al di sopra del partito, ma debbono essere sotto il
suo controllo. L’attività politica dei funzionari -, diceva Lenin,- deve essere
aperta come la scena di un teatro per gli spettatori. Tutti devono sapere come
un funzionario politico abbia cominciato il suo lavoro, come si sia svolta la
sua evoluzione, come si sia comportato in un momento difficile della sua
esistenza, quali siano in genere le doti che lo distinguono; e perciò
naturalmente, tutti i membri del partito debbono, con piena conoscenza
di causa, poter eleggere o non eleggere questo compagno a una determinata
carica di partito. La “selezione naturale”, con piena pubblicità, elettività e
controllo generale, è assicurata quando ogni funzionario risulti in definitiva
“al suo posto”, si occupi delle questioni più confacenti alle sue forze e alle
sue capacità, subisca di persona le conseguenze dei suoi errori, e dimostri
davanti agli occhi di tutti la sua idoneità a riconoscere gli errori stessi e
ad evitarli (Lenin, vol. 5, pagg. 441).
La
democrazia di partito è quindi una condizione importantissima per la
formazione, la selezione e l’educazione dei quadri dirigenti. Nel contempo la
democrazia garantisce che la direzione si appoggi all’esperienza collettiva e
non rifletta soltanto le opinioni personali di questo o quel funzionario.
L’ampia
discussione di tutte le questioni principali e l’elaborazione collettiva delle
decisioni costituiscono un metodo di lavoro estremamente importante nel
partito, e necessario per la generalizzazione delle varie esperienze, per la
denuncia delle lacune dell’attività politica: esso aiuta a far prendere a tutti
coscienza piena delle decisioni approvate.
Ogni
discussione di partito deve essere connessa con l’esercizio della critica e
dell’autocritica, cioè con la denuncia delle insufficienze del lavoro, con la
spiegazione delle loro origini e con la presentazione delle proposte atte a
rimuoverle.
Questo
aiuta a far progredire e da ad educare in modo corretto i quadri. Ma il partito
distingue sempre la critica che lo rafforza dalla critica che lo indebolisce,
che degenera in critica fine a se stessa, in recriminazione. Consentendo la
libertà di critica, adottando misure contro coloro che la soffocano, nello
stesso tempo il partito non concede a nessuno il diritto di usufruire di questa
libertà per indebolire le sue file.
Ma
dov’è il limite che separa la critica utile da quella nociva? A definirlo
provvede il programma del partito, vi provvedono le sue risoluzioni e il suo
statuto.
Se
il partito riconosce ampi diritti ai suoi membri, deve anche esigere fedeltà al
suo programma ed ai suoi scopi. Non può ammette al suo interno la propaganda di
opinioni contrarie al partito, la ritiene incompatibile con la permanenza nelle
sue file. Ciò non nuoce alla democrazia interna, alla libertà di parola dei
suoi membri. “Ognuno è libero di scrivere e dire tutto ciò che vuole, senza la
minima limitazione, - ha scritto Lenin. – Ma ogni libera associazione (e tra
queste il partito) è libera anche di scacciare quei suoi aderenti che abusano
del suo nome per propagandare opinioni contrarie al partito... Il partito è
un’associazione volontaria che immancabilmente si disgregherebbe, dapprima
idealmente e poi anche materialmente, se non si liberasse da quei suoi membri
che diffondono opinioni contrarie al partito” (Lenin, Opere vol. 10, pag. 29).
Finché
una decisione non è stata presa, nel partito possono essere enunciate opinioni
diverse, possono urtarsi punti di vista opposti; ma dopo che la decisione è
stata presa, tutti i comunisti devono operare come un sol uomo. Questa è la
sostanza della disciplina di partito, che esige la sottomissione della
minoranza alla maggioranza e l’assoluta obbligatorietà delle risoluzioni
adottate. La disciplina assicura al partito la necessaria compattezza
organizzativa, rende efficace la sua costante aspirazione a raggiungere i suoi
fini. Ma una disciplina cieca non potrebbe assicurare tutto questo. La forza
della disciplina di partito risiede nel fatto che essa è cosciente, perché si fonda
sulla coesione ideale dei comunisti, sul consapevole assenso alle decisioni del
partito, alla cui elaborazione ogni comunista ha preso parte attiva.
L’unità
d’azione non significa in genere che nel partito non vi può essere divergenza
d’opinioni. In tal caso il partito si trasformerebbe in un’organizzazione senza
vita. Nel lavoro quotidiano possono manifestarsi diversi punti di vista,
contrasti su questa o quella questione. Ciò è inevitabile e naturale. La
disciplina del partito non comporta affatto che si rinunci alle convinzioni
personali, purché non contraddicano i principi del marxismo-leninismo, ma
impegna gli iscritti ad accettare le decisioni adottate ed a realizzarle
scrupolosamente, anche se in disaccordo con esse. La disciplina di partito esige
inoltre che le questioni interne non siano discusse al di fuori del partito.
Queste norme di vita di partito sono nate dall’esperienza del movimento
operaio, la quale ha dimostrato in modo convincente che senza una rigorosa
disciplina il partito politico della classe operaia si trasformerebbe in una
organizzazione amorfa, incapace di guidare la lotta dei lavoratori.
Nel
partito della classe operaia devono esservi ferme regole nei confronti di
coloro che non si adeguano alle decisioni approvate. Nella storia dei partiti
comunisti non mancano episodi di singoli individui che, in disaccordo con la
linea del partito, si sono riuniti in gruppi particolari, con una propria
disciplina, nelle cosiddette frazioni. Nei partiti opportunisti (come succede
nel PRC), che limitano la loro azione al piano parlamentare, la presenza di
frazioni è normale. Ma per un partito comunista – un’organizzazione che deve
puntare tutto sull’efficacia della sua azione, l’esistenza di frazioni è
inaccettabile in quanto fattore di disgregazione dell’unità ideale del
movimento, freno di tutta la sua attività: essa è incompatibile con le esigenze
della disciplina di partito.
Il
punto di vista marxista-leninista sull’importanza dell’unità del partito è
stato espresso con la massima chiarezza nella risoluzione del X Congresso del
PCR (b), scritta dallo stesso Lenin. In essa si faceva rilevare come tutti i
lavoratori coscienti debbano comprendere “il danno e l’inammissibilità di
qualsiasi frazionismo, che inevitabilmente porterebbe all’indebolimento del
lavoro comune”, e si raccomandava, qualora si manifestassero forme di
frazionismo, di applicare tutte le sanzioni disciplinari sino all’espulsione
dal partito.
In
tal modo l’ampia democrazia dei partiti comunisti si armonizza con il principio
della direzione centralizzata, e la libertà di discussione non contrasta con la
disciplina di partito e con l’unità d’azione. Una democrazia senza direzione
centralizzata trasformerebbe il partito in un circolo di sterili dibattiti. Il
centralismo senza democrazia, o con una democrazia insufficientemente
sviluppata, provocherebbe l’insorgere di un nocivo burocratismo. La giusta
combinazione di democrazia e centralismo assicura invece un ampio sviluppo
dell’attività e delle iniziative del partito, e nello stesso tempo garantisce
quella ferma direzione che è tanto necessaria nella lotta politica.