LA
CINA VERSO LA COMPLETA INTEGRAZIONE NEL SISTEMA CAPITALISTA MONDIALE
Uno
dei punti più dibattuti all' interno del movimento comunista è quello relativo
al giudizio sulla Cina odierna. Circolano al riguardo diverse tesi tra cui quelle
apertamente revisioniste, diffuse specialmente in Europa, che raffigurano la Cina come un paese
socialista e quelle altrettanto opportuniste che definiscono la Cina come
"una grande potenza indipendente", la cui politica ha un carattere antimperialista.
Il
giudizio da dare sulla Cina a nostro parere riveste un' importanza fondamentale
per un'esatta comprensione dei compiti rivoluzionari. Esso rappresenta uno
degli spartiacque nel dibattito esistente nel movimento comunista sia a livello
nazionale che internazionale.
Nel
periodo in cui il proletariato ed i popoli, nonostante la brutale offensiva
capitalista, rialzano la testa e
riprendono a lottare incamminandosi verso una nuova ondata rivoluzionaria, l'
assimilazione degli insegnamenti che derivano
dalle sconfitte del passato serve a creare i presupposti per il successo
delle lotte future. Pensiamo infatti che l' analisi degli errori e dei limiti del movimento di classe, la
critica spietata al revisionismo, sono altrettanti momenti di sviluppo delle
nostra teoria e delle capacità rivoluzionarie.
Esponiamo
dunque in breve la nostra opinione sulla Cina, ripercorrendo necessariamente
alcuni passaggi storici.
La
Rivoluzione cinese è stata una delle più grandi rivoluzioni dei tempi moderni.
Essa ha liberato il paese più popolato del mondo dalle grinfie dei signori
feudali, dalla borghesia compradora e dai predoni imperialisti. I grandi cambiamenti portati dalla Rivoluzione
avvantaggiarono e favorirono le masse contadine ed operaie. La rivoluzione
cinese del 1949, preparata dalla storica Lunga Marcia, è stata una grande rivoluzione democratica
ed antimperialista realizzata attraverso una lotta armata di liberazione
nazionale. Essa è giunta sulle soglie
della società di transizione senza riuscire a
superare questa tappa, trasformandosi in rivoluzione proletaria
socialista, a causa della linea e dal programma seguito dal PCC, caratterizzato
dalla confusione ideologica, dalla instabilità della direzione politica e da
una concezione più nazionale che sociale del movimento di liberazione. Di Mao riconosciamo i meriti di grande rivoluzionario democratico
progressista ed antimperialista, ma in quanto marxisti-leninisti non possiamo
esimerci dall' esprimere un giudizio profondamente critico nei suoi confronti
sul piano ideologico e politico.
Mao era un
centrista che si basava sulla alleanza con la borghesia nazionale per la costruzione della nuova società
(voleva rieducare la borghesia
democratica ma nei fatti lasciò la rivoluzione sotto la sua direzione) e non fu
mai - sia a livello teorico che nella pratica un vero marxista-leninista. La
politica che seguì non ruotava attorno ad un asse proletario di classe, così come il "maotzetung pensiero"
non è l'applicazione coerente del marxismo-leninismo e tanto meno ne
rappresenta uno sviluppo ulteriore, perché al suo interno esistono numerose
idee errate, eclettiche, oscillanti, opportunistiche, positiviste e perfino
revisioniste aperte (teoria del pluralismo politico, teoria antimarxista dei
tre mondi, posizione conciliatoria da
tenere nei confronti dell' imperialismo, teoria della costruzione del
socialismo, ecc.). A nostro parere
Mao non ha mai avuto una chiara
comprensione che la forza dirigente della rivoluzione è il proletariato col suo
partito, che il partito comunista è una parte della classe operaia e che le
masse contadine dovevano essere considerate il principale alleato e non la
guida della rivoluzione. Il tallone d'
Achille del maoismo è stato particolarmente nella pratica, nella politica delle
concessioni liberali e dei cedimenti nei confronti dei revisionisti, negli
errori di linea. Una linea che ha
seguito una traiettoria ben diversa da quella che porta al Socialismo.
All' indomani
della rivoluzione democratico-borghese furono compiute in Cina parecchie trasformazioni positive e
progressiste. Politicamente la Cina, per circa trenta anni, è stata un campo di battaglia fra l' ala
radicale, quella conservatrice ed altre frazioni del gruppo dirigente del PCC, nessuna delle quali era veramente
guidata dal marxismo-leninismo. A seguito della morte di Mao, che era già stato
messo in minoranza, l' ala destra con a capo Deng conquistò la direzione e
spinse il paese sulla strada dello "sviluppo" capitalista aperto e delle "porte
aperte" agli investimenti stranieri. Invece di consolidare la rivoluzione
democratica popolare e passare - una volta maturate le condizioni - alla fase
successiva, alla rivoluzione socialista, la Cina è cominciata a tornare
indietro, con risultati disastrosi per le masse lavoratrici.
Dopo decenni di
"riforme" l' economia cinese ha subito cambiamenti strutturali. Se
nella prima fase le misure che propendevano verso il socialismo sono state
annullate o lasciate a metà strada, nella seconda fase le misure tipicamente
capitaliste hanno preso il sopravvento. Nelle campagne le fattorie collettive
sono state smantellate e rimpiazzate con il "sistema di contratti
familiari". I contadini si sono polarizzati in una piccola classe di
contadini capitalisti ricchi ed una vasta classe di contadini poveri che perde
costantemente la terra, vittima delle ingiustizie del regime. Il capitalismo
permea completamente la vita delle città. L' intero settore dei servizi così
come gran parte della piccola manifattura è completamente nelle mani degli
elementi borghesi, molti dei quali sono diventati dei miliardari. A partire dal
1979 sono state istituite, grazie ai capitali stranieri, le "zone
economiche speciali" in cui i padroni di mezzo mondo possono
supersfruttare la classe operaia cinese. In tutto il paese milioni di operai
sono impiegati a prezzi irrisori fino a 70 ore settimanali nelle fabbriche di vari settori i cui
proprietari sono americani, europei, ecc.
Mentre il settore
privato interno è cresciuto fino a coprire il 27% del PIL, le cosiddette
imprese "statali e collettive"
sono ormai tali sono nominalmente. In realtà sono proprietà di manager
locali o di autorità statali che si appropriano del plusvalore estorto ai
proletari, dividendolo tra di loro a seconda del rango che occupano. Attualmente la cricca al potere sta approntando
provvedimenti per trasferire ufficialmente la proprietà di queste fabbriche
dallo stato ai proprietari privati.
La classe dei
capitalisti industriali e commerciali
in Cina si è ampliata ed ingrassata a dismisura negli ultimi anni. E'
sorta una vera e propria oligarchia finanziaria che trae alimento dallo
sfruttamento intensivo delle masse e dalle
attività sui mercati azionari e monetari. Allo stesso tempo gli operai e
gli altri lavoratori hanno visto peggiorare le loro condizioni. Una nuova
miseria sta dilagando a causa della riduzione degli "impieghi
superflui".
La realtà
dimostra che le promesse di costruzione di una società "socialista"
non sono state minimamente mantenute e
che il processo di degenerazione è
proseguito senza soluzione di continuità. Il popolo cinese si trova, a mezzo
secolo dalla rivoluzione, a vivere in una società che presenta tutti i mali del
capitalismo, con un solco sempre più grande che separa le classi sociali, con
una disoccupazione crescente, con salari che scendono e non vengono pagati per
mesi, emigrazione, corruzione dilagante (in particolare nello stato e nel
Partito), stragi sul lavoro, ecc.
La società cinese attuale è una
società capitalistica in crisi, con acute contraddizioni tra le classi e nelle
classi. Questa realtà si riflette nelle dimostrazioni, nelle rivolte di massa e
negli scioperi che si sono esplosi in Cina negli ultimi anni, duramente
repressi dalla polizia.
Alla
luce di questa analisi che cosa significa la frase "la Cina è un paese
indipendente" che sentiamo ripetere da chi vuole ingarbugliare la faccenda ? Anzitutto dobbiamo notare che la
categoria usata non è una categoria marxista, ma è tipica di una concezione
borghese estranea all' ottica leninista.
In
questo modo si nasconde la natura di classe dello stato cinese, che è uno stato
capitalista borghese in cui vi sono sfruttati e sfruttatori, oppressi ed oppressori. In cui vi sono
antagonismi profondi che contrappongono il proletariato e le masse contadine
povere da una parte e la borghesia e tutti gli oppressori dall' altra, in cui
si svolge una lotta tra le classi.che
può seguire una via più o meno tortuosa ma che non può essere negata.
Che
significa dunque indipendente ? da che
cosa ? da quale punto di vista la Cina sarebbe indipendente: a livello
ideologico, politico, economico ? Tali
questioni non vengono minimamente
affrontate da chi vuole ingannare gli operai per la semplice ragione che
addentrarsi su questo terreno vorrebbe dire riconoscere che la Cina non è per
nulla indipendente dal capitalismo "globalizzato". Riportiamo alcuni
dati indicativi per chi avesse ancora dei dubbi al proposito: nel 1978 gli
investimenti stranieri in Cina erano quasi inesistenti. Nel 1993 la Cina occupava il secondo posto al mondo per volume di capitali stranieri dopo gli
USA. Nel 1997 gli investimenti hanno raggiunto la cifra di 348, 35 milioni di
dollari.
Nel
1981 l' export di prodotti fabbricati da multinazionali straniere
presenti in Cina era appena lo 0.1%
delle esportazioni totali cinesi. Nel 1997 esse hanno raggiunto il 41%. Nello
stesso anno la dipendenza commerciale della Cina è stata del 36,1%.
Dunque
in Cina non domina soltanto l' ideologia borghese e revisionista e viene
seguita sia all' interno che all' estero
un politica apertamente antioperaia tesa a consolidare le posizioni
della borghesia ed a soffocare la rivoluzione ed impedire ai popoli di
sollevarsi per instaurare il socialismo. Da ciò ne deriva che la Cina non è
assolutamente un paese indipendente dal capitalismo e dal mercato mondiale.
Al
contrario, negli ultimi due decenni
anni la Cina ha accelerato la sua
interdipendenza e completa integrazione nell' economia mondiale
capitalistica. La borghesia cinese avrà
un ruolo sempre più attivo ed integrato
nel contesto della globalizzazione imperialista. Un ruolo che in questi anni è stato rafforzato con la
liberalizzazione degli investimenti e del commercio con i paesi dell' APEC, con
i rapporti di cooperazione con Russia, Corea, paesi U.E. ed Australia e
che si accrescerà con l' aumento della quote all' interno del
FMI, con la imminente entrata nel WTO e più in la con il cambio libero dello
yuan e la liberalizzazione dei tassi di interesse.
Anche
sul piano interno la tradizionale "gradualità" nell' applicazione
delle "riforme" (che esponeva
alla globalizzazione un settore
alla volta, tenendo al riparo quelli più deboli, le banche, l' agricoltura),
lascerà il posto ad una terapia d'urto - esposta da Zhu Rongji nell' ultima
assemblea nazionale - che assieme all' abbandono definitivo della
pianificazione provocherà milioni di licenziamenti ogni mese, lo smantellamento
delle industrie statali, le privatizzazioni, la rovina per centinaia di milioni
di contadini. L' obiettivo è chiaramente quello di attrarre una quota ancora
maggiore di investimenti capitalistici stranieri (specialmente nelle
infrastrutture, nella ricerca e nella ristrutturazione delle grandi fabbriche)
offrendo lauti profitti a spese della classe operaia cinese.
In
questo modo la Cina sta passando a tappe forzate dal cosiddetto
"socialismo di mercato" (ancora caratterizzato dal capitalismo
monopolistico di stato) ai meccanismi puri del
mercato capitalistico, sbarazzandosi delle forme "socialiste"
e dei residui ostacoli opposti al pieno dispiegarsi del neoliberismo. E' da rilevare che la borghesia cinese ha
tutto l' interesse ad appoggiare la politica finanziaria decisa dalle istituzioni quali FMI e World
Bank, a rafforzare il ruolo di questi cani da guardai dell' imperialismo,
"incoraggiando i paesi in via di
sviluppo a intensificare i loro sforzi per attivare le riforme e le politiche
di liberalizzazione" (dal discorso di Li Ruogu, governatore della Banca
Popolare di Cina al terzo incontro del comitato finanziario del FMI, 29 aprile
2001). Ciò evidentemente consente al capitalismo cinese di esportare di più e
di esercitare un ruolo più attivo nello scenario mondiale in quanto potenza
capitalistica.
Detto
questo non ci esimiamo certo dall' analizzare le contraddizioni che la Cina
rappresenta oggi nello scenario dello scontro inter-borghese.
La
Cina è un paese capitalista in ascesa
che sta cercando di consolidare la sua
posizione in campo internazionale, che punta ad occupare "il posto che gli
spetta" nella ripartizione imperialista del mondo rivaleggiando con le
altre potenze senza volersi sottomettere a nessuna di esse. Tutto il suo
sviluppo economico e militare, tutta la politica delle
"modernizzazioni" e dei "balzi in avanti" è orientata al passaggio da potenza
regionale a superpotenza imperialista mondiale, con l' obiettivo di raggiungere
e poi superare U.E., Giappone ed USA. Brezinski ha previsto che l' equilibrio
del potenziale economico fra i quattro poli imperialisti verrà raggiunto bel
2020. Altri analisti spostano questa
data al 2030.
Chiaro
che i capitalisti rispetto allo sviluppo economico della Cina hanno un atteggiamento contraddittorio. Da
una parte come dice Romiti "la Cina è l' America del futuro" dal
momento che offre opportunità di
sfruttamento e di realizzazione di profitti, che non hanno paragoni con l' est
europeo. Infatti in Cina c'è la sezione
nazionale più estesa del proletariato da spremere e la più estesa massa di contadini da espropriare.
D'
altra parte l' ascesa cinese può sconvolgere il panorama degli equilibri e dei
rapporti di forza esistenti fra le potenze imperialiste, anche perché
incoraggia ed attrae Russia, India ed anche il Giappone a porsi in contrasto
con gli USA in nome del "multipolarismo".
Strategicamente
la Cina si muove verso la formazione di
alleanze che prefigurano la costituzione di un
blocco asiatico dal carattere difensivo (non avendo ancora i requisiti
per passare all' offensiva) ed antioccidentale che potrebbe includere anche la
futura Corea riunificata.
E'
chiaro che di fronte a queste prospettive l' interesse degli imperialisti
occidentali è quello di fermare la
Cina, di bloccare il suo sviluppo e la sua crescente influenza.
Di
conseguenza la Cina è entrata nel
mirino delle cancellerie occidentali che pensano di risolvere la crisi
economica forzando questo mercato con lusinghe e minacce (da piazza
Tien-an-men, a Taiwan, al Tibet è
questo è il vero scopo).
L'
attenzione a non compromettere i rapporti economici (clausola della nazione favorita) ed allo stesso tempo il timore dell' ascesa economica cinese, che
porta a rafforzare la supremazia militare (scudo spaziale), contraddistinguono
la politica di Washington che assume i classici connotati del "bastone e
della carota". I tentativi di penetrazione economica, le minacce per piegare il gigante asiatico fanno parte di una stessa politica di
condizionamento e contenimento strategico che
evolverà inevitabilmente verso
lo scontro armato interimperialistico. Non c' è dubbio che nel lungo periodo il
vero avversario degli Usa sarà la Cina socialimperialista, ex alleata nella
lotta contro il socialimperialismo sovietico.
Di
fronte alla pressione delle potenze rivali la borghesia cinese non è per nulla disposta a lasciarsi
strangolare. Essa si appoggia strumentalmente
su un proletariato che si muove
chiaramente in senso antimperialista e con istanze assai radicali ( un esempio
è stata l' energia frenata e repressa dopo il bombardamento della ambasciata a
Belgrado). D'altronde non potrebbe essere altrimenti. Quale borghesia potrebbe fare a meno della massa d'urto fornita dal proletariato per
regolare i conti con i propri rivali? Quale borghesia si rifiuterebbe di
chiamare a difesa della propria economia nazionale gli sfruttati per scorticarli ancora meglio a proprio
vantaggio ?
Ma
è proprio in questo contesto che la
classe operaia cinese - e più in generale le masse lavoratrice asiatiche (vedi
le vicende sudcoreane, in Thalandia, Filippine, ecc.) - hanno ripreso a muoversi andare ben oltre il
confine assegnato loro dalle classi dominanti, cominciando a porre la questione della propria emancipazione economica e sociale.
Dunque
all' interno della contraddizione tra occidente e Cina matura l' altra ben più
rilevante contraddizione tra
proletariato e borghesia imperialista che arriverà presto ad un punto
di svolta.
E'
questo fatto che rimetterà in
discussione le prospettive mondiali e il rapporto di forza tra le classi, non
l'ascesa della borghesia cinese che ha tutto l' interesse a stringere le catene
del proletariato
In
tale quadro quale deve essere l' azione del proletariato internazionale e del
movimento comunista? Quella di mistificare le cose dietro i discorsi sulla
"complessità del caso cinese", dietro gli "approcci non
schematici" utili a nascondere il carattere di classe dello stato cinese,
ad ingannare i proletari ed i popoli su una presunta transizione al socialismo della Cina? Quello di evitare di dire che lo scontro tra la borghesia cinese
e le altre borghesie rientra a pieno titolo nel campo delle contraddizioni
intercapitalistiche? Quello di esaltare il "caro compagno" Jang Zemin invece di denunciare la criminale
politica di sfruttamento del proletariato cinese ? Quello che nasconde in tutti
i modi il fatto che la Cina è un paese capitalista ? E' possibile confondere i
popoli che aspirano a liberarsi dal
giogo del capitale nazionale e internazionale con le classi dirigenti che li opprimono e li dominano ?
No.
La posizione dei comunisti deve essere chiara. Noi siamo contro le aggressioni
imperialiste occidentali ed a fianco
della classe operaia cinese, delle masse contadine e degli sfruttati asiatici
che sono il,vero obiettivo di queste aggressioni. Ciò non significa fare nostra
la difesa dei revisionisti al potere
perché l' interesse del proletariato internazionale non sta nel riequilibrare i
rapporti fra potenze capitalistiche ma nello spezzare il dominio borghese.
C'è
una sola via di uscita dalla crisi del capitalismo e del revisionismo. Per il
proletariato asiatico liberarsi dall' imperialismo vuol dire liberarsi dal
capitalismo, coincidere con la rivoluzione proletaria. Ciò significa che la
classe operaia cinese deve conquistare
il potere politico e stabilire la dittatura del proletariato per costruire il
socialismo.
Dobbiamo
avere fiducia negli sviluppi della lotta di classe in Cina. Il consolidamento
del capitalismo ed il crescente malcontento tra la classe operaia ed i
contadini stanno preparando le
condizioni obiettive per la rivoluzione proletaria.
Ma per fare questo, per vincere sulla borghesia
e sull' imperialismo mondiale è necessario che anche in Cina venga ricostruito
un vero partito marxista-leninista. Questa è la strada da seguire contro il
revisionismo, e in ciò deve conoscere l' aiuto del movimento comunista internazionale
che non può certo ritrovarsi sulla base di risoluzioni ambigue.
Di
più. Pensiamo che senza tirare un precisa linea di demarcazione fra le correnti
comuniste e quelle revisioniste, opportuniste, democratico-borghesi, ecc.,
nemmeno una vera lotta antimperialista e conseguentemente democratica può
essere portata avanti con successo, in quanto si ricadrà sempre sotto l'
egemonia borghese.
Per
quanto riguarda l' utilizzo delle contraddizioni intercapitalistiche nell'
interesse della rivoluzione siamo dell'
opinione che tale questione sia di grande importanza nella strategia e nella
tattica comunista. Ma il primo passo per seguire una giusta politica è
riconoscere appunto che sin tratta di contraddizioni fra nemici della classe
operaia, che in determinate condizioni possono essere sfruttate al pari di una riserva indiretta della rivoluzione proletaria. Al di fuori di
una concreta analisi marxista-leninista
di queste contraddizioni e della loro intensificazione, delle forme e dei mezzi per sfruttarle, non è
possibile trarre alcun beneficio per
la causa del Socialismo. In ogni caso lo sfruttamento di queste
contraddizioni deve portare alla
crescita, al rafforzamento, alla mobilitazione del movimento rivoluzionario e comunista e non al suo indebolimento,
non alla confusione ideologica ed allo sbandamento politico, non alle illusioni
sul conto di questo o quel paese pseudo-socialista.
In definitiva, il
nostro approccio alla questione è totalmente opposto a quello revisionista aperto o camuffato, a tutte quelle tesi
che, seppur prudentemente non giungono al punto di definire la Cina un paese
socialista, non si distanziano molto da quelle sostenute in Italia ed all'
estero dai vecchi brezneviani e denghisti riciclati, in quanto rappresentano una
flagrante deviazione dal marxismo-leninismo ed un puntello alla strategia della
borghesia.
Le posizioni
apertamente revisioniste filocinesi, nonché le posizioni che spacciano la Cina
per un paese "antimperialista", rappresentano un pericoloso spostamento a destra nel panorama mondiale
del movimento comunista, che servirà a dividere il movimento di lotta del
proletariato e dei popoli ed il movimento marxista-leninista che si è formato
nella lotta contro il moderno revisionismo. Non può sfuggire il fatto che il
concepire la Cina come una potenza indipendente ed antimperialista implica la
difesa e l' appoggio del proletariato internazionale alla borghesia cinese e
ciò vuol dire non tenere conto degli interessi della rivoluzione mondiale ma
solo degli interessi di un rapace stato socialimperialista. Queste tesi e
posizioni controrivoluzionarie vanno
contro i principi
marxisti-leninisti e contro gli
interessi del Socialismo. Sono tesi e
posizioni false, politicamente sbagliate e controproducenti dato che non ci
fanno fare alcun passo avanti, anzi ci
fanno compiere molti passi indietro perché aiutano il capitalismo agonizzante e
gli ridanno fiato.
Non possiamo difendere per alcuna ragione le cricche
reazionarie che governano oggi la Cina e non possiamo permetterci di fare
confusioni sul concetto di socialismo che tanto giova ai revisionisti. Non
possiamo fare ciò neanche per il fatto che oggi la dirigenza cinese è in
contrasto con l' imperialismo USA. Se facessimo questo ed appoggiassimo la
borghesia cinese ciò significherebbe
accettare di sacrificare la
lotta e gli sforzi che il proletariato
conduce in quel paese, come negli altri paesi capitalisti, per spezzare
le catene della schiavitù, significherebbe sabotare l' avvenire della
rivoluzione mondiale e della liberazione dei popoli.
Siamo per una
lotta ideologica senza compromessi contro l' opportunismo ed il revisionismo,
sia a livello nazionale che internazionale. Siamo per una completa depurazione
delle organizzazioni comuniste dagli elementi
revisionisti, nella convinzione che la lotta contro l' imperialismo è
strettamente legata a quella contro l' opportunismo se non vuole essere una
frase priva di senso o una frode. Siamo
per seguire non la via cinese controrivoluzionaria ed antimarxista, bensì la via rivoluzionaria
marxista-leninista.