La Cina, paese socialista?
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i sono ancora molti compagni i
quali credono, in buona fede, che la Cina stia costruendo il socialismo e che
il PCC revisionista sia un Partito comunista. I revisionisti cinesi, coprendosi
con una fraseologia marxista sulla presunta costruzione di un «socialismo con
caratteristiche cinesi» e ostentando superficiali orpelli comunisti nei
Congressi di partito e nelle cerimonie ufficiali, stanno in realtà costruendo un capitalismo selvaggio basato sul brutale
sfruttamento del proletariato cinese. Le menzogne dei revisionisti
disorientano le masse e ostacolano il processo di maturazione del proletariato
di quell'immenso paese verso futuri sbocchi rivoluzionari.
Dieci anni
fa, la Cina era la tredicesima potenza commerciale del mondo, dietro Taiwan;
oggi essa occupa il sesto posto. Benché il suo Prodotto Interno Lordo sia pari attualmente a 1/10 di
quello americano, a 1/3 di quello giapponese e a 1/4 di quello mondiale, la
Cina già oggi contribuisce per il 17,5% alla crescita mondiale; e, secondo
alcuni esperti, in meno di cinquant'anni, supererà gli Stati Uniti d'America se
non imploderà prima, in seguito allo scoppio delle sue sempre più gravi
contraddizioni interne.
La
Cina ha compiuto nel corso di una generazione le trasformazioni che i paesi
dell'Occidente europeo hanno compiuto in centocinquant'anni. L'Impero del
Centro vive attualmente una rivoluzione industriale paragonabile a quella che
l'Europa ha conosciuto alla fine dell'Ottocento, che si traduce in un gigantesco esodo di contadini poveri
i quali stanno fornendo ai nuovi capitalisti una manodopera inesauribile,
«taillable et corvéable à merci» (come si diceva della plebe rurale francese
prima del 1789). L'esodo rurale è di proporzioni bibliche: da qui al 2030,
trecento milioni di cinesi
abbandoneranno la terra per trasferirsi nelle città, i cui abitanti fra una
trentina d'anni supereranno la cifra di un miliardo di persone.
Le
affermazioni dei revisionisti cinesi secondo i quali il saggio di sviluppo
economico viene mantenuto attraverso la supremazia del settore statale sono
false. Il tasso di privatizzazione del
settore statale è in continuo aumento, e non riguarda soltanto le imprese
pubbliche in difficoltà, ma anche quelle in attivo, che vengono privatizzate
mediante l'emissione di azioni e la vendita di queste in Borsa. Naturalmente, i
titoli azionari più remunerativi finiscono nelle mani dei dirigenti di impresa
e dei capitalisti che si sono arricchiti
rapinando il settore privato.
La classe operaia tradizionale continua a
lavorare nelle rare imprese statali sopravvissute alle «riforme» tenghiste e
post-tenghiste. Ma negli ultimi cinque anni è stata colpita da 30 milioni di licenziamenti, e ha subìto un tale
grado di dequalificazione che i figli dei vecchi operai preferiscono non
usufruire del diritto di succedere ai loro genitori nei posti di lavoro che
quelli occupavano nelle vecchie
fabbriche, e riconvertono la propria posizione sociale gettandosi nel settore
del piccolo commercio o dei servizi.
Il
cosiddetto «miracolo economico cinese» è il frutto del lavoro di più di 140
milioni di nuovi proletari, che
lavorano sette giorni su sette, per più
di dieci ore al giorno, con mansioni ripetitive e pericolose, subendo abusi
ed arbitri senza limiti, senza possibilità di costituire dei sindacati che
assicurino loro una reale difesa.
Solo il
15% di essi guadagna più di 500 yuan (pari a 50 euro) al mese; per la
stragrande maggioranza dei «nuovi proletari» vi sono soltanto salari miserabili, diritti sociali
inesistenti o malsicuri. Un esempio tratto dalla produzione di articoli
sportivi può dare un'idea del saggio di sfruttamento degli operai cinesi. Un
paio di scarpe da tennis prodotte in Cina sono vendute in Occidente a un prezzo
che oscilla fra i 50 e i 100 dollari USA; per produrre quel paio di scarpe
l'operaio cinese riceve il salario di un dollaro.
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