Dal
corporativismo fascista al corporativismo… democratico
Dopo l'accordo separato
sulla struttura dei contratti di lavoro firmato a Palazzo Chigi,
insieme alla Confindustria, da CISl,
UIL e UGL, che trasforma il sindacato in un organo consociativo di cogestione,
il Ministro del Welfare Sacconi
ha parlato di «accordo di portata storica», perché - ha detto - l'accordo
separato sostituisce alle «relazioni industriali» basate su un «approccio conflittuale»
un nuovo tipo di relazioni basate su un modello «conciliativo».
Poiché dal ministro berlusconiano è stata evocata la Storia, diamole sùbito
la parola, ed essa ci mostrerà con assoluta chiarezza a quale spirito si ispira il patto firmato, sulla pelle dei
lavoratori, dalla Confederazione della Marcegaglia e
dai dirigenti filopadronali di quelle tre centrali
sindacali.
Il 21 dicembre 1923,
nella riunione congiunta svoltasi a Roma sotto la presidenza di Benito Mussolini, la Confederazione Generale dell'industria
italiana e la Confederazione Generale delle corporazioni fasciste approvavano
un ordine del giorno nel quale, intendendo
«armonizzare la propria azione con le direttive del Governo Nazionale che ha
ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde
volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai
come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le
fortune della Nazione», affermavano «il
principio che l'organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio
dell'irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma
ispirarsi alla necessità
di stringere
sempre più cordiali rapporti tra i
singoli datori di lavoro e i lavoratori» (cfr. Alberto Acquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi
1965, p. 435).
E la fascistissima
«Carta del Lavoro» del 1927 affermava, al suo punto IV: «Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la
solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi
dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi
superiori della produzione».
Conciliazione, dunque. E' la parola d'ordine che l'attuale
classe dominante, e alcune alte cariche istituzionali, ripetono
continuamente. Conciliazione fra gli
italiani, tra fascismo e antifascismo, fra partigiani e torturatori
repubblichini, fra lo Stato italiano e la Chiesa reazionaria di Ratzinger, e adesso - come vorrebbero Sacconi, Bonanni e Angeletti -
conciliazione fra padroni ed operai, tra sfruttatori e sfruttati.
La CGIL, sotto la
pressione delle grandi lotte condotte, negli ultimi mesi, da masse crescenti di
operai e di lavoratori, non ha firmato.
E contro il vergognoso accordo di Palazzo Chigi si
sono pronunciate anche le varie sigle del sindacalismo di base.
Nelle fabbriche già sono partiti gli scioperi contro l’attacco
ai salari ed alle libertà dei lavoratori. Occorre estendere al massimo la
mobilitazione con una politica di fronte unico anticapitalista. Partecipiamo
tutti allo sciopero generale indetto dai metalmeccanici della FIOM e dai
lavoratori pubblici per il prossimo 13 febbraio, con una grande manifestazione
a Roma!
Ai nuovi corporativisti che vorrebbero eliminare dai rapporti di
lavoro ogni aspetto «conflittuale» rispondiamo con forza: lotta di classe, lotta di classe, lotta di classe!
25 gennaio 2009 Piattaforma Comunista