Rivoluzione
socialista e dittatura del proletariato
nel
pensiero leninista e nell'esperienza storica del bolscevismo
di Aldo Serafini
(pubblicato sul Bollettino a cura
del Corso di formazione dei comunisti,
Casa del Popolo Andrea del Sarto - FI)
Parte prima: La teoria leninista della rivoluzione
democratica e della rivoluzione socialista
Una
premessa: la mia introduzione al dibattito di questa sera non sarà neutrale.
Sosterrò delle tesi di cui, come marxista-Ieninista, sono profondamente
convinto e che non credo affatto siano pacifiche e scontate all'interno del
movimento comunista; mi auguro, quindi, che possa scaturirne un dibattito
reale. Nel processo, oggi in corso in Italia, di ricostruzione del Partito
comunista, abbiamo tutti bisogno di riappropriarci fino in fondo della teoria:
come Lenin non si stancava di ripetere, "senza teoria rivoluzionaria, non
vi è movimento rivoluzionario".
Cercherò
di chiarire, sul tema proposto, una serie di nodi e di problemi
teorici e politici; i compagni noteranno un preciso collegamento con la mia
introduzione sul significato storico della Comune di Parigi, che aveva già
consentito di mettere a fuoco alcune questioni essenziali della teoria marxista
del potere.
Data
la vastità dell'argomento, mi è sembrato opportuno dividere in due parti
l'introduzione (e il dibattito), in modo da concentrare questa sera la nostra
attenzione soltanto sulla teoria leninista della rivoluzione; propongo,
quindi, di affrontare in un dibattito successivo le questioni della dittatura
proletaria, cioè dell'esercizio del potere politico dopo la vittoria
rivoluzionaria.
1)
Un primo punto va subito sottolineato: esiste una teoria leninista della
rivoluzione, una teoria completa e organica. Si pensa, di solito, che
Lenin abbia portato dei fondamentali contributi allo sviluppo del marxismo nel
campo della teoria del partito e nell' analisi dell' imperialismo;
la teoria leninista della rivoluzione o è data per scontata, o è ignorata. Alla
radice del revisionismo moderno vi è l'esplicito rifiuto della teoria
leninista della rivoluzione proletaria,
o la sua furbesca elusione, o il suo tacito abbandono.
La
teoria di Lenin, elaborata nel corso della prima rivoluzione (quella del 1905)
e nel corso delle due rivoluzioni del 1917 (quella di Febbraio e quella di
Ottobre) ha trovato la sua conferma storica nella lunga esperienza pratica del
bolscevismo, sotto la direzione politica prima di Lenin e poi di Stalin.
2)
La teoria rivoluzionaria del bolscevismo ha il suo fondamento scientifico
nel materialismo storico, nell'analisi materialistica delle classi sociali,
del loro rapporto con i mezzi di produzione in base allo sviluppo
storicamente raggiunto dalle forze produttive. Si fonda, dunque, su una
ricognizione marxista della struttura della società (non separandola,
certo, da una ricognizione anche delle sovrastrutture politiche e ideologiche,
ma guardando, in primo luogo, alla struttura di una formazione
economico-sociale, alla posizione che in essa occupano le varie classi
sulla base dei loro interessi materiali). L'abbandono dell'analisi
materialistica della società è una delle fondamentali caratteristiche del
revisionismo, da cui sono derivate tutte le illusorie fumisterie, tutti i vuoti
castelli
di carta che esso ha costruito - nel corso di lunghi decenni - su un terreno
meramente ideologico e "culturale".
Una
seconda precisazione è necessaria, contro la banalizzazione piccolo-borghese
del concetto di rivoluzione, oggi inflazionato fino a designare fenomeni di
vita e di costume fra i più eterogenei e insignificanti. In che consiste, dal
punto di vista marxista, una rivoluzione? Essa è il passaggio del potere
politico statale da una classe a un'altra classe sociale. Per fare
tre esempi chiarissimi: la Rivoluzione francese e la Rivoluzione d'Ottobre furono
realmente delle rivoluzioni, perchè nella prima il potere politico statale
passò dalle mani dell'aristocrazia a quelle della borghesia, e nella seconda
passò dalle mani della borghesia a quelle del proletariato; la cosiddetta
"rivoluzione fascista" (come la chiamavano pomposamente i suoi
autori) non fu affatto una rivoluzione, perchè prima del 1922-26 il potere
politico di Stato si trovava, in Italia, nelle mani della borghesia, e, dopo
l'avvento al potere del fascismo, continuò ad essere saldamente nelle mani
della stessa classe borghese.
Un'
ultima puntualizzazione. n leninismo ha elaborato anche una teoria organica
della rivoluzione nei paesi coloniali e semicoloniali: ma ad essa non
farò riferimento in questa mia introduzione, perchè l'argomento - di estrema
importanza nell'epoca dell'imperialismo - merita una discussione a parte, che
mi auguro possa avvenire in altra occasione.
3)
La teoria rivoluzionaria del bolscevismo è una teoria nuova rispetto a quella
della II Internazionale, basata su una falsa interpretazione, economicistica
e deterministica, del materialismo storico. Il leninismo fa giustizia di
questa errata e impotente interpretazione, risuscita il contenuto
rivoluzionario del marxismo e lo sviluppa in una integrale strategia
della rivoluzione, affrontando e risolvendo sia i problemi decisivi della
rivoluzione democratica, sia quelli della rivoluzione proletaria
che ha per obbiettivo il socialismo. Ognuna di esse ha le sue forze motrici
(le classi sociali che vi partecipano): nel passaggio dall'una all'altra
rivoluzione, cambiano le forze motrici, muta lo schieramento di
classe rivoluzionario, cambiano le alleanze del proletariato.
Fondamentali
sono le indicazioni contenute nella classica opera scritta da Lenin nel 1905 Due
tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, in cui egli
affronta le questioni della prima rivoluzione russa e indica anche i compiti
del proletariato per gli anni futuri, che culmineranno nella Rivoluzione
d'Ottobre del 1917:
"il
proletariato deve condurre a termine la rivoluzione democratica legando
a se la massa dei contadini, per schiacciate con la forza la resistenza dell'autocrazia
e paralizzare l'instabilità della borghesia.
"Il
proletariato deve fare la rivoluzione socialista legando a se la
massa degli elementi semiproletari della popolazione, per spezzare con la
forza la resistenza della borghesia e paralizzare l'instabilità dei contadini
e della piccola borghesia.
"Tali
sono i compiti del proletariato "(Due tattiche).
La
teoria rivoluzionaria di Lenin è teoria della "rivoluzione
ininterrotta", (che nulla ha a che vedere con la concezione trotzkista
della "rivoluzione permanente"): "Dalla rivoluzione democratica
cominceremo subito, nella misura delle nostre forze, delle forze del
proletariato cosciente e organizzato, a passare alla rivoluzione socialista.
Noi siamo per la rivoluzione ininterrotta. Non ci arresteremo a metà
strada" (Due tattiche).
Chiaro
e pertinente è il commento di Stalin a queste indicazioni di Lenin:
"Questa
concezione di Lenin era la nuova teoria della rivoluzione socialista,
realizzata non dal proletariato isolato contro tutta la borghesia, ma
dal proletariato egemone che ha per alleati gli elementi semiproletari
della popolazione, ossia innumerevoli "masse di lavoratori e di
sfruttati". [...} I socialdemocratici dell' Europa occidentale ritenevano
che, nella rivoluzione socialista, il proletariato sarebbe stato solo contro
tutta la borghesia, senza alleati, contro tutte le classi e gli strati non
proletari. [...] I socialdemocratici dell'Europa occidentale ritenevano perciò
che le condizioni per la rivoluzione socialista in Europa non fossero ancora
mature e lo sarebbero divenute solo allorchè il proletariato fosse divenuto la
maggioranza della nazione, la maggioranza della società, conseguentemente
all'ulteriore sviluppo economico della società" (Storia del Partito
Comunista (bolscevico) dell'URSS ).
4)
Chiave di volta della strategia leninista della rivoluzione è, dunque, la
teoria - e la pratica - dell' egemonia del proletariato, che si
contrappone nettamente all'economicismo, a entrambe le varianti
dell'economicismo, apparentemente opposte, ma le cui radici sono comuni:
-
l'economicismo che
punta sullo sviluppo economico del capitalismo (riformismo classico,
secondo il quale si giunge al socialismo senza rottura rivoluzionaria,
attraverso una successione di riforme, consentite appunto dal crescente
sviluppo capitalistico e dalla presunta crescente "
democratizzazione" dello Stato borghese):
-
I' economicismo che
punta, invece, le sue carte sul meccanicistico e irresistibile procedere di
una crisi economica - più o meno breve o lunga - del capitalismo, che
spinge in modo indifferenziato le masse alla rivoluzione (concezione che è alla
base di ogni avventurismo ed estremismo antileninista).
Naturalmente,
quando parlo di egemonia mi riferisco alla concezione rivoluzionaria
dell'egemonia, così come è stata elaborata da Lenin, da Stalin e da Gramsci,
non alla sua deformazione revisionista, di cui sono stati artefici - in
Italia - Palmiro Togliatti e il gruppo dirigente togliattiano del PCI, che l'
hanno sradicata dai suoi fondamenti materialistici e classisti e l' hanno
intesa idealisticamente come una direzione puramente culturale,
suscettibile di essere gradualmente estesa a tutta la società mentre sono
ancora imperanti i rapporti di produzione capitalistici.
5}
Essenziale, nella teoria leninista della rivoluzione, è il concetto di situazione
rivoluzionaria, a cui si giunge dopo un lungo periodo di accumulazione
delle forze e di costante "assedio alla fortezza nemica"
(Lenin}, Un assedio fatto di prolungate lotte di massa in ogni campo e ad ogni
livello della società. La situazione rivoluzionaria coincide con una
particolare congiuntura politica, con una particolare "svolta
degli avvenimenti", che consente - dopo il lungo periodo di
accumulazione delle forze - l'assalto proletario per la presa del
potere. Lenin ammonisce che le situazioni rivoluzionarie si presentano molto
raramente nel corso della storia, e che - quando tutte le condizioni
oggettive sono mature per la rivoluzione - spetta all'elemento
soggettivo, cioè al Partito comunista, saper cogliere il momento decisivo e guidare il proletariato
all'abbattimento del potere borghese; se ciò non avviene, la situazione
rivoluzionaria si esaurisce, e il compito - per l'avanguardia comunista del
proletariato - ridiventa quello di una nuova accumulazione delle forze.
Nell'
epoca dell'imperialismo, si creano - in determinati momenti - situazioni
rivoluzionarie che, per effetto della legge dell' ineguale sviluppo del
capitalismo, consentono la rottura della catena imperialistica mondiale nel
suo anello debole (o in più anelli deboli}, cioè nel punto nodale,
nel punto di convergenza di tutte le contraddizioni dell'imperialismo
mondiale. Per esempio, nel 1917 fu la Russia il punto di convergenza di tutte
queste contraddizioni.
6)
Le varie fasi di sviluppo che attraversa la rivoluzione proletaria si possono
così sintetizzare:
-
LA FASE DI PREPARAZIONE della
rivoluzione: "assedio alla fortezza nemica" (Lenin), "guerra di
posizione" (Gramsci). E' la fase che attraversiamo oggi in Italia. Anche
in questo periodo, relativamente lungo, di accumulazione delle forze è decisivo
il ruolo del partito comunista (ricostruirlo è oggi il compito principale
dei comunisti}. E poichè il primo compito del partito è la conquista dell' avanguardia
cosciente del proletariato, fondamentale è il lavoro di propaganda e di
agitazione da svolgere in seno alla classe operaia.
-
LA SITUAZIONE RIVOLUZIONARIA. Essa
si manifesta con tre sintomi principali, analizzati da Lenin soprattutto
in due suoi scritti: Il fallimento della II Internazionale e L'estremismo,
malattia infantile del comunismo):
- la classe dominante si è indebolita a tal
punto, per effetto delle sue prolungate zuffe interne, da non essere più in
grado di governare come prima; l'apparato repressivo della borghesia entra in
decomposizione.
-
le forze intermedie
della democrazia piccolo-borghese si sono ormai completamente screditate con
i loro fallimenti pratici (esaurimento del ciclo politico dei partiti
opportunisti). Compito del partito comunista: disgregare questi partiti
politici intermedi, che rappresentano altrettanti ostacoli sulla via della
rivoluzione proletaria.
-
nel quadro di un
grande aumento dell'attività delle masse, che si orientano decisamente
verso l'azione rivoluzionaria, il proletariato sente come ormai
intollerabili le sue condizioni di vita economiche e sociali ed è pronto - come
dice Lenin - ad "affrontare anche la morte" per dare l'assalto al
potere sotto la guida del partito comunista.
Nel
loro insieme, queste condizioni esprimono non una semplice crisi di governo, ma
una crisi politica di tutta la nazione (Lenin). A questo punto, la situazione
è matura per la battaglia decisiva. (In condizioni storiche particolari -
come quella che vi fu in Russia tra il febbraio e l'ottobre 1917 - può crearsi,
prima dello scontro finale, una situazione breve e transitoria di dualismo
di potere, come quello che oppose in Russia i soviet al governo
provvisorio).
-
L'INSURREZIONE. Noi comunisti non siamo blanquisti, non crediamo che la
rivoluzione proletaria possa essere attuata con un colpo di mano di un pugno di
congiurati. Condizione fondamentale per l'assalto al potere borghese è la
conquista della maggioranza (politicamente attiva) del proletariato da
parte della sua avanguardia comunista, il Partito, il quale deve essere
riuscito anche a neutralizzare -
con la sua tattica politica - la maggioranza degli strati intermedi
piccolo borghesi, paralizzandone l'instabilità.
La
guerra civile, la lotta armata per la presa del potere, è l'ultima
fase nella quale culmina la lotta rivoluzionaria nei paesi ad alto o medio
sviluppo capitalistico. Come marxista-leninista, io critico decisamente la
tendenza (oggi presente in alcune forze rivoluzionarie) ad applicare a tutte
le rivoluzioni del nostro tempo (comprese quelle del proletariato dei paesi
capitalistici) la categoria di "guerra rivoluzionaria di lunga durata",
arbitrariamente estrapolata dalle rivoluzioni dei paesi coloniali e
semicoloniali.
La
presa del potere non esaurisce la rivoluzione. Essa non è che un momento,
anche se decisivo, della rivoluzione proletaria: la lotta di classe
continua, anche se in modo diverso, per tutto il periodo di transizione
(costruzione del socialismo sotto la dittatura proletaria) fino al comunismo.
-------
Parte seconda: La dittatura del proletariato (i suoi
compiti,
i suoi organi, il ruolo della classe, il ruolo del
partito)
Nella
prima parte del nostro dibattito abbiamo analizzato e discusso la teoria
leninista della rivoluzione. Questa seconda parte della mia introduzione è
dedicata al tema fondamentale, decisivo e discriminante della teoria
politica marxista: quello della dittatura del proletariato. Dittatura di
una classe sociale (contro il punto di vista borghese volgare, per il
quale non vi è altra dittatura se non quella di un individuo, il cui
imperio è sinonimo di sfrenata ambizione personale, arbitrio e sopraffazione).
1)
Non è possibile, nei limiti del nostro "corso di formazione",
svolgere un'analisi esauriente dei precedenti storici dell'idea marxista
della dittatura del proletariato: è sufficiente ricordare che le prime
riflessioni politiche, ancora parziali, sulla necessità di una dittatura
proletaria per la vittoria rivoluzionaria sulla borghesia sfruttatrice
furono il frutto del bilancio politico compiuto dai rappresentanti dell'ala
sinistra del giacobinismo francese, nella linea Babeuf - Buonarroti - Blanqui.
Ma
è solo con Marx ed Engels che vengono gettate le basi di una compiuta teoria
scientifica della dittatura del proletariato, alla cui ulteriore
elaborazione Lenin e Stalin daranno, in seguito, apporti decisivi, in stretto
legame con la pratica storica del bolscevismo.
2)
Due sono le ragioni che costituiscono i fondamenti della teoria marxista
della dittatura proletaria.
La
prima è una ragione storica, di carattere generale, che il marxismo trae
dal bilancio delle rivoluzioni che hanno preceduto la rivoluzione proletaria.
Nessuna
classe oppressa ha mai potuto accedere al dominio senza attraversare un
periodo di dittatura, cioè di conquista del potere politico e di repressione
violenta della resistenza furiosa che alla classe rivoluzionaria hanno
sempre opposto i suoi antagonisti di classe. Basti ricordare la dittatura di
Cromwell e delle "teste rotonde" in Inghilterra nel secolo XVII, e la
dittatura di Robespierre e del Comitato di Salute Pubblica in Francia nel
secolo successivo.
La
seconda è una ragione specifica, che attiene al carattere particolare
della rivoluzione proletaria rispetto alle rivoluzioni borghesi che l' hanno
storicamente preceduta.
Qual
è la differenza fondamentale fra le due rivoluzioni?
Mentre,
nelle rivoluzioni borghesi, i rapporti di produzione capitalistici si erano
già sviluppati in seno alla società feudale prima della rivoluzione e la borghesia doveva soltanto abbattere
il potere politico in possesso dell'aristocrazia feudale e costruire il proprio
Stato, il proletariato deve, invece, impadronirsi del potere politico per
introdurre i rapporti di produzione socialisti trasformando da cima a fondo
l'economia e la società, perché i rapporti di produzione socialisti non si
sviluppano mai spontaneamente in seno alla società capitalistica. La
democrazia proletaria non è una democrazia che, come quella borghese, vive sul terreno
della proprietà privata, ma una democrazia che si sviluppa sulla base della
lotta per l'abolizione della proprietà privata.
3)
La dittatura del proletariato è un milione di volte più democratica di ogni
forma di dittatura borghese, perché è dittatura della maggioranza della
popolazione lavoratrice su una minoranza di sfruttatori.
E'
una democrazia di tipo superiore rispetto alla democrazia parlamentare
borghese. La repubblica borghese, anche la più democratica, è soltanto una
macchina statale che consente a una minoranza di capitalisti di opprimere, di
schiacciare la classe operaia e le masse lavoratrici: da un lato, le libertà di
parola, di riunione, di associazione sono perennemente limitate e
condizionate dalla strapotenza del denaro, del capitale; dall'altro, la
borghesia, quando vede realmente minacciato il proprio potere dal proletariato
avanzante, non esita a distruggere quelle stesse limitate libertà e a
trasformare il proprio Stato in una aperta dittatura fascista.
Nella
dittatura proletaria, invece, l'intero apparato statale ha come fondamento
unico e permanente l'organizzazione di massa delle classi (operai e
semiproletari) che si sono liberate vittoriosamente dal capitalismo
(Lenin).
-
Suo compito politico: la distruzione violenta della macchina statale
borghese e la sua sostituzione con un nuovo tipo di Stato (uno Stato del tipo
della Comune di Parigi).
-
La sua sostanza economica: essa "realizza un più alto tipo di
organizzazione sociale del lavoro rispetto al capitalismo" (Lenin), per la
costruzione di un'economia e di una società socialista, fase di transizione per
il passaggio a una società senza classi e senza Stato, la società comunista.
4)
Contro le concezioni opportuniste della socialdemocrazia, l'ampia esperienza
storica del XX secolo ha dimostrato che, quando la rivoluzione proletaria è
all'ordine del giorno, non esistono vie di mezzo o "terze vie".
L'unica
alternativa è: o dittatura della borghesia o dittatura del proletariato.
Come
scrive incisivamente Lenin: "Il punto essenziale, che i socialisti non
comprendono e in cui consiste la loro miopia teorica, la loro soggezione ai
pregiudizi borghesi e il loro tradimento politico nei confronti del
proletariato è che nella società capitalistica, di fronte all'acuirsi più o
meno forte della lotta di classe che ne costituisce il fondamento, non può
esistere nulla di intermedio tra la dittatura della borghesia e la dittatura
del proletariato. Ogni sogno di una qualsiasi terza via è querimonia
reazionaria piccolo-borghese".
E'
quanto ribadivano le Tesi di Lione, approvate - sotto la direzione
rivoluzionaria di Antonio Gramsci - dal Partito Comunista d'Italia nel suo III Congresso
del 1926. A proposito della parola d'ordine intermedia del "governo
operaio e contadino", che il partito agitava in quegli anni per far
comprendere "anche alle masse più arretrate la necessità della conquista
del potere" e "per portarle sul terreno che è proprio
dell'avanguardia proletaria più evoluta (lotta per la dittatura del
proletariato)", la tesi n. 44 precisava che tale parola d'ordine "non
corrisponde a una fase reale di sviluppo, storico": "Una
realizzazione di essa, infatti, non può essere concepita dal partito se non
come inizio di una lotta rivoluzionaria diretta, cioè della guerra civile
condotta dal proletariato, in alleanza con i contadini, per la conquista del
potere. il partito potrebbe essere portato a gravi deviazioni dal suo compito
di guida della rivoluzione qualora interpretasse il governo operaio e contadino
come rispondente ad una fase reale di sviluppo della lotta per il
potere, cioè se considerasse che questa parola d'ordine indica la possibilità
che il problema dello Stato venga risolto nell'interesse della classe
operaia in una forma che non sia quella della dittatura del proletariato".
Esauritosi
in Russia nel 1917, con la vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, il periodo
transitorio del "dualismo di potere", i bolscevichi non esitarono
a sciogliere l' Assemblea Costituente quando risultò evidente che i Soviet
rappresentavano l'autentica base di massa della democrazia proletaria.
Se la conquista del Palazzo d'Inverno rappresentò, a Pietrogrado, l'epilogo
della lotta proletaria sul piano politico-militare, lo scioglimento dell'
Assemblea Costituente rappresentò il decisivo momento di rottura
rivoluzionaria con la continuità dello Stato sul piano
politico-istituzionale.
Dobbiamo
sempre ricordarlo, contro tutte le soluzioni piccolo-borghesi che
l'opportunismo socialdemocratico (soprattutto quello "di sinistra")
ha sempre invocato - e continuerà anche in futuro ad invocare -per la soluzione
del problema dello Stato. Esempio caratteristico, la linea proposta da Otto Bauer
e dall'austromarxismo in quegli anni decisivi per la sorte della rivoluzione
proletaria in Europa: creare soviet anche in Austria sull'esempio russo, ma legalizzarli
entro il sistema costituzionale borghese, concedere loro diritti statali
(il diritto di sospendere le decisioni dell'Assemblea nazionale, il diritto di
promuovere referendum popolari, ecc.);
collegare, insomma, organicamente il sistema dei Soviet (cioè la dittatura
del proletariato) con l' Assemblea nazionale (cioè con la dittatura
della borghesia).
5)
Essenza politica della dittatura proletaria non è, come sosteneva
Kautsky contro Lenin, una semplice condizione di dominio di una classe
su un'altra, a cui il proletariato potrebbe giungere anche per via pacifica
attraverso una maggioranza parlamentare, ma uno stato di violenza
rivoluzionaria di una classe contro un'altra: l'abbattimento dello Stato
borghese da parte della classe proletaria e dei suoi alleati non è un
rivolgimento pacifico.
Per
quanto riguarda la sua nascita, la dittatura proletaria non è predeterminata
da alcuna legge: essa nasce dall'iniziativa rivoluzionaria delle masse
popolari. Per quanto riguarda il suo esercizio, il potere proletario non
è limitato da alcuna legge. Nello Stato socialista di transizione esiste,
naturalmente, una legalità socialista, un insieme di norme che debbono essere
rispettate; ma la dittatura del proletariato non è uno Stato di diritto.
6)
Per quanto riguarda la sua forma politica, la dittatura del proletariato
ha assunto storicamente, nel XX secolo, forme diverse. I Consigli dei
deputati operai e dei soldati (Soviet) in Russia e - ma per un tempo assai
breve - in Baviera e in Ungheria, dopo la prima guerra mondiale. Altre forme,
dopo la seconda guerra mondiale: i Consigli popolari (Albania); le Assemblee
popolari e i Comitati popolari (Cina); le Assemblee popolari e i Comitati
popolari (Corea del Nord); i Comitati del Fronte nazionale (Cecoslovacchia); i
Comitati del Fronte patriottico (Bulgaria), ecc. Dopo la seconda guerra
mondiale i Comitati di Fronte nelle democrazie popolari, anche quando hanno
avuto, per i primi anni della loro esistenza, compiti fondamentalmente
democratici e antimperialisti, a partire da un certo momento in poi - cioè col
passaggio ininterrotto alla rivoluzione socialista - hanno assolto gli
stessi compiti della dittatura del proletariato che in Russia furono assolti
dai Soviet.
Questi
organismi (Soviet, Consigli e comitati popolari, Comitati di Fronte, ecc.), che
nascono inizialmente come organismi di massa e di lotta, debbono tendere
a trasformarsi dialetticamente - nel corso del processo rivoluzionario - prima
in embrioni di potere proletario e, dopo la vittoria definitiva della
rivoluzione, in organismi statali. Due esempi in positivo: Russia 1917,
Cecoslovacchia 1948. Un esempio negativo: la sorte dei Comitati di Liberazione
Nazionale (CLN) in Italia, rapidamente liquidati dalla borghesia (senza
adeguata reazione da parte del gruppo dirigente revisionista del PCI) dopo la
vittoriosa insurrezione partigiana del 1945.
7)
Una volta compiuta questa loro trasformazione, i Soviet e gli altri organismi
ad essi affini diventano strutture di potere dello Stato proletario, uno
Stato del tipo della Comune di Parigi. Il loro compito, come Lenin ha
ampiamente illustrato in alcuni suoi scritti fondamentali (Stato e
rivoluzione, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, le Tesi per il I
e per il II Congresso dell'Internazionale Comunista, ecc.) è quello di
avvicinare sempre più le masse lavoratrici all'apparato amministrativo mediante
la fusione del potere legislativo e del potere esecutivo, e di dar vita
a un nuovo tipo di rappresentanza politica, mediante la sostituzione
delle circoscrizioni elettorali puramente territoriali - tipiche del sistema
rappresentativo borghese - con unità elettorali fondate sui luoghi di
produzione e di lavoro (fabbriche, officine, laboratori, cantieri, aziende
agricole, uffici, ecc.), il mandato imperativo imposto agli eletti, il
controllo permanente sui deputati e la loro revoca in caso di inadempienza ai
loro doveri.
Su
questo nuovo tipo di Stato rappresentativo, è del più alto interesse
riportare alcune riflessioni svolte da Gramsci in carcere negli anni Trenta.
In
una nota dei suoi Quaderni, dopo essersi riferito alle accuse che le destre
borghesi hanno sempre mosso al regime parlamentare e al sistema dei partiti,
Gramsci osserva: "Che il regime rappresentativo possa politicamente
"dar noia" alla burocrazia di carriera s'intende; ma non è questo il
punto. Il punto è se il regime rappresentativo e dei partiti, invece di essere
un meccanismo idoneo a scegliere funzionari eletti che integrino ed equilibrino
i burocrati nominati, per impedire ad essi di pietrificarsi, sia divenuto un
inciampo e un meccanismo a rovescio e per quali ragioni. Del resto, anche
una risposta affermativa a queste domande non esaurisce la quistione: perché
anche ammesso (ciò che è da ammettere) che il parlamentarismo è divenuto
inefficiente e anzi dannoso, non è da concludere che il regime burocratico
sia riabilitato ed esaltato. E' da vedere se parlamentarismo e regime
rappresentativo si identificano e se non sia possibile una diversa soluzione
sia del parlamentarismo che del regime burocratico, con un nuovo tipo di regime
rappresentativo (Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato
moderno, Roma 1996, p. 158)
Gramsci
ha in mente il regime rappresentativo sovietico e, in un'altra nota, prendendo
ancora una volta lo spunto dagli attacchi di destra, di origine oligarchica e
reazionaria, al regime parlamentare borghese, così continua:
"Queste
affermazioni banali sono state estese a ogni sistema rappresentativo, anche non
parlamentaristico e non foggiato secondo i canoni della democrazia formale. In
questi altri regimi il consenso non ha nel momento del voto una fase terminale,
tutt'altro. Il consenso è supposto permanentemente attivo, fino al punto
che i consenzienti potrebbero essere considerati come "funzionari"
dello Stato e le elezioni un modo di arruolamento volontario di funzionari
statali di un certo tipo, che in un certo senso potrebbero ricollegarsi (in
piani diversi) al self-government. Le elezioni avvenendo non su
programmi generici e vaghi, ma di lavoro concreto immediato, chi consente
si impegna a fare qualcosa di più del comune cittadino legale per realizzarli,
a essere cioè un'avanguardia di lavoro attivo e responsabile. L'elemento
"volontariato" nell'iniziativa non potrebbe essere stimolato in altro
modo per le più larghe moltitudini, e quando queste non siano formate di
cittadini amorfi, ma di elementi produttivi qualificati, si
può
intendere l'importanza che la manifestazione di voto può avere" (Note sul Machiavelli cit., p. 101). E' una
bellissima e intelligente difesa della democrazia proletaria incarnata nei
Soviet contro la democrazia borghese.
8)
I Soviet (e gli organismi ad essi affini, sorti in altri paesi e in altre
situazioni storiche) non esauriscono il sistema della dittatura proletaria,
per la cui analisi un contributo di particolare importanza è stato dato da
Stalin, oltre che nei Principi del leninismo, nel cap. V ("Il
partito e la classe operaia nel sistema della dittatura del proletariato")
del suo scritto Questioni del leninismo del 1926.
Per realizzare una dittatura
completa, una dittatura totale sulla borghesia (non una dittatura fragile
e incompleta come fu quella della Comune di Parigi), il proletariato deve
avvalersi di alcuni indispensabili strumenti:
-
Le quattro "leve" della dittatura: i Soviet (espressione
diretta della dittatura della classe proletaria); i sindacati, quale
fondamentale organizzazione di massa di tutti i lavoratori; la cooperazione,
nel quadro dell'economia pianificata socialista; l'organizzazione della
gioventù.
-
La forza dirigente di tutto il sistema: l'avanguardia del
proletariato, il Partito, che 1) svolge un ruolo di guida, di orientamento
politico, e 2) impartisce precise direttive
attraverso il suo legame indissolubile con le varie organizzazioni
sovietiche.
Dittatura del proletariato,
dunque, o dittatura del Partito?
"Senza
una direttiva del partito, nessuna questione politica ed organizzativa
importante viene risolta dalle nostre organizzazioni sovietiche e dalle altre
organizzazioni di massa. In questo senso si può dire che la dittatura del
proletariato è essenzialmente la "dittatura della sua avanguardia,
la dittatura del suo partito". "Essenzialmente", "in
sostanza", ma non "per intero". "La dittatura del
proletariato è, per ampiezza, più vasta e più ricca della funzione dirigente
del partito" (Stalin).
"Il
partito è il nocciolo del potere". "Ma esso non può essere
identificato col potere dello Stato". Il partito non può
sostituirsi alla classe; non può ne deve sostituirsi ai Soviet; la dittatura
"deve essere realizzata attraverso l'apparato sovietico" (Stalin). E'
necessario, a tal fine, fondere le più alte gerarchie dei Soviet con le
più alte gerarchie del Partito: questa "unione personale" era già
stata raccomandata e attuata da Lenin nei primissimi anni dopo la rivoluzione,
ed è proseguita nel periodo staliniano.
Alla
luce di questi principi generali, tratti dalla teoria marxista e dalla pratica
concreta del bolscevismo, è compito dei comunisti oggi analizzare a
fondo tale esperienza, sia per ricavarne tutti gli insegnamenti validi anche
per le future rivoluzioni comuniste, sia per verificare come tali principi
siano stati applicati, anche con limiti ed errori, da quegli uomini in carne ed
ossa, da quella classe, da quei Partiti comunisti, in quelle particolari circostanze
storiche, nel corso di una lotta mortale fra imperialismo e socialismo su scala
mondiale.
Lenin,
nell' Estremismo, malattia infantile del comunismo, ci ha suggerito con
quale spirito e con quale metodo dobbiamo esprimere le nostre valutazioni:
"Il comunismo non si può fondare se non con il materiale umano creato
dal capitalismo, perché non si possono mettere al bando a annientare gli
intellettuali borghesi, e bisogna vincerli, rifarli, trasformarli, rieducarli,
così come si debbono rieducare, nel corso di una lunga lotta, sul terreno
della dittatura del proletariato, i proletari stessi, che dei propri
pregiudizi piccolo-borghesi non si liberano di punto in pianto, per miracolo,
per ingiunzione della madonna e neppure per ingiunzione di una parola d'ordine,
di una risoluzione, di un decreto, ma soltanto nel corso di una lotta di
massa lunga e difficile contro le influenze piccolo-borghesi di
massa".