O ALLA TESTA DEL PROLETARIATO
E DELLE MASSE OPPRESSE?
Cosa
indicano la lotta dei metalmeccanici italiani e quella degli operai Seat in
Spagna, la ripresa degli scioperi negli U.S.A. e le proteste che scuotono
l'U.E. contro le privatizzazioni e la flessibilità del lavoro, le rivolte delle
periferie francesi e quella in Val di Susa, le difficoltà di governo della
"grande coalizione" tedesca e la bruciante sconfitta di Blair sul
Terror Act, il calo di consensi di Bush e quello di Berlusconi?
Questi fatti indicano che nelle metropoli
occidentali cresce - in dimensione e nel grado - la resistenza del proletariato
e delle masse lavoratrici e maturano le premesse per un nuovo balzo in avanti
del conflitto di classe.
Si tratta di fenomeni che si sviluppano sotto la
sferza della aggressione del capitalismo monopolista e sono intimamente
connessi alla ripresa delle lotte operaie dalla Cina all'India, dalla Russia
alle Filippine, dal Messico all'Argentina ed allo sviluppo della rivolta dei
popoli oppressi per la loro libertà, sovranità ed indipendenza. In realtà sono
processi interdipendenti, che s'influenzano e si rafforzano reciprocamente dal
momento che le masse, pur vivendo in condizioni differenti, sferrano potenti
colpi di maglio al sistema di dominazione imperialista.
Questo inasprirsi della lotta fra le classi a
livello nazionale ed internazionale, fra proletariato e borghesia, fra i popoli
oppressi e l'imperialismo, questa tendenza alla ripresa del flusso
rivoluzionario costituisce una caratteristica fondamentale della crisi generale
del capitalismo. La novità sta nel fatto che attualmente tali fenomeni e
processi si svolgono non sul terreno di una durevole e "pacifica"
stabilizzazione imperialista, ma su quello della più profonda instabilità economica,
dei più profondi contrasti politici, della putrefazione della borghesia in
tutti i campi: economico, politico, culturale, ambientale e morale, a livello
mondiale.
Sino a pochi anni fa erano in molti a sostenere
l'idea che la storia universale dell'umanità avesse raggiunto il suo culmine
con le attuali democrazie liberali. Uno stato di cose - a detta dei discepoli
del sacro profitto - non più ulteriormente modificabile.
Ora chiunque può vedere che fine hanno fatto la
"fine della storia" ed il mito "dell'impero globale".
Era forse possibile che l'ineguaglianza di sviluppo
e la sfrenata concorrenza fra paesi capitalistici, l'acutizzazione del problema
dei mercati di sbocco e degli enormi deficit statali, la politica di rapina dei
paesi dipendenti, la reazione politica e la "guerra infinita" per il
dominio del mondo, non generassero risposte di massa sempre più contundenti
anche nei centri nevralgici del sistema? Che l'inasprimento delle questioni
sociali, di quelle nazionali e razziali avvenissero solo dentro i paesi
oppressi e non dentro i paesi oppressori? Che il boomerang neocolonialista
scagliato sui popoli e sulle nazioni dipendenti non tornasse con una potenza
devastante nelle cittadelle imperialiste?
A chi ha la mente ancora confusa dalle tossine
ideologiche della borghesia chiediamo di riflettere su un paio di cose.
Osservate cosa è successo nell'Europa occidentale
negli ultimi tre decenni. Un forte calo del saggio di profitto, accompagnato da
un veloce sviluppo delle forze produttive (sulla base delle nuove tecnologie),
crisi di sovrapproduzione ricorrenti e bassi tassi di crescita. Ciò ha spinto
la classe dominante all'offensiva per ridurre il prezzo della forza lavoro,
smantellare le conquiste sociali, flessibilizzare e precarizzare le masse
lavoratrici per intensificarne lo sfruttamento. In campo politico si è
affermato il neoliberismo a spese della socialdemocrazia. Quest'ultima si è
rivelata nel tempo del tutto incapace di adempiere il suo ruolo di
redistribuzione del reddito, al punto che ricchezza e povertà sono
vertiginosamente aumentate ai due poli della società.
Osservate cosa è oggi una metropoli con i suoi
sobborghi. Un gigantesco torchio di plusvalore, di corruzione e speculazioni in
mille forme, un concentrato inaudito di disuguaglianze economico-sociali,
d'esclusione da qualsiasi processo partecipativo, di degrado culturale,
d'insicurezza permanente, di attentati alla salute, di solitudine, di
alienazione, di fobie ed antagonismi suscitati ad arte.
Qual è la risposta, che la borghesia offre a milioni
di lavoratori e disoccupati che vivono in tale
condizione? Una pistola puntata alla tempia: o accettate il
peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, la demolizione dei diritti,
il prolungamento degli orari, il carovita, il ribasso dei salari, la nocività,
le stangate a non finire, le pensioni integrative, il nodo scorsoio dei mutui e
pagate perfino l'aria inquinata che respirate, oppure per voi c'è il
licenziamento in tronco, la disoccupazione, la miseria più nera, lo sfratto, le
discriminazioni sociali, la militarizzazione del territorio, il coprifuoco, la
galera e altre delizie del genere.
Quello che in apparenza potrebbe sembrare una
manifestazione di forza in realtà mette a nudo la debolezza intrinseca della
borghesia, la sua tendenza ad ammuffire; rivela che la classe dei
"furbetti del quartierino" non può sfuggire alla sua rovina né
impedire al movimento reale che la seppellirà di ridestarsi e compiere la sua
missione.
Ogni giorno si accumulano e si sovrappongono crisi
interne ed esterne che colpiscono i principali paesi imperialisti, U.S.A. in
testa; ogni giorno il fallimentare neoliberismo spinge ancora più il
capitalismo nell'instabilità e nella decomposizione economica ed il sistema diventa più barbarico, più fradicio,
più labile e vicino alla fine; ogni giorno la borghesia è colpita con forza
dalle sue stesse contraddizioni, dalle sue stesse menzogne, dall'immoralità,
dalle truffe che commette e deve misurarsi con una classe di un miliardo di
operai e con la più estesa nuova generazione di diseredati mai apparsa sulla
faccia della terra.
Siamo entrati in un periodo convulso che annuncia
nuove e più profonde crisi, instabilità economica e conflitti sociali acuti che
fanno saltare quel compromesso raggiunto nel vecchio continente fra la
borghesia ed i socialdemocratici per evitare la rivoluzione proletaria e
marginalizzare i comunisti.
Lo ripetiamo, a scanso di equivoci, in piena
campagna elettorale: il periodo storico, relativamente stabile, della pace
sociale e del tranquillo tran tran elettorale, del corporativismo e del
consumismo, dello stato assistenziale e delle illusioni riformiste, sta dietro
di noi.
Il capitale monopolistico non potrà tornare ad una
nuova "età dell'oro" caratterizzata da piena utilizzazione degli
impianti e piena occupazione (non ci riesce in Cina, figuriamoci da noi), né
può garantire per il futuro alcuna prospettiva di pace e benessere. Pertanto le
specifiche condizioni storiche ed economiche del precedente patto sociale non
si potranno riprodurre. Riprova ne è che i principali ingredienti di
quell'equilibrio verificatosi in occidente a causa dell'esistenza dell'U.R.S.S.
e della pressione del movimento operaio (il welfare state, a redistribuzione
del reddito, le nazionalizzazioni, la creazione di un vasto ceto medio), sono
liquidati pezzo a pezzo.
In questa situazione sono in grado le tradizionali
formazioni della "sinistra", i vari carrozzoni riformisti incaricati
di amministrare tale compromesso, addormentati sugli scranni di Montecitorio e
sempre più distanti dalla classe operaia, di affrontare con qualche possibilità
di successo le lotte che sono davanti a noi? Sono capaci di approntare una
strategia ed una tattica adeguata, di cambiare forme di lotta e di
organizzazione, di adottare nuove parole d'ordine, di dirigere vittoriosamente
le battaglie del proletariato per la trasformazione sociale?
No, perché in realtà non si pongono nemmeno tali
domande e pensano di affrontare le nuove condizioni, le nuove relazioni di
classe e le nuove strategie dell'oligarchia finanziaria con la vecchia politica
di pacifico accomodamento degli interessi della classe operaia con i
capitalisti. Lo fanno al punto che di fronte ai problemi sollevati da una vita
sempre più tempestosa non sanno che correre al capezzale della borghesia,
adottandone i programmi, riproponendo forme di opposizione parziali e superate,
ripetendo i logori ritornelli sulla concertazione, sul rispetto delle regole,
sulla necessità della competitività, del "patto sociale" (nella più
recente versione europeista) e di un modello costituzionale inattuato ed
inattuabile.
Invece di riorientarsi per affrontare l'arroganza
borghese la sola cosa "innovativa" che pensano di fare i
vetero-laburisti (dissociati in un numerose correnti egualmente pronte a
sottomettersi agli interessi imperialisti), è di sbarazzarsi delle ultime
vestigia formali del socialismo per dimostrare di voler collaborare ancor più
ed ancora meglio.
Quali conseguenze dobbiamo trarre da ciò?
La prima è che in considerazione delle
caratteristiche e delle dinamiche del periodo storico che stiamo vivendo e del
fatto che questi partiti non hanno fatto nulla per ribaltare i rapporti di
forza e permettere l'avanzamento della lotta del proletariato per il potere, le
questioni della rottura con l'ordinamento internazionale del capitale e della
necessaria formazione di un partito distinto ed indipendente della classe
operaia prendono un rilievo che fino a ieri non avevano.
Agli occhi di molti operai avanzati si presenta in
modo sempre più chiaro che esistono due vie. Da un lato sottomettersi alla
classe dominante ed ai suoi governi adottando una politica di arretramento
passo dopo passo delle condizioni di vita e di lavoro, accettando altri
sacrifici con la speranza che "passi la piena" (che non finisce più)
e lasciandosi ingannare da qualche governo "amico" (che ci bastona
come gli altri). Dall'altro dare battaglia, prendere atto che la causa di tutti
i mali è il capitalismo, rimboccarsi le maniche per ricostruire, rivitalizzare
e riorganizzare i propri istituti di classe e lottare contro di esso per
emancipare l'umanità attraverso l'emancipazione del proletariato.
Non possiamo che incitare tutti coloro che non
vogliono rassegnarsi ed aspirano ad un mondo migliore e diverso a superare gli
indugi, imboccare quest'ultima strada ed impegnarsi coerentemente.
Il pendolo della storia torna a volgersi dalla parte
del proletariato e dei popoli. Il carattere esplosivo dell'epoca attuale è
dovuto al fatto che il fronte mondiale dell'imperialismo sta esaurendo le sue
capacità e non sa più come gestire le insanabili contraddizioni che ha creato,
le quali si sviluppano determinando i pre-requisiti oggettivi della rivoluzione
proletaria in tutta la catena del sistema, che si spezzerà nei suoi anelli più
fragili.
Si aprono spazi fino a ieri tenuti bloccati: per
sfruttarli il nostro lavoro deve concentrarsi prima di tutto verso il
proletariato industriale, che è il più importante settore di classe. Qui
dobbiamo mettere un cuneo.
All'ordine del giorno, c'è la combinazione dei
comunisti con la parte più progredita e militante del movimento operaio, il
lavoro di educazione, di collegamento e
di unificazione dei migliori elementi della classe sfruttata, la creazione di
gruppi rivoluzionari tra gli operai delle grandi fabbriche e delle varie città,
il rafforzamento e l'estensione dei loro legami, la creazione di un giornale
politico che faccia da tessuto connettivo per l'unificazione, l'organizzazione
indipendente degli operai, lo sviluppo di solidi rapporti internazionali.
In questi termini comprendiamo anche i passaggi
decisivi che ci porteranno alla costruzione di un partito comunista capace di
aggregare e dirigere un blocco sociale antagonista alla conquista del potere
politico. Fondamento del nuovo blocco sociale è la capacità del proletariato di
influenzare e portare dalla propria parte le masse sfruttate ed oppresse dal
capitale monopolista convogliando il malcontento e le rivendicazioni dentro un
programma politico rivoluzionario (che è anche l'unico modo per evitare che le
classi subalterne vengano mobilitate in senso reazionario).
Abbiamo detto rivoluzionario perché mirare ad un
nuovo compromesso di classe, ad un nuovo patto sociale, nelle nuove condizioni
sarebbe a dir poco illusorio. Solo una società pianificata diretta dalla classe
operaia, potrà rimuovere le condizioni materiali delle politiche neoliberali e
salvaguardare gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione.
Esiste un'alternativa concreta alla crisi borghese,
all'elettoralismo ed alle illusioni populiste. Economicamente il mondo non è
stato mai così maturo per abolire i rapporti di produzione capitalistici ed
obiettivamente il socialismo proletario è il solo che può salvare i popoli del
pianeta dalla crisi politica, ecologica, demografica, culturale e dalle altre
crisi globali.
Dunque la società pianificata di transizione ed il
successivo passaggio al comunismo sono per il genere umano più attuali e
necessari di quanto lo fossero un secolo fa, sono l'unica soluzione ai problemi
ed alle esigenze della stragrande maggioranza della popolazione.
E' per questi scopi che bisogna combattere, ed il
primo passo per farlo è ricostruire nel nostro paese un partito comunista
solido, disciplinato, centralizzato, strettamente legato alle masse; un partito
che non sia contaminato dal revisionismo moderno, dall'opportunismo di destra o
dal più sottile, ma non meno insidioso, opportunismo di "sinistra";
un partito che riconosca la necessità della conquista del potere attraverso
l'azione rivoluzionaria delle masse, della dittatura del proletariato e della
proprietà collettiva dei principali mezzi di produzione, poggiando sulle salde
basi del marxismo-leninismo.
Se i comunisti non lottano per questo partito, se
non lo preparano, che comunisti sono?