LE
CELLULE, BASE ORGANIZZATIVA
DEL
PARTITO COMUNISTA
«La costruzione di un Partito comunista che sia di fatto
il partito della classe operaia e il partito della rivoluzione, - che sia cioè,
un partito «bolscevico», - è in connessione diretta con i seguenti punti
fondamentali:
1) la ideologia del partito;
2) la forma della organizzazione, e la sua
compattezza;
3) la capacità di funzionare a contatto con la
massa;
4) la capacità strategica e tattica».
Così affermava, con esemplare chiarezza leninista,
il Partito Comunista d’Italia nelle «Tesi politiche» approvate - sotto la
direzione rivoluzionaria di Antonio Gramsci - dal suo III Congresso (Lione,
1926).
Nei numeri precedenti di «Teoria & Prassi. Rivista
marxista-leninista per la ricostruzione del partito comunista», abbiamo
affrontato alcuni di questi punti e continueremo a farlo anche nei prossimi
mesi. Procedendo nel modo sistematico che da tempo ci siamo prefissi, in questo
numero intendiamo esaminare con particolare attenzione il punto secondo, sul
quale le stesse «Tesi di Lione» così si esprimevano (i grassetti sono nostri):
«Tutti i problemi di organizzazione sono problemi
politici. La soluzione di essi deve rendere possibile al partito di attuare il
suo compito fondamentale, di far acquistare al proletariato una completa
indipendenza politica, di dargli una fisionomia, una personalità, una coscienza
rivoluzionaria precisa, di impedire ogni infiltrazione e influenza
disgregatrice di classi ed elementi i quali, pur avendo interessi contrari al
capitalismo, non vogliono condurre la lotta contro di esso fino alle sue
conseguenze ultime.
«In prima linea è un problema politico: quello della
base dell’organizzazione. L’organizzazione del partito deve essere costruita
sulla base della produzione e quindi del luogo di lavoro (cellule). […] Ponendo
la base organizzativa sul luogo di produzione, il partito compie un atto di
scelta della classe sulla quale esso si basa. Esso proclama di essere un
partito di classe e il partito di una sola classe, la classe operaia».
I comunisti trovavano, allora, una convalida a
questo fondamentale criterio organizzativo nel fatto che la classe operaia
«viene naturalmente unificata dallo sviluppo del capitalismo secondo il processo
della produzione». Le varie teorie, oggi di moda, sulla «frammentazione», la
«disgregazione», la «dispersione territoriale» della classe operaia traggono da
un’analisi unilaterale e sbagliata delle tendenze del moderno capitalismo
«globalizzato» conseguenze del tutto opportunistiche sul terreno organizzativo:
l’organizzazione per cellule è ormai «superata» e «impraticabile», si dice,
perché la classe è oggi frantumata e dispersa; bisogna ritornare,
riaggiornandoli, ai vecchi criteri socialdemocratici di organizzazione
territoriale sulla base delle sezioni e dei circoli.
Come abbiamo cercato di chiarire in altri articoli
(Il partito comunista è il partito di una sola classe: la classe operaia, «T
& P», n. 8, marzo 2003; Preliminari per un’analisi marxista delle classi
sociali, «T & P», n. 14, settembre 2005), ai quali rinviamo, il ruolo
rivoluzionario del proletariato industriale, e di tutto il proletariato nel suo
insieme come antagonista irriducibile del capitalismo, non dipende dalla
maggiore o minore concentrazione del proletariato, ma dalla sua natura di
classe sfruttata dal capitale, qualunque sia il luogo e il modo nel quale
avviene lo sfruttamento.
Riflettiamo con attenzione sul problema. Le cellule
sono organizzazioni di piccole dimensioni, formate da un ristretto numero di
compagni (in casi limite, possono essere formate anche soltanto da 3, da 4, da
5 comunisti). Ora, là dove esistono -
nel settore della produzione, della distribuzione, dei servizi alla produzione
- grandi concentrazioni di centinaia o ddi migliaia di proletari, numerosissime
saranno le cellule che i comunisti avranno la possibilità di creare in queste
imprese e nei loro reparti, e l’attività di queste cellule sarà coordinata e
diretta dai Comitati di partito che ne costituiscono l’istanza superiore. Là
dove, invece, la classe proletaria svolge il suo lavoro in piccole imprese
capitalistiche (con un organico che oggi, in Italia, è spesso inferiore ai
dieci addetti) e in altre imprese e luoghi di lavoro dove i lavoratori sono
meno concentrati, le piccole cellule saranno in grado di adattarsi
perfettamente alle minori dimensioni di queste unità produttive, distributive o
di servizio.
SEGUE NELLA RIVISTA