Sulla parola d'ordine del «governo operaio»
«Che cos'è
dei borghesi? [….] Il suo vero segreto fu questo:
che essa fu essen-
zialmente
un governo
della classe operaia, il prodotto della
lotta
della classe dei
produttori contro la classe appropriatrice, la forma
politica finalmente
scoperta nella quale si poteva compiere l'eman-
cipazione
economica del lavoro. [...] Se
vera rappresentante
degli elementi sani della società francese, e
quindi il vero
governo nazionale, era in pari tempo un governo
internazionale in
tutto il senso della parola, poiché era un governo
di operai» (Karl Marx,
Indirizzo del Consiglio generale dell'Associa-
zione internazionale degli operai, 1871).
In questi ultimi anni, da parte di alcune forze
rivoluzionarie, è stata lanciata - quale parola d'ordine politica di carattere
generale - la parola d'ordine del «governo operaio» da contrapporre ai vari
governi borghesi, di destra o di «sinistra», che si danno il cambio - nel
quadro del sistema istituzionale borghese - quali strumenti di dominio del
capitale sulla classe operaia e sulle masse lavoratrici. Anche noi compagni di Piattaforma Comunista facciamo uso di
questa parola d'ordine nella nostra quotidiana attività di propaganda e di
agitazione, ricollegandoci
consapevolmente alla tradizione rivoluzionaria della Terza Internazionale
comunista, che formulò fin dagli ani '20 quella parola d'ordine e ne
precisò via via il significato, non senza contrasti
al suo interno e in una lotta sempre più decisa contro alcune sue
interpretazioni opportunistiche.
Ci sembra utile, quindi, ricostruirne brevemente la storia.
La parola d'ordine del «governo operaio» (o, più
esattamente, del «governo operaio e contadino») venne
formulata dalla Terza Internazionale nel periodo fra il IV Congresso (1922) e
il V Congresso (1924), ed ebbe la sua origine in Germania. Se ne era cominciato
a parlare già nel 1920, all'epoca del putsch reazionario di Kapp,
che aveva cercato di rovesciare le istituzioni della Repubblica di Weimar. Venne allora ventilata la
possibilità, come soluzione di emergenza per fronteggiare la minaccia
reazionaria, di un governo parlamentare
formato, o comunque sostenuto dall'esterno, dai tre partiti allora ben
radicati nella classe operaia, il Partito Comunista Tedesco (KPD) e i due
partiti socialdemocratici,
Nel
IV Congresso dell'Internazionale Comunista il «governo operaio» venne teorizzato come
il coronamento di questa tattica, ma sùbito
insorsero divergenze sul modo di intendere la natura del governo operaio e il
modo di giungervi.
Una tendenza di
destra, rappresentata principalmente da Radek, lo
intendeva come una forma «originale» di transizione dalla democrazia borghese
alla dittatura proletaria (anticipando - già allora - quelle che saranno, nel
secondo dopoguerra, le ben note posizioni revisioniste sulle «vie nazionali e
democratiche al socialismo»).
«Il governo dei consigli può essere imposto dalla
rivoluzione contro il governo borghese, così come può sorgere dalle lotte operaie che si svilupperanno in difesa di un
governo socialista che nasca per via democratica, se esso difende
sinceramente contro il capitale gli interessi della classe operaia» (Radek).
Una posizione diversa, sostenuta principalmente da Zinoviev e da altri dirigenti, poneva invece l'accento sui pericoli di opportunismo, sulla
necessità dell'armamento del
proletariato, sul disarmo delle
organizzazioni controrivoluzionarie
e sul controllo della produzione che
il governo operaio avrebbe
dovuto attuare.
In base all'esperienza che il movimento comunista ha
accumulato nei decenni successivi, possiamo ben capire come la questione
dell'armamento degli operai fosse decisiva. Basti pensare al Cile, quando il
presidente socialista Allende si rifiutò di mettere
le armi in mano agli operai nella situazione di latente guerra civile
conclusasi con il colpo di Stato di Pinochet.
Ma le Tesi sulla tattica, approvate dal IV
Congresso con il contributo dello stesso Zinoviev, si
perdettero in una casistica di cinque
possibili forme di «governo operaio», ad alcune delle quali i comunisti
avrebbero potuto e dovuto partecipare e ad altre no. Le motivazioni addotte
erano insufficienti o contraddittorie. Si riconosceva giustamente che il
governo operaio doveva avere, come sua premessa e condizione, la formazione di organismi di fronte unico. Ma si affermava che «anche un
governo operaio che provenga da una
combinazione parlamentare e che sia quindi di origine prettamente parlamentare
può dar luogo ad una ripresa del movimento rivoluzionario».
I pericoli di opportunismo rimanevano molto gravi.
Fu solo nel suo V Congresso (1924) che il Comintern corresse questa
posizione ambigua e contraddittoria e sottopose a una severa critica bolscevica
gli errori opportunistici di destra che erano stati commessi da alcuni partiti
comunisti nell'applicazione pratica della tattica di fronte unico, in
particolare dal Partito Comunista Tedesco. Questo, sotto la direzione di Brandler e di Talheimer, aveva
definito come «tappa possibile nella
lotta per il potere politico» un governo
di coalizione dei partiti operai sostenuto
da movimenti di massa, ma «nell'ambito e in prima istanza con i mezzi della democrazia
borghese». Una linea politica che era stata praticata dai comunisti
tedeschi nei due governi regionali della Sassonia e della Turingia
con esito disastroso, e che era stata fatta propria anche dal I Congresso del Partito Comunista Cecoslovacco.
In Italia era la linea difesa - nelle file del PCd'I - dalla destra opportunista di Tasca, il quale
sosteneva che «la socialdemocrazia non doveva essere ritenuta come l'ala
sinistra della borghesia, ma come la destra del proletariato» e che «il governo
operaio e contadino può costituirsi sulla base del parlamento borghese».
Nelle Tesi sulla
tattica del 1924 il V Congresso dell'Internazionale Comunista tolse di
mezzo ogni possibile equivoco:
«La parola d'ordine del governo operaio e contadino è stata
ed è intesa dal Comintern come conclusione della
tattica del fronte unico. Gli elementi opportunisti del Comintern
hanno cercato in passato di alterare anche la parola d'ordine del governo
operaio e contadino, interpretandolo come un governo «nel quadro della democrazia
borghese e come un'alleanza politica con la socialdemocrazia. Il V Congresso
mondiale del Comintern rifiuta nel modo più deciso
una simile interpretazione. La parola d'ordine del governo operaio e
contadino è per il Comintern, tradotta nel linguaggio
della rivoluzione, nel linguaggio delle masse popolari, quella della dittatura del proletariato. […] Non può essere altro che un
metodo di agitazione e mobilitazione
delle masse nell'intento di provocare il crollo per via rivoluzionaria
della borghesia e di edificare il potere sovietico. […]
Ciò si può attuare soltanto attraverso
l'insurrezione armata del proletariato, il quale è anche alla testa della
parte migliore dei contadini, e si può realizzare ad opera dei lavoratori soltanto nella guerra civile» (
Questa giusta tattica rivoluzionaria fu recepita e fatta
propria dalla maggioranza gramsciana in seno al
Partito Comunista d'Italia. E' utile, a tal fine, fare riferimento a un
intervento di Togliatti («quando ancora era un marxista», potremmo dire di lui con
le stesse parole usate da Lenin a
proposito di Kautsky quando polemizzava con
quest'ultimo in Stato e rivoluzione).
Relatore - per la maggioranza gramsciana
del Comitato Centrale - alla Conferenza nazionale di Como (1924) del PCd'I, Togliatti
così illustrava questo insieme di questioni.
«Passando a trattare un altro dei problemi che oggi sono
controversi nel campo internazionale, il compagno Togliatti
si chiede quale significato i comunisti devono dare alla parola d'ordine del governo operaio.
Molti compagni, ad esempio, credono che la parola del
governo degli operai e dei contadini contenga una indicazione
della soluzione del problema dello Stato come noi lo prospettiamo.
Ciò è assolutamente errato se il problema dello Stato ha per noi un'unica
soluzione: quella che indichiamo con l'espressione: - dittatura del
proletariato.
La parola del «governo degli operai e dei contadini» ha carattere di propaganda e di agitazione. Essa serve per imporre il
problema dello Stato anche alle parti più arretrate della popolazione
lavoratrice, e per collegarle, nella lotta, con le avanguardie
rivoluzionarie alla cui coscienza è chiaro tutto il programma comunista. Essa è
una formula generale con la quale noi sintetizziamo il contenuto di tutte le
lotte parziali che la grande massa lavoratrice è tratta a combattere dai
bisogni immediati della sua vita. In questo senso si può dire che governo operaio e dittatura del
proletariato sono sinonimi.
Altri compagni ritengono che il governo operaio rappresenti una fase necessaria di passaggio tra i
governi borghesi e la dittatura del proletariato. Ebbene, anche questo
concetto è errato.
Nello svolgimento delle agitazioni e delle situazioni può
avvenire che il governo operaio si realizzi concretamente Questo
però non potrà essere se non un
momento transitorio eccezionale, un
momento nel quale il proletariato non si può arrestare se non a costo di essere
sconfitto. Il partito comunista dovrà aderire ad una soluzione eccezionale
di questo genere solo quando essa permetta di
risolvere qualcuno dei problemi che sono essenziali per la rivoluzione (ad es. l'armamento degli operai). […] Il governo operaio, se si realizza, deve realizzarsi in modo da esser condannato a sparire nel fuoco della guerra civile. E
nella guerra civile si porrà in modo inesorabile il dilemma: - dittatura della borghesia o dittatura del
proletariato» (in «Lo Stato Operaio», a. II, n.
18, 29.5.1924, ora in Opere, vol. I, 1917-1926, Editori Riuniti 1974, pp. 717-18).
Tutto ciò trovava la
sua sintetica formulazione nelle Tesi
politiche del III Congresso del Partito Comunista d'Italia, svoltosi nel
La n. 44 di quelle Tesi
è di una chiarezza esemplare:
«Tutte le agitazioni particolari che il partito conduce e le
attività che esso esplica in ogni direzione per mobilitare e unificare le forze
della classe lavoratrice devono convergere ed essere riassunte in una formula
politica la quale sia agevole a comprendersi dalle masse e abbia il massimo
valore di agitazione nei loro confronti. Questa formula è quella del «governo
operaio e contadino». Essa indica anche
alle masse più arretrate la necessità della conquista del potere per la soluzione
dei problemi vitali che le interessano e fornisce il mezzo per portarle sul terreno che è proprio
dell'avanguardia proletaria più evoluta (lotta perla dittatura del
proletariato). In questo senso essa è una formula di agitazione, ma non corrisponde ad una fase reale di sviluppo storico.
[…]
Una realizzazione di essa infatti non può essere concepita dal partito se non come inizio di una lotta rivoluzionaria
diretta, cioè della guerra civile condotta dal proletariato, in alleanza
con i contadini, per la conquista del potere. Il partito potrebbe essere
portato a gravi deviazioni dal suo
compito di guida della rivoluzione qualora interpretasse il governo operaio e
contadino come rispondente a una fase reale di sviluppo della lotta per il
potere, cioè se considerasse che questa parola d'ordine indica la possibilità
che il problema dello Stato venga risolto
nell'interesse della classe operaia in
una forma che non sia quella della dittatura del proletariato» Antonio Gramsci, La costruzione del Partito comunista 1923-1926, Einaudi
1978, p. 513).
Oggi, in un paese ad alto sviluppo capitalistico come
l'Italia, il problema dei contadini non si pone più negli stessi termini di
allora, e non è proponibile - nel nostro tempo - una parola d'ordine come
quella di un «governo operaio e contadino»; ma sempre attuale rimane, per il
proletariato, l'esigenza di conquistarsi, oltre all'appoggio delle più
larghe masse popolari, anche quello di alcuni strati di piccola borghesia sempre più oppressi e impoveriti dall'incalzare della crisi capitalistica,
che possono rappresentare quell'alleato, sia pur solo temporaneo, incostante,
incerto, condizionato, di cui parlava Lenin ne L'estremismo.
La formula del «governo operaio» (in
contrapposizione all'equivoca formula del «governo delle
sinistre», da lunghi anni propagandata in Italia da forze chiaramente
opportuniste) serve oggi a propagandare le soluzioni che i comunisti intendono
dare ai problemi che attraversano la vita quotidiana dei proletari e delle
masse popolari e che saranno risolti
nell'ambito della dittatura del
proletariato. Serve a chiarire che per
la classe operaia e le masse
popolari non esistono soluzioni
parlamentari dei loro problemi fondamentali. Serve a far comprendere che la
classe operaia è la sola classe che può dar vita ad un governo che non
s’inchini all’altare del profitto e delle istituzioni borghesi, ma sia deciso
ad uscire dalla crisi abbattendo il capitalismo. Serve a ridare dignità e forza alla prospettiva rivoluzionaria del potere proletario, per il socialismo, per il
comunismo.