La lotta di classe
nella
fabbrica integrata
La crisi del sistema economico capitalista induce i proprietari dei
principali mezzi di produzione a modificare e trasformare di continuo le
vecchie pratiche e teorie sull’organizzazione
del lavoro ed i processi produttivi. Ciò al fine di estorcere maggiore plusvalore dalla classe operaia e trovare
in questo modo un rimedio alla
sovrapproduzione che affligge in maniera cronica alcune branche produttive.
Rispetto il precedente modello di produzione denominato
fordista, il toyotismo (o fabbrica integrata) rappresenta una risposta più
avanzata alla caduta tendenziale del saggio di profitto. Esso ha dato vita ad
una profonda trasformazione dei processi produttivi ed organizzativi del lavoro.
Sorto non a caso in Giappone negli anni 50 (esisteva in quel paese una
ristrettezza dei mercati imposta dagli
Usa) ha assunto nella fase attuale una diffusione mondiale: è la forma prevalente del sistema produttivo
capitalistico contemporaneo, il nuovo ordine imperialistico del lavoro.
Il modello fordista si basava
sulla crescita imponente dei volumi produttivi, data l’ ampiezza dei mercati, e
quindi su economie di scala in cui aumentando la produzione si abbattevano i
costi produttivi. Caratteristiche tipiche erano i cicli di produzione
lunghi, le scorte ed i magazzini ampi,
i tempi di rotazione del capitale
dilatati, una gestione burocratica della produzione e grandi masse operaie concentrate nelle fabbriche.
Ma a partire dagli anni settanta
nonostante i mercati si fanno globali, la caduta del saggio di profitto diviene
inarrestabile e la concorrenza tra produttori si fa feroce. Le periodiche
crisi di sovrapproduzione di merci
diventano più gravi e generalizzate, i cicli espansivi più brevi ed alternati
a lunghi periodi di recessione o di epilessia economica.
Il capitale prende atto di dover far fronte ad una
crescita economica lenta o nulla. Le caratteristiche precedenti appaiono
superate, le condizioni odierne dell' accumulazione capitalistica devono
fondarsi su principi opposti a quelli fordisti, di conseguenza si sconvolgono
regole vecchie di decenni.
E’ per questo che il sistema della
fabbrica integrata o toyotismo diventa il sistema produttivo capitalistico
contemporaneo. Un modello necessario
per navigare a vista, per produrre solo quello che viene richiesto, nel momento
in cui è richiesto, da un mercato ormai “limitato” e che non consente crescita.
Come mantenere i prezzi a livello concorrenziale e tenere alti i profitti? Come
aumentare il capitale con una produzione che rimane pressoché stabile? In un
solo modo: aumentando il grado di sfruttamento degli operai.
Per il capitalista è necessario
tagliare gli organici nella nella produzione, eliminare ogni spreco di risorse,
risparmiare sugli scarti produttivi,
sui momenti morti, i movimenti superflui, falciare gli aspetti e le figure improduttive di plusvalore nella
progettazione, nelle fasi di esecuzione,
negli aspetti amministrativi. Insieme ai tempi di produzione è
necessario ridurre i costi e i tempi di circolazione ( grazie allo sviluppo dei
trasporti, delle telecomunicazioni, delle reti commerciali, ecc.) per
impiegare una quota più alta possibile
di capitale nel vivo processo
produttivo, sbarazzandosi in fretta del
capitale sotto forma di merce. L' imperativo è abbattere ogni costo, primo fra
tutti il prezzo della forza-lavoro. L'
obiettivo concreto è la crescita del
plusvalore tramite l' aumento della produttività del lavoro e la diminuzione del tempo di lavoro
necessario alla produzione delle merci.
Se la base tecnica della fabbrica
integrata sta negli sviluppi della tecnica
industriale (robotica, elettronica, ecc.) i suoi pilastri organizzativi
sono il “just in time" e l’autoattivazione. Il primo vuole la produzione
dell’esatto numero di pezzi nell'esatto momento in cui sono richiesti. E’ un
impostare il sistema di produzione all’inverso, un pensare "al
contrario" rispetto al modello precedente: dagli sbocchi del mercato alla
sorgente della produzione. L’intero ciclo di produzione viene deciso dai
terminali di vendita e inviato direttamente alle squadre di produzione. Squadre
che interagiscono scambiandosi i pezzi
in continuo movimento, sempre al
posto giusto per far fronte ad un
magazzino che in alcuni casi consente appena due ore di scorte. Ogni operazione
deve integrarsi perfettamente ad
un'altra, tutto deve muoversi secondo le necessità contingenti per non lasciare
inattiva alcuna porzione di capitale.
Qui entra in gioco
l’autoattivazione, in altre parole la capacità degli operai di attivarsi in prima persona, senza
attendere ordini per segnalare ed eliminare guasti, ritardi, pezzi difettosi,
consigliare miglioramenti ( la "qualità totale"). Ciò comporta una
flessibilità e disponibilità assoluta del
lavoratore che agisce all’interno di squadre che sostituiscono le
vecchie linee della catena di montaggio: oggi si chiamano UTE (unità elementare
di lavoro). Nei metodi manageriali toyotisti le UTE sono unità snelle e
sincronizzate, si integrano tra loro e ogni loro movimento è collegato ad un
altro. L'UTE deve cambiare di continuo la sua struttura in relazione alle
condizioni di produzione, ai suoi mutamenti. L' UTE esercita autodisciplina e controllo interno,
generando concorrenza interna tra gli operai e tendendo ad eliminare gli operai
meno produttivi: bisogna rispettare la media per non perdere i premi di
produzione (cottimo collettivo), bisogna accelerare ancora di più i ritmi di
lavoro già portati al limite dell’umano per non perdere le commesse. Chi è
lento, chi lavora meno, chi si ammala, è tagliato fuori.
Nel sistema postfordista i capitalisti non solo intensificano il lavoro tramite l' aumento dei ritmi, la
soppressione delle pause, la flessibilità,
ma tendono anche all' utilizzo
del macchinario nel minor tempo possibile in quanto ciò concorre ad accorciare il ciclo di rotazione del capitale. Da ciò deriva
l' impiego dell' intera giornata fisica tramite il lavoro su più turni, nei sabati e nei festivi: tutta la vita dell' operaio deve essere funzionale alla valorizzazione del
capitale.
I padroni vogliono farci credere
che per il lavoratore l’integrazione in questo sistema sia "spontanea" ma quello che preme è eliminare l’idea
stessa del conflitto, inculcare il concetto che gli interessi degli operai coincidono
con quelli del padrone. Il toyotismo non può funzionare con il conflitto in
fabbrica, con la cultura operaia antagonista. Oltre il dominio sul corpo si
deve dunque dominare il pensiero con sistemi costrittivi. Si cerca di coprire
l’antagonismo tra le classi con il lavaggio del cervello, cercando di
convincere gli operai che sono
protagonisti, che possono decidere. Ma in realtà in aggiunta alle facoltà fisiche della forza lavoro si
sfruttano tutte le sue facoltà psichiche, si rubano le "buone idee" .
A fianco del potere dispotico del
padrone nelle linee di produzione, delle spie, del tentativo di distruzione
della organizzazione sindacale degli operai si controllano i processi mentali
attraverso il principio della fedeltà,
della identificazione con la impresa
(legando il salario ai risultati, ai bilanci, ecc.). Si usano le forme più
spregevoli di ricatto (i contratti a
tempo, il lavoro in affitto, il licenziamento, ecc.) per mantenere in uno stato
di eterna precarietà gli operai e quindi per piegare il loro istinto di classe
oltre a spezzargli la schiena. Lo stato
borghese ovviamente, oltre alle sue funzioni repressive, svolge un ruolo
essenziale in questo senso, rafforzando
un regime sociale favorevole e vantaggioso per i capitalisti (abolizione delle
tutele operaie, introdurre per legge dei contratti "atipici",
ecc.).Da parte loro le forze riformiste obbediscono al capitale e i sindacati
cogestiscono, entrano nei Consigli di amministrazione, divengono parte
integrante del sistema di sfruttamento e oppressione della classe operaia:
devono cooperare, concertare per mantenere la pace sociale in cambio di una
parte dei profitti che l' aristocrazia
operaia e le burocrazie politico-sindacali e si dividono in ragione del loro
rango.
Ma l’operaio resta pur sempre
merce finalizzata alla produzione di merci
e con il suo lavoro non pagato crea l' immensa ricchezza che si
spartiscono i padroni ed i vari parassiti sociali. La borghesia non può certo pensare
di aver trovato la soluzione ai suoi problemi. Esiste un forte divario
tra la propaganda e la realtà, le contraddizioni sono evidenti. Il sistema
toyotista peggiorando le condizioni della classe produce tensioni deflagranti.
Per quanto riguarda la
"partecipazione" e l’iniziativa personale esse sono pure chimere:
esistono rigidi criteri gerarchici, la
subalternità è totale e all' operaio non è nemmeno permesso di pensare dovendo solo ubbidire e rispettare
la produzione assegnata. Con la competizione ed i ritmi tanto elevati non
c’è spazio alcuno per l’autonomia e la
creatività. Quello che prima si faceva con centinaia di operai oggi si fa con
poche decine. A crescere è solo lo sfruttamento.
Inoltre lo sviluppo capitalistico,
che prima portava occupazione, oggi
causa disoccupazione. Aumenta il profitto, aumentano le merci prodotte ma
contemporaneamente si riducono i lavoratori. Da ciò se ne deduce che uno degli
elementi fondamentali per realizzare la nuova organizzazione del lavoro è l'
esistenza di un ampio esercito industriale di riserva (disoccupati e
semi-occupati).
Nella fabbrica integrata infatti
oltre alle unità fisse, sono
indispensabili ampie sacche di operai
precari. Al loro fianco c'è il ciclo dell' indotto, dei subfornitori: ditte
appaltatrici e subappaltatrici che ruotano intorno alla grande azienda,
flessibili anch’esse e in totale dipendenza dall’azienda madre, dai suoi cicli
espansivi o recessivi. Ciò genera contrasti anche tra i vari padroni e
padroncini, con più e meno potere, ed impone alla impresa toyotista di estendere il proprio controllo sulla
forza lavoro altrui, richiedendo garanzie anche sul personale esterno,
poiché se si inceppa un solo
meccanismo, se solo un fornitore si ferma, è l' intero sistema ad andare in tilt.
Tra i lavoratori interni ed
esterni alla fabbrica esistono quindi
condizioni di lavoro e contrattuali differenti e molteplici. A fianco del nucleo centrale di forza lavoro e a quello
più allargato e precario dell’indotto, la politica della "Qualità"
determina una quantità squalificata. Ci sono ampie sacche di lavoro marginale,
temporaneo, risorse umane che di continuo entrano ed escono dal mercato del
lavoro, forza lavoro dequalificata, in perenne movimento e senza alcuna
sicurezza, necessaria per adattare il lavoro alla domanda temporanea. Da questa
massa vengono i protagonisti del nuovo ciclo di lotte che si sta presentando: i
giovani precari, gli operai supersfruttati, peggio pagati, senza diritti,
quelli dei turni notturni e festivi, i giovani in contratto di formazione, gli
immigrati. Costoro sono oggi in prima
fila negli scioperi, rompono di slancio con le posizioni attendiste e
concertative. Sono operai poco sindacalizzati, non inquadrati politicamente.
Non si fanno illusioni su governi e sindacati "amici". Non hanno miti
riformisti da rispettare e la loro "lealtà" verso i padroni si
trasforma velocemente nell' esatto
contrario, nell' orgoglio proletario, nella ribellione. Questi operai si
mettono in moto a partire da
rivendicazioni legate direttamente alle condizioni di lavoro e di vita: paghe
basse, ritmi, carichi di lavoro, pause, turni, flessibilità. Quindi a partire
da singoli aspetti della condizioni di sfruttati. Ma appena hanno occasione esprimono la loro rabbia anche in altri
momenti, ad es. partecipando
massicciamente alle lotte per il contratto
nazionale. Sotto questo aspetto, come evidenziato dall' ultimo sciopero
generale dei metalmeccanici del maggio '99 e dalle lotte scoppiate
recentemente, il modello toyotista della fabbrica "senza conflitto"
pare che sia già entrato in profonda crisi. L' ottanta per cento di adesioni
allo sciopero alla Fiat di Melfi ne è
una riprova lampante. Il nuovo tipo di proletario creato dal capitale
rappresenta già una forza esplosiva che, assieme alle sezioni di classe operaie
"garantite" sta maturando varie
forme di resistenza - attiva e passiva - al processo di sfruttamento intensivo.
Se la fabbrica integrata è un centro di disordine economico, sociale e
mentale che egemonizza l' intera
società, non per questo si deve concludere che il capitale è più forte di ieri.
Al contrario, le sue contraddizioni
interne divengono più evidenti e acute, il potere è divenuto più dispotico ma
anche più fragile. L' apparato
produttivo toyotista ad esempio è senz’altro più delicato e più vulnerabile che
quello fordista sotto l'urto di forme di lotta energiche e prolungate. Avendo
nel suo seno un deficit di strumenti e di norme, basandosi sulla assenza di scorte, su tempi di produzione
velocissimi, sulla "fedeltà"
alla azienda, essa dipende continuamente ed in modo più stretto dalla forza
lavoro, dai movimenti fisici e mentali - e ancor più da quelli soggettivi -
degli operai. Ma cosa garantisce e quanto può durare questa fedeltà? E se
scoppia la conflittualità cosa succede?
Basta poco per fermare tutto, per
mettere in crisi l’intero processo. L' esperienza degli ultimi anni nelle
fabbriche integrate dimostra che le imprese che funzionano a "flusso
teso" e senza scorte vanno in
panne più facilmente sotto l' urto
della lotta operaia. La classe operaia cioè parte da una posizione obiettiva di
maggiore forza nella produzione con materie prime limitate. Il fermarsi
volontario di una squadra o di una UTE, il rallentamento dei ritmi, la fermata
di un conduttore di processi o di un carrellista, il blocco delle merci e delle
informazioni in entrata ed in uscita, un interruzione improvvisa del lavoro, il
fermo della produzione da parte degli operai delle imprese fornitrici, uno
sciopero degli spedizionieri, fanno sì che l' intero meccanismo produttivo si inceppi.
Il capitalismo post-fordista è
sicuramente più esposto agli scioperi decisi e prolungati, all' arresto
improvviso della produzione che coglie impreparato il capitalista, al blocco
dei rifornimenti.
La lotta risoluta, impetuosa,
anche di un nucleo limitato di operai per i loro interessi di classe riesce a
mettere in crisi il nuovo modello imperialista di organizzazione del lavoro e
si estende con velocità maggiore del passato a tutta la fabbrica creando una
reazione a catena che investe non solo uno stabilimento ma interi distretti e
settori industriali, con effetti imprevedibili per i padroni.
Gli operai dunque hanno oggi, per
via del loro ruolo oggettivo nella fabbrica integrata, una forza e un potere di
interdizione più grande del passato. E'
necessario prendere coscienza di ciò e ricominciare a praticare la lotta
di classe sulla base dei nostri interessi che rimangono inconciliabili con
quelli del capitale.
Insieme alla lotta unitaria per
respingere la frantumazione voluta dal padrone tra garantiti e non, tra italiani
e immigrati, tra operai interni ed esterni, qualificati e dequalificati, è
fondamentale il rapporto con gli operai delle altre fabbriche e dell' indotto,
con i lavoratori dei trasporti, con il
territorio circostante per rompere il cerchio in cui i riformisti cercano di
mantenere le lotte.
Compito degli operai avanzati
è conoscere a fondo la fabbrica
integrata ed i suoi punti deboli, trarre esperienza dalle agitazioni
effettuate, per mettere in piedi le forme organizzative e di lotta più
appropriate ed avanzate per portare l'
intera massa alla lotta contro il capitalismo monopolistico.