LO
SCONTRO ISTITUZIONALE:
QUALE
POSIZIONE DEBBONO ASSUMERE I COMUNISTI?
La sentenza con cui la
Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il cosiddetto «lodo Alfano» (che
garantiva praticamente a Berlusconi l'immunità dai
quattro processi giudiziari intentati nei suoi confronti dalla magistratura
ordinaria) ha dato origine a un
conflitto sena precedenti fra i
poteri dello Stato borghese italiano:
Corte Costituzionale contro Presidente del Consiglio dei Ministri; Corte
Costituzionale contro Corte Costituzionale; Corte Costituzionale in esplicito
dissenso col Capo dello Stato; Presidente della Camera contro Presidente del
Consiglio; Presidente del Consiglio e governo contro la Presidenza della
Repubblica, la Corte Costituzionale e la magistratura.
Cinque anni fa, a proposito del
cosiddetto «lodo Schifani», la Corte - con giudici in parte
diversi da quelli di oggi - aveva deciso il contrario di quanto ha deliberato
con la sentenza del 7 ottobre: aveva affermato nel 2004 che era «di interesse apprezzabile l'esigenza
di protezione della serenità dello svolgimento delle rilevanti funzioni»
esercitate dalle quattro più alte cariche dello Stato. E non aveva sancito che
la norma protettrice dovesse essere adottata con una
legge costituzionale. Napolitano, trincerandosi
dietro questa
decisione, aveva promulgato la legge Alfano senza esercitare la propria facoltà
di rinvio della legge alle Camere.
Oggi i giudici costituzionali, cambiando
le carte in tavola, hanno costretto il Quirinale ad
un'autodifesa che è stata giudicata, da più parti, debole e
contraddittoria; tant'è vero che Napolitano, per rispondere alle critiche, ha voluto
coprirsi le spalle con una dichiarazione congiunta dei presidenti della Camera
e del Senato. La furibonda e scomposta reazione di Berlusconi
a quella che rappresenta una sua sconfitta
politica e un ulteriore, oggettivo
indebolimento della sua persona e del suo governo, ha messo ancor più in
evidenza la crisi che scuote il sistema
di potere della borghesia e le sue articolazioni istituzionali.
Particolarmente interessante è il fatto
che la Corte Costituzionale, con la sua nuova sentenza, ha voluto per la prima volta far valere chiaramente
il suo ruolo di organo di «suprema garanzia» della conservazione dello Stato borghese al di sopra del governo, del parlamento e della stessa
Presidenza della Repubblica.
Tutti i liberaldemocratici
e i socialdemocratici nostrani hanno esaltato e difeso la Corte Costituzionale
e il Capo dello Stato. E lo stesso atteggiamento è stato assunto da quella socialdemocrazia
«di sinistra» che è rappresentata, in Italia, da Rifondazione e dal PdCI: non ce ne meravigliamo, perché questi partiti, che
favoleggiano di un'astratta «alternativa di sistema», hanno perduto ogni rapporto col marxismo e col leninismo, ogni legame
con un'autentica prospettiva rivoluzionaria.
Quale atteggiamento deve, invece,
assumere ogni comunista, ogni rivoluzionario, in una situazione che -
come scrive «Repubblica» nel suo editoriale dell'8 ottobre - mette in forse il
«regolare gioco democratico fra le istituzioni», la «separazione dei poteri»,
la «trama di equilibri» sulla quale si regge quella sovrastruttura statale, quello Stato democratico-borghese
che garantisce il dominio del capitale sulla classe operaia e su tutti gli
sfruttati? Ogni comunista, ogni rivoluzionario che abbia appreso la lezione
di Marx e di Lenin, mentre difende con le unghie e con i denti i diritti e gli
spazi di libertà conquistati durante la Resistenza col sangue dei partigiani,
mentre
lotta a viso aperto contro l’offensiva reazionaria, ha interesse che quegli
«equilibri» strategicamente si squilibrino, che
continui il progressivo logoramento di
quello Stato burocratico-parlamentare che la futura
rivoluzione socialista dovrà abbattere e sostituire con un nuovo Stato basato
sui consigli operai e di tutti i lavoratori: uno Stato nel quale non vi è più «separazione di poteri», ma un solo
potere, quello del proletariato vittorioso.
Ottobre 2009 Piattaforma Comunista