Se non
ora, quando?
Unendo le avanguardie operaie sul terreno
del marxismo-leninismo, realizzare l’unità dei
comunisti
Da molti mesi noi compagni di
«Teoria & Prassi» abbiamo indicato con insistenza il compito principale
della fase politica che i comunisti stanno
vivendo.
L’analisi materialistica della
realtà mostra che, in ogni situazione specifica, vi è un compito principale sul
quale vanno concentrate tutte le energie, e altri compiti subordinati ad
esso. Al primo posto si colloca oggi la
battaglia per riconquistare al comunismo gli elementi di avanguardia della
classe operaia, unendoli sul terreno del marxismo-leninismo nella prospettiva
della ricostruzione del partito comunista in Italia.
Unire le avanguardie della classe
operaia, gli operai migliori, più
capaci e combattivi che in lunghi anni di lotta hanno accumulato
esperienze preziose e sono stati di esempio ai loro compagni di classe.
Attrarli dalla parte del comunismo, aiutandoli a rompere ogni legame
ideologico, politico e organizzativo con il revisionismo e il riformismo, con
l’opportunismo e il centrismo, e con i partiti politici che ne sono in Italia
l’espressione (DS, PdCI e Rifondazione Comunista). Costruire in ogni città, in
ogni provincia, comitati comunisti i quali svolgano attività di propaganda, di
agitazione e di intervento nelle lotte operaie e proletarie, sviluppino
campagne di informazione a difesa del patrimonio storico del movimento
comunista internazionale, e curino - con attività di studio e di
approfondimento - la formazione rivoluzionaria dei compagni aderenti ai
comitati, con l’obbiettivo di farne dei buoni quadri comunisti. Creare, sulla base
dei comitati comunisti, un’organizzazione comunista intermedia, centralizzata,
e disciplinata, con un proprio giornale politico nazionale di agitazione e
propaganda.
Questa è la battaglia da vincere
oggi. Come Lenin ha chiarito in modo esemplare nell’Estremismo, vi sono due
tappe distinte e ineliminabili nel processo storico concreto che conduce alla
vittoria rivoluzionaria sulla borghesia:
«L’avanguardia proletaria è ideologicamente conquistata. Questo è l’essenziale.
Senza questo non si può fare nemmeno il primo passo verso la vittoria».
«Se non si è potuto adempiere al
primo compito storico (attrarre l’avanguardia cosciente del proletariato dalla
parte del regime dei Soviet e della dittatura della classe operaia, senza una
piena vittoria ideologica e politica sull’opportunismo e sul socialsciovinismo,
non si potrà adempiere il secondo compito che è all’ordine del giorno e che
consiste nel saper condurre le masse su una nuova posizione, atta ad assicurare
la vittoria dell’avanguardia nella rivoluzione».
Stalin ha così sintetizzato il
contenuto del lavoro politico che i comunisti debbono compiere nelle due
successive fasi indicate da Lenin:
«Conquistare al comunismo
l’avanguardia del proletariato (vale a dire forgiare i quadri, creare il
partito comunista, elaborare il programma, i princìpi della tattica). La
propaganda come forma fondamentale di attività.
Conquistare all’avanguardia larghe
masse di operai e in generale di lavoratori (condurre le masse su posizioni di
lotta). Forma fondamentale di attività: azioni pratiche delle masse, come
preludio alle battaglie decisive» (Strategia e tattica politica dei comunisti
russi (1921), in Opere complete, Ed. Rinascita, vol. 5°, p. 101).
Già negli anni di Lenin e di
Stalin era difficile far comprendere questa dialettica rivoluzionaria, questo
rapporto fra due tappe la prima delle quali è condizione per il successo della
seconda. Oggi è anche più difficile di ieri. Il lavoro fra le masse sul terreno
sindacale, sul terreno della costruzione di primi embrioni di fronte unico
proletario, sul terreno dell’antifascismo e dell’antimperialismo, cioè il
lavoro che alcuni gruppi, riviste, giornali locali, circoli, ecc., svolgono
quotidianamente (e nel quale noi stessi compagni di «Teoria & Prassi» siamo
impegnati «su obiettivi politici selezionati»), non va certamente abbandonato,
ma deve essere subordinato (in termini di tempo e di energia rivoluzionaria) al
lavoro per la costruzione del Partito. In assenza del Partito comunista che lo
diriga, il lavoro fra le masse popolari produce soltanto risultati parziali
(anche se importanti in certe situazioni locali) e - in altre situazioni -
finisce spesso per disperdersi in mille rivoli e per isterilirsi, quando
addirittura non produce risultati utili soltanto al rafforzamento dei partiti
revisionisti e riformisti.
Senza connessione con la classe
operaia non si avanza, non si va verso il Partito: vi sarebbero solo dei
tentativi effimeri e senza respiro. L’esperienza ha dimostrato che ogni forza
che ha cercato di presentarsi come partito o come organizzazione nazionale
senza estendere i suoi legami con la classe operaia è già diventata, o rischia
di diventare presto, una caricatura o un elemento di divisione in seno al
movimento comunista.
La consueta accusa che
spontaneisti e movimentisti muovono a chi pone in modo cosciente come
obbiettivo prioritario il lavoro di costruzione del Partito fra gli operai è
l’accusa di dogmatismo e di settarismo, di cui vengono spesso incolpati gli
«intellettuali». Ma già Lenin, nei
primissimi anni del processo di formazione del Partito in Russia, replicava:
«Non può esistere dogmatismo là dove l’unico supremo criterio della dottrina è
la sua corrispondenza al processo dello sviluppo economico e sociale; non può
esservi settarismo quando il compito consiste nell’aiutare l’organizzazione del
proletariato, quando perciò la funzione degli «intellettuali» consiste nel
rendere inutile l’opera di particolari dirigenti intellettuali» (Che cosa sono
gli “amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici, 1898).
In che modo è necessario muoversi
nella realtà attuale, caratterizzata dalla divisione delle forze comuniste,
dalla molteplicità dei gruppi, alcuni dei quali hanno già proclamato «il
partito siamo noi» e molti altri si considerano «autosufficienti»?
Noi non ci consideriamo un gruppo
«autosufficiente» e cercheremo una fattiva collaborazione con quelle forze e
quei gruppi comunisti dai quali non ci dividono profonde differenziazioni di
tipo ideologico: differenziazioni non poste da noi (che ci riconosciamo pienamente
nel patrimonio teorico di Marx, Engels, Lenin e Stalin), ma da chi pone
aprioristiche «discriminanti» su presunte «nuove e superiori tappe» del
marxismo-leninismo, sulla «clandestinità totale», e così via.
Chi pone fin dall’inizio simili
discriminanti non ha compreso la lezione che viene dall’esperienza storica, dal
processo reale di formazione dei partiti comunisti. Dopo la fondazione della
Terza Internazionale, i nuovi partiti comunisti non nacquero già «perfetti»
come Minerva dalla testa di Giove. Nacquero dalla collaborazione, prima, e
dall’unificazione, poi, di organizzazioni e gruppi comunisti locali o regionali
che, pur venendo da esperienze diverse, avevano un saldo radicamento nella
classe operaia.
Nel precedente n. 13 di «Teoria
& Prassi» abbiamo pubblicato alcune pagine di Lenin, che nel 1920 invitava
alcuni gruppi comunisti e alcune organizzazioni politiche inglesi che si
riconoscevano nei principii fondamentali della III Internazionale a unirsi in
un solo partito, a realizzare «la rapida costituzione di un partito comunista
unico». Alcuni di questi gruppi si erano già dati il «nome» di «Partito» (come,
in questi ultimi anni, è avvenuto anche in Italia); altri no. Ma il «nome», che
in taluni casi poteva essere solo formale, interessava poco Lenin. Con il suo
straordinario spirito pratico (in lui sempre congiunto alla più ferma e
rigorosa difesa teorica del marxismo), Lenin li spronava a entrare «in
trattative fra loro», e si interessava profondamente dell’«andamento dei
negoziati» già in corso fra alcuni di essi per giungere all’unificazione. Su
quale base, in quegli anni? Il «riconoscimento del sistema sovietico in luogo
del parlamentarismo», il «riconoscimento della dittatura del proletariato», la
piena accettazione «di tutte le decisioni della III Internazionale».
Fu solo in seguito, e dopo un
consistente periodo di esperienze e di lotte, che i Partiti comunisti -
attraverso quella che fu chiamata la loro «bolscevizzazione» - acquisirono
tutte le loro fondamentali caratteristiche. La formazione dello stesso Partito
bolscevico passò, in Russia, attraverso una serie di momenti e di fasi
intermedie: dai circoli alle Unioni di Lotta regionali, e da queste al partito
come organizzazione nazionale.
Oggi dobbiamo uscire dall’eterna
«logica del confronto» e passare a quella della collaborazione fra gruppi
comunisti non divisi da profonde differenziazioni ideologiche. Lo ripetiamo:
dobbiamo lavorare insieme per la creazione, in ogni città e in ogni provincia,
di comitati comunisti e, successivamente, di un’organizzazione intermedia
centralizzata che prepari tutte le condizioni (politiche, programmatiche,
organizzative) per la fondazione non di «un» partito, ma «del» Partito: in ogni
paese, non può esservi che un solo Partito comunista.
Tutto questo non può avvenire
senza una lotta ideologica attiva contro quelle posizioni - presenti in certi
gruppi - che cercano di ostacolare la ricostruzione del partito, riconoscendo a
parole che esso è necessario, ma rinviando a un tempo, lontano, indeterminato,
il lavoro da compiere per ricostruirlo, perché le «condizioni storiche» non
sarebbero ancora mature. Secondo queste posizioni, il processo di costruzione
del Partito dovrebbe essere preceduto da una lunga fase di lotta puramente
ideologica per sconfiggere l’egemonia che il revisionismo conserva ancora
all’interno del movimento di classe. È una posizione idealista ed opportunista.
Come Lenin affermava
instancabilmente,«STUDIARE, PROPAGANDARE, ORGANIZZARE» sono, per i comunisti, tre attività
indissolubilmente legate fra loro.
Contro ogni scetticismo, è
necessario agire, modificare posizioni esistenti, spostare forze nella giusta
direzione, affinché venga accolto in modo sempre più convinto e consapevole il
principio leninista che il Partito si costruisce dall’alto verso il basso e
secondo un piano preciso.
La situazione politica attuale
crea condizioni sempre più favorevoli a questo lavoro. L’aggravamento della
crisi economica, la perdita del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni,
la precarietà del lavoro, la sempre più angosciosa insicurezza sociale,
suscitano il crescente malcontento, e spesso la ribellione, di settori importanti della classe operaia e dei
lavoratori. Aumentano gli scioperi e le lotte rivendicative, con forme di lotta
spesso molto avanzate e dirompenti. Le contraddizioni all’interno dello
schieramento borghese stanno diventando molto acute; sul piano istituzionale,
aumentano i contrasti fra i vari poteri dello Stato (governo, parlamento,
magistratura, presidenza della Repubblica); sempre più pesante è la pressione
della Chiesa cattolica sullo Stato italiano. Ogni giorno vengono predisposti
dal governo, attraverso le modifiche alla legislazione penale e di emergenza,
nuovi strumenti repressivi contro il proletariato e le masse popolari. Sul piano internazionale, aumenta il
pericolo di nuove guerre imperialiste per la spartizione delle risorse del
pianeta, sottoposte alla più selvaggia rapina da parte del capitale
monopolistico e dell’oligarchia finanziaria.
In questo scenario, l’assenza di
una direzione rivoluzionaria e comunista delle lotte operaie e popolari diventa
sempre più evidente agli occhi degli elementi più avanzati della classe.
La possibilità di un ricambio di
governo, in caso di vittoria dell’Unione liberal-democratica e riformista di
Prodi, D’Alema, Cossutta e Bertinotti nelle prossime elezioni politiche della
primavera del 2006, creerà in una buona parte del proletariato e delle masse
popolari attese e speranze che saranno - dopo breve tempo - ineluttabilmente deluse.
Anche da questa amara esperienza sorgerà, negli elementi più avanzati della
classe operaia, la consapevolezza della necessità di una direzione politica
rivoluzionaria, e quindi la necessità del Partito comunista. Lavorare
concretamente fin da oggi per ricostruirlo è, dunque, un dovere imprescindibile
per ogni comunista. Se non ora, quando?