Violenza non violenza e società capitalistica
La dialettica violenza-non violenza e la questione della
congruenza mezzi-fini sono diventati temi fondamentali all’interno della riflessione
etico-politica della cosiddetta “sinistra”: “Liberazione”, “Il Manifesto”,
“Carta” ed altri periodici pubblicano sistematicamente articoli, interventi,
dossier e interviste che hanno un comune denominatore: legittimare la non violenza
come unico strumento di lotta,
cancellare la dialettica di classe e la lotta anticapitalista dal dibattito
politico, destinato a polarizzarsi attorno alla necessità di superare
l’alternativa guerra-terrorismo con metodi non violenti.
I fautori della non violenza assumono questa categoria come
un concetto di valore e di senso essenzialmente positivo; però se osserviamo
bene il concetto di non violenza è un’astrazione generica che non ci dice nulla
su ciò in cui positivamente consiste
la moralità della prassi, cioè non
ci indica come l’iniziativa umana debba rapportarsi a situazioni storiche
caratterizzate dallo sfruttamento selvaggio di uomini e donne, dal razzismo,
dalla dittatura (cui ci hanno abituato non solo i “tradizionali” regimi
reazionari, ma anche numerosi sistemi che di democratico hanno solo la
facciata), dal saccheggio indiscriminato delle risorse o ancora dalla fame,
dalla miseria, dalla disoccupazione di massa.
Basta riflettere attentamente anche solo su uno degli
aspetti che abbiamo appena ricordato a titolo esemplificativo per rendersi
conto che la non violenza, proprio in
quanto precetto negativo, non può costituire né un progetto di valori e neanche
una tecnica di liberazione dalle situazioni disumane che si manifestano
storicamente.
La riprova di questo ci è data dal fatto che certi apostoli
della non violenza per realizzare fini etici quali la libertà e l’indipendenza
furono costretti a usare la violenza. Emblematico in passato fu il caso della
scelta del metodo della violenza da parte del discepolo di Gandhi, Pandit
Nehru. Questi, di fronte al rifiuto del governo portoghese di lasciare Goa (20
agosto 1955) non esitò ad usare la forza, cacciando manu militari i portoghesi.
Proprio il fatto che i fautori della non violenza, per
sbloccare determinate situazioni storiche sono costretti a ricorrere alla
violenza dimostra che il rapporto tra violenza e non violenza e il problema
della congruenza tra mezzi e fini non vanno assunti astrattamente, al di fuori
di ogni connessione con l’esperienza storica, politica e culturale, con la
pretesa di valere come paradigma per l’azione dei comunisti.
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