Enver Hoxha, I revisionisti moderni sulla strada della degenerazione socialdemocratica e della fusione con i socialdemocratici

PRESENTAZIONE

 

L’articolo di Enver Hoxha che presentiamo in versione digitale, fu pubblicato nel giornale “Zëri i Popullit”, organo del Partito del Lavoro di Albania (PLA), il 7 aprile 1964.

La traduzione in lingua italiana, da noi curata, si è avvalsa del testo ufficiale pubblicato nelle “Opere scelte” in lingua inglese, Vol. III, a cura dell’Istituto di Studi Marxisti-Leninisti presso il Comitato Centrale del PLA.

Si tratta di un documento di rilevante importanza, praticamente sconosciuto ai comunisti del nostro paese, che getta luce sul processo degenerativo dei vecchi partiti revisionisti e sulla lotta dei marxisti-leninisti contro di esso. Lo scenario politico internazionale in cui si colloca l’articolo è quello dei bombardamenti USA in Vietnam, del colpo di stato militare in Brasile e dei continui cedimenti del revisionismo sovietico di fronte all’imperialismo nordamericano in nome della “coesistenza pacifica”.

Il movimento comunista internazionale attraversava una grave crisi, che bisognava superare in modo rivoluzionario, per recuperare il terreno perduto dopo il termidoro kruscioviano e le infauste conclusioni del XX Congresso del PCUS, noto come il congresso della “destalinizzazione”.

Il revisionismo era divenuto un gravissimo e diretto pericolo per le grandi vittorie storiche conseguite dal proletariato, per il socialismo, per il marxismo-leninismo. Il suo scopo era quello di soffocare qualsiasi tentativo rivoluzionario, far degenerare in ogni paese il marxismo-leninismo in volgare socialdemocrazia.

La comune ideologia borghese nonché l’identità d’interessi in molti campi avevano avvicinato e univano sempre più strettamente i revisionisti moderni e gli imperialisti, i socialdemocratici e tutti i vari servitori dell’imperialismo nella lotta contro il comunismo, contro la rivoluzione proletaria.

In questo complicato periodo di ritirata della rivoluzione, di confusione ideologica e politica, era necessario e urgente strappare la maschera e denunciare le posizioni e l’attività dei partiti revisionisti, la loro propensione a fondersi e trasformarsi in partiti socialdemocratici, puntelli sociali dell’imperialismo, per dare impulso alla formazione di veri partiti marxisti-leninisti.

Il “quartier generale” del revisionismo moderno si trovava nell’Unione Sovietica revisionista (Krusciov e il suo gruppo) e in Jugoslavia (Tito e la sua cricca). Dopo aver combattuto apertamente l’attività ostile e revisionista jugoslava fin dagli anni seguenti la seconda guerra mondiale, il PLA – com’è noto – aveva iniziato pubblicamente l’attacco al revisionismo sovietico con lo storico discorso pronunciato da EnverHoxha alla Conferenza degli 81 partiti comunisti e operai che si svolse a Mosca nel novembre 1960, con cui furono rigettati i punti di vista controrivoluzionari sostenuti dal rinnegato Krusciov e dagli altri revisionisti, che erano alla base di queste tendenze.

Il PLA considerava la lotta senza quartiere per l’annientamento, ideologico e politico del moderno revisionismo come un imperioso e urgente dovere dettato dal momento storico.

Questa lotta doveva essere portata a un livello ancora più alto, mentre procedeva l’edificazione della base economica del socialismo in Albania, nelle difficili condizioni del blocco economico e delle pressioni di ogni genere esercitate dai capitalisti e dai revisionisti.

Andava tracciata una volta e per sempre una precisa linea di demarcazione e differenziazione con il moderno revisionismo, in tutti i campi, dimostrando che esso era irrecuperabile a una posizione rivoluzionaria e di classe, che si spostava sempre più a destra, fino a coincidere con la socialdemocrazia borghese.

Gli articoli pubblicati su «Zëri i Popullit» contro il revisionismo,ripubblicati sotto forma di opuscoli, tradotti in parecchie lingue e diffusi per radio, servirono da potente e affilata arma nelle mani del PLA nella sua lotta di principio per la difesa del marxismo-leninismo e per portare avanti la bandiera della rivoluzione sociale del proletariato.

Le denunce e le prese di posizione del PLA diretto da EnverHoxha, sostenute dalla verità dei fatti, trovarono una vasta eco negli operai e nei popoli oppressi del mondo intero.

I comunisti albanesi, grazie al loro atteggiamento fermo e deciso (ben altra posizione di fronte alle indecisioni, ai tentennamenti e al conciliatorismo di fondo tenuti dalla direzione cinese), ebbero in quegli anni un ruolo considerevole nella battaglia contro i vecchi partiti caduti nel revisionismo e per la formazione di nuovi partiti marxistileninisti.

Poco a poco, migliaia di comunisti, di operai di avanguardia, di giovani rivoluzionari, di genuini antifascisti, presero coscienza del tradimento revisionista, insorsero contro le direzioni revisioniste, dapprima combattendo all’interno dei partiti degenerati, come quello italiano, fino alla loro completa emarginazione ed espulsione. Quindi si riorganizzarono in maniera autonoma al loro esterno, creando e rafforzando gruppi, organizzazioni e partiti rivoluzionari del proletariato, inserendosi nelle lotte di classe in corso.

È dentro questo quadro e con questa funzione che va compreso l’articolo di EnverHoxha che presentiamo: esso costituisce un’aperta denuncia e un attacco ideologico a fondo al tradimento e alle tesi deviazioniste dei dirigenti revisionisti, alle loro conseguenze in campo politico, e allo stesso tempo una difesa a tutto campo della teoria e della pratica rivoluzionaria marxista-leninista per aprire la via alla formazione di nuovi partiti comunisti (nel nostro paese nel marzo 1964 erano state pubblicate le “Proposte per una piattaforma dei marxisti-leninisti d’Italia”, avviando un movimento che si trasformò due anni dopo nella fondazione del PCdI (m-l)).

La formazione dei nuovi partiti marxisti-leninisti era infatti una questione di importanza vitale per la classe operaia di ogni paese ed anche per la causa della rivoluzione su scala mondiale.

Quest’articolo del 1964 di EnverHoxha può essere considerato il prologo di un’altra opera di eccezionale spessore: “L’Eurocomunismo è anticomunismo”, apparsa nel 1980.

Come nell’opera del 1980, l’articolo del 1964 insiste su un concetto di fondo: il revisionismo si basa sulla negazione del ruolo storico della classe operaia e dello strumento della realizzazione di questo ruolo: la dittatura del proletariato.

In particolare lo scritto che presentiamo evidenzia il subdolo inganno perpetrato dal revisionismo, cioè che fosse la socialdemocrazia ad incontrare il revisionismo e non il revisionismo a correre verso la socialdemocrazia.

Con grande lungimiranza, il compagno EnverHoxha ha previsto in questo scritto la confluenza e integrazione dei revisionisti nel campo socialdemocratico, che sarebbe poi ufficialmente avvenuta, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, come sta a dimostrare, tra le tante, la storia del PCI di Berlinguer e Occhetto.

Osservando la tragedia dal principio, EnverHoxha ci ha rivelato, in tempi non sospetti, le cause che già all’epoca avevano di fatto distrutto il socialismo in Urss e nelle democrazie popolari, sabotando per giunta ogni prospettiva di realizzazione in altri paesi, e che porteranno più avanti alla sconfitta del movimento internazionale della classe operaia.

Sono in molti ad attribuire, erroneamente, il fallimento del socialismo alla mancanza di alternative al capitalismo e a credere che il sistema basato sullo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano sia irreversibile e perpetuo, questo anche per via della martellante propaganda dei media borghesi.

In realtà a essere fallito non è il socialismo come sistema sociale, ma il revisionismo che dopo aver distrutto la dittatura del proletariato in URSS, restaurò il capitalismo e le sue leggi, come quella del profitto regolatore della produzione, reintegrando l’economia sovietica nell’economia capitalistica mondiale e sostituendo la lotta di classe per il comunismo con la collaborazione di classe.

Un processo culminato con la disintegrazione dell’URSS e del blocco revisionista dell’est europeo, con i suoi partiti che la degenerazione revisionista convertì in strumenti di sabotaggio della rivoluzione e del socialismo.

Tale linea controrivoluzionaria nel corso della sua disastrosa parabola ha determinato anche la progressiva degenerazione di quei partiti occidentali già vacillanti, gestiti da revisionisti mascherati come appunto il PCI di Togliatti, che nell’VIII Congresso sotto lo slogan falso della “via italiana al socialismo”, parlamentare e pacifica, seppellì ufficialmente qualsiasi programma e strategia rivoluzionaria, cambiando la natura stessa del partito. Tesi ulteriormente approfondite, nel senso della subalternità all’imperialismo e della legittimazione delle deviazioni del moderno revisionismo, nel X Congresso del PCI (1962) e nel “Testamento” togliattiano, due dei tanti esempi significativi.

Oltre ad aver propagandato le tesi revisioniste krushioviane, bisogna riconoscere al capo del partito revisionista italiano di esser stato uno dei principali fautori dell’allontanamento da Mosca dei partiti revisionisti occidentali, ovviamente non su basi marxiste-leniniste e anti-revisioniste, ma come variante dello stesso revisionismo.

Disegno completato e portato alle estreme conseguenze dal suo successore Berlinguer, alfiere dell’ “eurocomunismo”, epigono proprio di quel “policentrismo” togliattiano che in realtà non era affatto originale, ma era in tutto e per tutto la concezione della Lega dei Comunisti Jugoslavi.

Le concezioni “eurocomuniste” vennero fatte proprie anche dai revisionisti francesi e spagnoli. L’asse revisionista italo-franco-spagnolo si distinse per le politiche apertamente socialdemocratiche, riformiste, anti-operaie (non veniva più riconosciuta la missione storica della classe operaia) e filo-imperialiste (già al tempo di Togliatti si parlava di come il capitalismo fosse diventato “ragionevole”, posizione poi sfociata nella volontà dei dirigenti di questi partiti di porsi sotto l’ombrello della NATO, poiché così si sarebbero sentiti “più sicuri”, come disse Berlinguer).  Una delle particolarità del processo degenerativo e controrivoluzionario sviluppatosi nel PCI fu la politica del “compromesso storico” con la classe dominante, avviata nei primi anni ’70 del secolo scorso.

Il “compromesso storico” di Berlinguer e dei suoi seguaci, in prosecuzione della via togliattiana, rappresentò l’abbandono della posizione di una residua “indipendenza” che era stata mantenuta fino ad allora, quando i revisionisti italiani pensavano di poter ottenere la maggioranza parlamentare e governare insieme ad una coalizione di sinistra. Sotto l’influenza degli avvenimenti in Cile, essi accettarono di svolgere un ruolo secondario, subordinato in una coalizione con il partito del grande capitale e dell’alta gerarchia cattolica, la Democrazia Cristiana, per salvare lo Stato borghese che versava in una grave crisi.

È a causa di questa linea di continui cedimenti e arretramenti che sono emersi elementi come Giorgio Napolitano – il “comunista” preferito da Kissinger – e Achille Occhetto che gestì la “svolta della Bolognina” nel 1991 per gettare definitivamente nel fango la bandiera del PCI, ormai l’unico elemento simbolico riconducibile al comunismo, dato che la sostanza comunista fu gettata ben prima a mare con la liquidazione togliattiana del ruolo dirigente della classe operaia aspirante alla conquista rivoluzionaria del potere e al socialismo.

Il partito “comunista” che ammainò anche gli ultimi simboli esteriori del comunismo è stato l’espressione di un processo degenerativo che ineluttabilmente aveva condotto all’allontanamento più completo dal proletariato nell’ideologia e nella radice di classe. L’elemento piccolo borghese proveniente dagli apparati amministrativi dello Stato borghese rappresentava in quel partito l’elemento sociale preponderante. Di fatto il partito comunista, come reparto di avanguardia della classe operaia, era stato liquidato da tempo.

Berlinguer approfondì le concezioni di Togliatti ed eliminò ogni riferimento al socialismo scientifico. Ricordiamo l’emblematica intervista con Scalfari, le cui parole furono un colpo al cuore per molti sinceri comunisti che ancora non si erano accorti di dove fosse finito il loro PCI. Eccone alcune, fra le più funeste: “Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante”.  Pochi anni dopo il revisionista sardo arrivò a ritenere superata la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, spianando la strada ai miglioristi, futuri liquidatori del PCI.

Quanto al partito dei “massimalisti”, nei confronti del quale il partito comunista in talune condizioni deve realizzare una tattica per sviluppare la politica di fronte unico (possibile perché la base proletaria dei partiti socialisti si ribella alle politiche borghesi dei propri dirigenti spingendo verso l’unità d’azione coi comunisti) conquistando e proiettando verso i propri obiettivi il maggior numero possibile di operai per mettersi così alla testa del movimento rivoluzionario per il socialismo (nelle pagine a seguire Hoxha illustra la giusta metodica per evitare tanto il settarismo quanto l’opportunismo), occorre ricordare che esso si trasformò negli anni ’60 nel partito borghese del “centro-sinistra”, poi del “quadri-pentapartito”, del

“socialismo liberale” e del “socialismo democratico”, puntello dapprima dei governi DC di centro-sinistra e infine, dopo la rinuncia anche formale al marxismo con la segreteria Craxi, forza di coalizione nei governi più reazionari, come quelli di Andreotti. La corrente “di sinistra” di questo partito divenne quella lombardiana dell’a-comunismo, dato che molti vecchi riformisti avevano aderito al PCI dato che, dopo la socialdemocratizzazione, non vi erano più differenze di vedute significative.  Nell’ultima parte del testo di EnverHoxha si allude a quelle figure che pur nutrendo riserve verso la direzione revisionista non hanno mai dato battaglia per far valere le proprie posizioni e sono sempre rimasti subalterni alla direzione revisionista, finendo per essere calunniati, emarginati, sbiadendo le proprie figure di combattenti rivoluzionari e divenendo responsabili di quanto stava accadendo. A ciò conduce inevitabilmente la linea dell’unità fine a se stessa.

La lezione che si trae dalla lettura di questo lungo articolo è che per preservare lo spirito rivoluzionario del partito e dell’intero movimento comunista e operaio non bisogna mai cedere il ruolo guida della classe operaia e del partito comunista e far valere la propria opposizione risoluta a ogni manifestazione di revisionismo e di opportunismo. Senza questa lotta, senza la più risoluta e definitiva separazione dal revisionismo, dall’opportunismo e dalla socialdemocrazia, senza erigere una diga fra queste correnti borghesi e il proletariato rivoluzionario, non si può essere comunisti, non si può ricostruire il Partito comunista e tanto meno sconfiggere l’imperialismo, la borghesia e la reazione.

Gli insegnamenti che ci ha lasciato il compagno EnverHoxha, scritti con la chiarezza dell’analisi marxista-leninista applicata alla situazione concreta e con l’energia rivoluzionaria che lo contraddistingueva, il rifiuto di ogni compromesso di principio e il coraggio nell’affrontare i nemici di classe, sono di grande importanza nella lotta condotta dai comunisti per ridare alla classe operaia il suo Partito rivoluzionario e indipendente, infondono ottimismo e ci ispirano nella lotta di tutti i giorni.

Luglio 2022

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

 

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