Lottiamo uniti per forti aumenti salariali

Da due secoli i borghesi dicono agli operai che è inutile lottare per gli aumenti di salario perché questi al massimo trovano un giovamento solo temporaneo, dato che l’accresciuta domanda di merci che con esso si scambiano ne fa salire il prezzo.

Si tratta di un dogma penetrato ben presto nel movimento operaio contro cui Marx condusse una lotta energica. La sua più brillante conferenza sull’argomento al cospetto dell’Associazione Internazionale degli Operai nel 1865 è stata pubblicata postuma nel classico “Salario, Prezzo e Profitto”.

Ciò nonostante il dogma che gli aumenti salariali creano inflazione è ripetuto da sempre e fa parte dell’ideologia borghese in campo economico e viene sparso ai quattro venti.

Il livello del salario è invece frutto della lotta di classe che anche su questo terreno gli operai e i borghesi conducono: stabiliti il limite minimo (la pura sussistenza) e quello massimo teorico (salario equivalente al valore dell’intera giornata lavorativa), Marx dice: “La cosa (ossia la fissazione del salario) si riduce alla questione dei rapporti di forza della parti in lotta” (Salario, prezzo e profitto, paragrafo 14).

Il salario stabilisce il saggio di plusvalore, ossia il rapporto, all’interno della giornata lavorativa, tra lavoro non pagato e pagato. In quanto tale la storia economica mostra due aspetti contradditori:

1)           Lo sviluppo delle forze produttive, quindi della produttività del lavoro, interessando le merci che compongono il consumo della forza-lavoro ha storicamente portato all’aumento del potere d’acquisto dei salari;

2)           Lo stesso sviluppo, esteso alla generalità delle merci, ha consentito l’aumento del saggio di plusvalore con grande vantaggio dei capitalisti.

Oggi questo saggio medio è di gran lunga superiore al 100%.  Esso, da un lato è indice del livello di sfruttamento, dall’altro stabilisce la ripartizione della produzione sociale tra le classi. Il suo aumento favorisce le classi proprietarie che si appropriano del plusvalore.

L’aumento del tenore di vita dal secolo XIX ad oggi – che però da tempo si è fermato – ha in alcuni momenti storici creato l’illusione della possibile affermazione della classe operaia in regime borghese, mentre nella realtà la dinamica economica ha favorito le altre classi, ed inoltre fatto le fortune del riformismo contro la reale affermazione del proletariato con la rivoluzione.

Perché allora ciò nonostante il sistema capitalista-imperialista è in crisi? Per i borghesi più che il saggio di plusvalore conta il saggio di profitto. Essi calcolano il rendimento non rapportando il plusvalore trasformato in profitto all’investimento in salari, ma sull’intero capitale investito.

Non solo, ma fanno tale calcolo dopo che lo hanno spartito con altri capitalisti, segnatamente i commercianti, e dopo che hanno detratto imposte ed interessi sul capitale preso a prestito. Da cui la litania ‘troppe tasse, interessi troppo alti, catene commerciali troppo lunghe, salari troppo elevati’.

Oltre alla voce padronale ne esiste una forma attenuata propria di un riformismo, specie sindacale, a cui il capitale lascia ormai poco spazio: moderazione salariale, meno tasse sul salario, sostegno ai padroni che investono, ne sono le caratteristiche.

È la sintesi dell’ideologia di chi, abbandonando la lotta di classe, ha fatto propri gli ‘interessi nazionali’ perché ‘siamo tutti nella stessa barca’: di fatto il sostegno al padronato e ai suoi governi.

Questa voce intermedia ha diverse tonalità e storia nei vari paesi.

In Italia un punto di svolta fu la famosa assemblea della CGIL tenuta all’EUR nel 1977 che inaugurò la linea dei sacrifici a sostegno dell’economia nazionale. Ma anche matrice della linea sindacale successiva: concertazione ed aumenti salariali entro il tetto dell’inflazione ufficiale, da ottenersi non con meccanismi automatici (la famosa “scala mobile”), ma sui contratti collettivi nazionali, quindi a recupero contrattato dopo anni, raffreddamento degli automatismi di carriera, regolamentazione del diritto di sciopero, ecc.

L’applicazione pedissequa di questa linea ha portato ad una caduta del potere d’acquisto del salario (unico caso in Europa) già prima degli eventi pandemici e della guerra in Ucraina col ritorno alla grande dell’inflazione su valori annui del 10 %, ma anche superiori per la spesa operaia. I capi sindacali nemmeno in questa situazione si sono mossi per rilanciare la lotta per il salario.

“Esiste in Italia un questione salariale grande come una casa” ha recentemente affermato Landini.

Ma le proposte quali sono? Sostegno alle misure ‘una tantum’ a suon di bonus (buoni-pasto, buoni-benzina, sconti nelle bollette energetiche …) e detassazione del salario col taglio del ‘cuneo fiscale’ (a riduzione dei contributi pensionistici – tanto si andrà in pensione più tardi), rinnovo dei contratti in scadenza, come nel pubblico impiego.

Nulla che vada minimamente ad intaccare i profitti. Ma neanche la difesa del pallido reddito di cittadinanza e nemmeno il contrasto alla liberalizzazione dei contratti a termine e degli appalti.

I cedimenti si susseguono. Nella sera del 30 aprile il governo di estrema destra ha convocato per una consultazione farsa i capi dei sindacati CGIL, CISL, UIL e UGL. Come contentino ha messo sul piatto altri 4 punti di taglio del cuneo fiscale (in tutto sono 7 punti, ovvero poche decine di euro netti in busta paga una tantum fino a dicembre) ed ha portato a 5,4 miliardi la dotazione per l’assegno di “inclusione” (ex reddito di cittadinanza) senza aumentarne il ridotto importo, ma riducendo la platea dei beneficiari. Ha anche annunciato l’estensione dei voucher e la liberalizzazione dei contratti a termine. Nessuna tassazione su profitti e rendite (ovvio, fa parte del DNA dei governi neoliberisti). Per i rinnovi dei contratti pubblici neanche un euro.

Sono segnali di una feroce politica antioperaia, rispetto alla quale le dirigenze dei sindacati confederali hanno palesato un tardivo risveglio, dando vita a manifestazioni dai blandi contenuti. Landini, Sbarra e Bombardieri si guardano bene dal proclamare quello sciopero generale che i lavoratori scesi in piazza chiedono a viva voce.

Fuori delle telecamere Meloni ringrazia perché si è rafforzata grazie al ruolo del riformismo che reca la debolezza e la scissione nei ranghi della classe operaia e delle altre masse lavoratrici, facendo mancare la loro attiva resistenza al dominio sempre più violento del capitale.

E’ del tutto evidente che per modificare i rapporti di forza è necessario sviluppare la lotta per adeguati e duraturi aumenti salariali, a partire dal recupero dell’inflazione degli ultimi due anni, dalla riduzione dell’orario e dei ritmi di lavoro, dalla lotta alla precarietà  per la difesa dell’occupazione stabile.

Rivendicare veri aumenti salariali senza sacrifici di contributi pensionistici e sociali diventa oggi il momento sindacale e politico che può scardinare la concertazione e far entrare nella classe operaia una ventata d’aria fresca.

Occorre prendere posizione nei sindacati, nei comitati operai e popolari, costruirli se non ci sono, dar voce al dissenso che in chi sente sulla propria pelle lo sfruttamento, mentre in giro vede il lusso sfrenato delle classi proprietarie e gli assurdi sprechi della ricchezza nazionale prodotti col plusvalore estratto agli operai, non può non esserci.

Mettiamo in piedi una piattaforma operaia, riuniamo i delegati e costruiamo dal basso un vero sciopero generale contro la borghesia e i suoi lacchè riformisti e opportunisti, per un’alternativa di rottura rivoluzionaria con il capitalismo.

Da Scintilla n. 134, maggio 2023

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