5 marzo 1953 – 5 marzo 2026: Viva Stalin!

In occasione del 73° anniversario della morte del compagno Stalin, riproduciamo di seguito alcuni passaggi del suo Rapporto al XVII Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (gennaio 1934), che risuonano quanto mai  attuali nella situazione internazionale che viviamo, che si va aggravando.

Con il ritorno al potere di Trump, l’imperialismo statunitense sta perseguendo una politica basata sul costringere tutti i paesi e i popoli che oppongono resistenza a sottomettersi al loro dominio. In caso contrario, li schiacciano con tutti i mezzi a loro disposizione, inclusa la forza militare.

Quasi tutto il mondo, in particolare il Medio Oriente, il Pacifico e il Caucaso, è preso di mira da questa politica aggressiva e guerrafondaia.

Questa politica ha prodotto i suoi risultati più efficaci e distruttivi in Medio Oriente fino ad oggi. Il genocidio perpetrato contro il popolo palestinese a Gaza, il passaggio del potere in Siria, devastata da 13 anni di guerra civile, a un gruppo salafita-jihadista, gli attacchi volti a distruggere Hezbollah in Libano e a paralizzare il Libano, i bombardamenti di Iran e Yemen, l’espansione degli attacchi del regime sionista israeliano fino al Qatar sono tutti emersi in questo contesto.

Gli Stati Uniti e i loro alleati mirano a stabilire un dominio imperialista completo su tutte le risorse della regione, principalmente energia e acqua, e a tenere i rivali, in primo luogo la Cina fuori dalla regione, privandoli dell’accesso alle risorse strategiche.

Non si può comprendere, l’aggressione in corso contro l’Iran senza considerare la strategia USA di ridefinizione del Medio Oriente in funzione della loro egemonia mondiale, le necessità di approvvigionamento energetico della Cina, le strette alleanze di Teheran con Pechino e Mosca e la rilevanza di tali legami nella rivalità globale tra le potenze imperialiste.

A tal fine, l’intera regione è costantemente tenuta sull’orlo di una guerra devastante. Gli sviluppi mostrano che le conseguenze della guerra non si limitano all’Iran, ma coinvolgono numerosi paesi, dal Golfo al Libano. Nuove aree di tensione e conflitto si stanno creando nel Caucaso e nell’Asia-Pacifico.

Di fronte all’aumento dell’aggressione imperialista e alla crescita delle minacce di guerra, all’ascesa del fascismo in numerosi paesi, è bene apprendere dalle parole di un maestro del proletariato internazionale e ricavare da esse i compiti da risolvere, in primo luogo lo sviluppo della lotta per un autentico partito comunista.

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Come risultato di questa prolungata crisi economica si è avuto un aggravamento, finora senza precedenti, della situazione politica dei paesi capitalistici, tanto all’interno di quei paesi che nei rapporti fra l’uno e l’altro.

Il rafforzamento della lotta per i mercati esteri, la distruzione degli ultimi residui del libero commercio, i dazi doganali proibitivi, la guerra commerciale, la guerra monetaria, il dumping e molte altre misure analoghe che rivelano un nazionalismo estremo nella politica economica, hanno inasprito al massimo grado i rapporti fra i vari paesi, hanno creato la base per dei conflitti militari e hanno posto all’ordine del giorno la guerra come mezzo per una nuova spartizione del mondo e delle sfere di influenza a profitto degli Stati più forti.

La guerra del Giappone contro la Cina, l’occupazione della Manciuria, l’uscita del Giappone dalla Società delle Nazioni e la sua avanzata nella Cina del Nord hanno reso ancora più tesa la situazione. L’accentuarsi della lotta per il Pacifico e l’aumento degli armamenti militari e navali nel Giappone, negli Stati Uniti, nell’Inghilterra e nella Francia, sono il risultato di questo aggravamento.

L’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni e lo spettro della rivincita hanno dato un nuovo impulso all’inasprirsi della situazione e all’incremento degli armamenti in Europa.

Non c’è da stupirsi se il pacifismo borghese vivacchia oggi miserevolmente e se alle chiacchiere sul disarmo vengono sostituite delle trattative ‘realistiche’ in vista dell’armamento e del riarmo.

Di nuovo, come nel 1914, si presentano in primo piano i partiti dell’imperialismo guerrafondaio, i partiti della guerra e della rivincita.

È chiaro che si va verso una nuova guerra.

Ancor più si inasprisce, sotto l’azione di questi stessi fattori, la situazione interna dei paesi capitalistici. Quattro anni di crisi industriale hanno estenuato e ridotto alla disperazione la classe operaia. Quattro anni di crisi agraria hanno completamente rovinato gli strati dei contadini disagiati non solo nei principali paesi capitalistici, ma anche, e soprattutto, nei paesi dipendenti e coloniali. Sta di fatto che il numero dei disoccupati, nonostante tutti gli imbrogli delle statistiche per farlo apparire più basso, raggiunge, secondo le cifre ufficiali degli istituti borghesi, i tre milioni in Inghilterra, i cinque milioni in Germania, i dieci milioni negli Stati Uniti, senza parlare poi degli altri paesi d’Europa. Aggiungete i disoccupati parziali, il cui numero supera i dieci milioni, aggiungete le masse di milioni di contadini rovinati e avrete un quadro approssimativo della miseria e della disperazione delle masse lavoratrici…

Lo sciovinismo e la preparazione della guerra come elementi fondamentali della politica estera; la repressione contro la classe operaia e il terrore nel campo della politica interna, come mezzo indispensabile per il rafforzamento delle retrovie dei futuri fronti di guerra, – ecco che cosa preoccupa oggi particolarmente gli uomini politici imperialisti dei nostri giorni.

Non c’è da stupirsi che il fascismo sia diventato oggi l’articolo più di moda fra gli uomini politici della borghesia guerrafondaia. Non parlo soltanto del fascismo in generale, ma prima di tutto del fascismo di tipo tedesco, che erroneamente viene chiamato nazional-socialismo, perché il più minuzioso degli esami non lascia scoprire in esso neppure un atomo di socialismo.

In rapporto a ciò, la vittoria del fascismo in Germania non dev’essere soltanto considerata come un segno di debolezza della classe operaia e come il risultato del tradimento della classe operaia da parte della socialdemocrazia che ha aperto la strada al fascismo. Essa dev’essere anche considerata come un segno della debolezza della borghesia, come un segno del fatto che la borghesia non è più in grado di dominare coi vecchi metodi del parlamentarismo e della democrazia borghese e si vede perciò costretta a ricorrere nella politica interna a metodi di governo terroristici, come un segno del fatto che essa non è più in grado di trovare una via d’uscita dalla situazione attuale sulla base d’una politica estera di pace ed è perciò costretta a ricorrere a una politica di guerra.

Tale è la situazione.

Come vedete, si va verso una nuova guerra imperialista, come via d’uscita dalla situazione attuale.

Ma non vi è nessuna ragione di supporre che la guerra possa offrire un’effettiva via d’uscita. Al contrario, la guerra complicherà ancora di più la situazione. Per di più, essa scatenerà senza dubbio la rivoluzione e metterà in pericolo l’esistenza stessa del capitalismo in numerosi paesi, come già è avvenuto nel corso della prima guerra imperialista. E se, nonostante l’esperienza della prima guerra imperialista, gli uomini politici borghesi si aggrappano tuttavia alla guerra, come colui che affoga si aggrappa a un filo di paglia, vuol dire ch’essi si sentono definitivamente perduti e disorientati, che sono finiti in un vicolo cieco e sono pronti a gettarsi a capofitto nell’abisso…

Alcuni compagni pensano che non appena esiste una crisi rivoluzionaria, la borghesia debba venirsi a trovare in una situazione senza uscita, che la sua fine, di conseguenza, sia già segnata dal destino, che la vittoria della rivoluzione sia perciò fin d’ora assicurata e che non resti loro altro da fare che attendere la caduta della borghesia e redigere dei bollettini di vittoria. È questo un errore molto grave. La vittoria della rivoluzione non giunge mai da sola. Bisogna prepararla e conquistarla. E può prepararla e conquistarla soltanto un forte partito proletario rivoluzionario. Possono esistere dei momenti in cui la situazione è rivoluzionaria, il potere della borghesia è scosso sino alle fondamenta, ma la vittoria della rivoluzione non arriva, perché non esiste un partito rivoluzionario del proletariato sufficientemente forte e autorevole per condurre le masse al suo seguito e prendere il potere nelle proprie mani. Non sarebbe ragionevole pensare che simili ‘casi’ non possano verificarsi”.

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Proporre percorsi e processi unitari per il Partito senza difendere e valorizzare la figura e l’opera di Stalin, vuol dire solo conciliare il marxismo-leninismo con il revisionismo, vuol dire mettersi, lo si voglia o no, dalla parte della borghesia che per decenni ha infangato e demonizzato Stalin vomitando tonnellate di menzogne.

I ciarlatani che evitano qualsiasi riferimento a Stalin, che tacciono o oscurano la sua figura e la sua opera dietro il preteso superamento della  “logica divisiva”, sono degli imbroglioni che puntano a realizzare minestroni revisionisti senza principi.

La lotta per il Partito comunista deve proseguire tenendo ben fermi i principi, le concezioni e la pratica vivente del proletariato rivoluzionario: marxismo-leninismo contro il revisionismo e l’opportunismo; analisi scientifica della realtà contro empirismo eclettico; intervento politico rivoluzionario contro economicismo; centralismo democratico contro coordinamentismo; formazione teorica contro confusionismo e deviazioni di ogni tipo; internazionalismo proletario contro il social-sciovinismo.

Avanti compagni, seguendo gli insegnamenti di Marx, Engels, Lenin e Stalin! Unitevi al lavoro e alla lotta per il Partito! Rafforziamo l’organizzazione marxista-leninista!

5 marzo 2026

Organizzazione per il partito comunista del proletariato

 

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