L’ideologia anticomunista di Toni Negri

Lo scorso 16 dicembre è morto Antonio Negri. Non ripetiamo quanto scritto dai giornali borghesi e da “il Manifesto”, sulla sua travagliata vicenda politica ed umana. Ci preme invece fare delle considerazioni circa la sua collocazione ideologica, apparentemente radicale ma sostanzialmente di tipo antimarxista e antileninista.

Passato inizialmente per i gruppi cattolici e per il PSI, Negri si è formato all’ombra di Raniero Panzieri, principale ideologo della sinistra di questo partito fin dagli anni 50 del secolo scorso ed ispiratore di riviste (tra cui “Quaderni Rossi”), gruppi, intellettuali con diverse gradualità di operaismo e spontaneismo, come forma di opposizione al riformismo di quegli anni.

In Negri lo spontaneismo è accentuato, senza che alcuna struttura organizzativa sia per lui andata al di là del contingente e si sia mai avvicinata alla forma partito leninista, da lui sistematicamente negata.

Negri si è autodefinito marxista e comunista. Ma nel suo preteso “marxismo”, mescolato con altre filosofie, non è mai entrato il socialismo scientifico, quindi la dittatura del proletariato ed il socialismo come fase di transizione al comunismo. Non si è nemmeno richiamato a “Il Capitale” in cui il gigante di Treviri fa sua la teoria classica del valore e svela lo sfruttamento attraverso la produzione del plusvalore  e la netta distinzione dal suo consumo. Meno che mai è stato sfiorato dal materialismo dialettico.

Negri ha ripreso qualche spunto dai “Grundrisse” (studio preparatorio a “Il Capitale” che Marx non aveva destinato alla pubblicazione) e da alcune opere giovanili in cui il distacco da Hegel non è ancora del tutto compiuto. Per non dire di Engels e Lenin, che Negri ha scelto di ignorare del tutto.

Il suo preteso comunismo, estraneo alla concezione marxiana che individua nel proletariato il soggetto della trasformazione sociale (non sul piano sociologico, ma sulla base del rapporto di produzione con il capitale e degli antagonismi inconciliabili che esso crea), è “flessibile” a seconda delle stagioni e dei “soggetti” (con i loro specifici “bisogni”) che in esse si imporrebbero.

Sulle forme politiche, sulle alleanze, sui passi da compiere per avverare questo comunismo flessibile e bell’e fatto, nulla di nulla, proprio come gli utopisti dell’800.

La ricerca spasmodica di nuovi soggetti rivoluzionari si afferma in Negri dopo il riflusso delle grandi lotte operaie degli anni ’70. All’operaio vero e proprio Negri sostituisce l’ “operaio sociale” che comprende praticamente tutti: studenti, casalinghe, femministe, disoccupati, impiegati, insegnanti, sottoproletari, emarginati e ‘diversi’ vari. Contro Marx, tutti contribuiscono a mantenere in piedi il capitalismo, tutti sono “produttori” e perciò “sfruttati” anche quando il plusvalore non lo producono, ma lo consumano. Questa massa variopinta annacqua le classi in “moltitudini” che magicamente si compongono e si dissolvono.

Con Toni Negri, l’opera di svuotamento e abbandono delle categorie marxiste avviata dall’operaismo, compie dunque un ulteriore balzo in avanti.

Al dissolvimento delle classi fa il paio per Negri la fine dello stato-nazione. Il capitale (senza borghesia, che si è dissolta!) si afferma in tutto il pianeta con le sue istituzioni e club internazionali la cui struttura definisce un dominio mondiale decentralizzato, un “impero”. La storia di questi anni, in sviluppo accelerato, ha invece visto l’affermarsi, accanto agli Usa, dell’imperialismo cinese, russo, giapponese,  il processo di costituzione della UE come unione imperialista, l’emergere di altre potenze imperialiste regionali. E con ciò la loro contesa per la ripartizione del mondo, foriera di conflitti e guerre che l’ideologia dell’ “impero” non può spiegare.  Non l’impero, ma l’imperialismo, sulla base delle categorie leniniane, è la chiave di comprensione della realtà contemporanea.

La critica al revisionismo moderno e dell’ideologia borghese è del tutto assente in Negri. D’altra parte, non ponendosi formalmente sul terreno del marxismo e del leninismo, non si può nemmeno qualificarlo come revisionista, pur collimando con Bernstein, un revisionista classico, sul motto “il movimento è tutto, il fine nulla”.

Di fatto Negri dopo un inizio da intellettuale con pretese rivoluzionarie, passando per il post-strutturalismo semi-anarchico, è rifluito in un ambito social-riformista, pro Unione europea dei monopoli, assieme ai suoi seguaci.

Un esempio in più del fatto che al di fuori del marxismo-leninismo c’è solo l’accettazione del sistema capitalista-imperialista.

Dicembre 2023

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

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