Le ricette del capitale per la soluzione della crisi non fanno che approfondire la crisi stessa
Più lo Stato sovvenziona il capitale, più debito esso accumula. E ad ogni taglio della spesa sociale, il mercato di smercio dei prodotti si restringe, cosicché aumentano le difficoltà di valorizzazione del capitale, la produzione si contrae. Allora il capitale ha bisogno di maggiori sovvenzioni di Stato.
Un ramo dell’industria – l’industria militare – è in sviluppo. Sotto l’imperialismo, la crisi ha intensificato l’azione della legge dello sviluppo ineguale: colpendo i diversi paesi con forza ineguale, la crisi esaspera i rapporti tra le diverse nazioni capitaliste.
Il rigonfiamento delle spese militari rappresenta un affare sicuro e altamente lucrativo per i capitalisti. L’industria degli armamenti non produce per un mercato sconosciuto. Inoltre, la concorrenza è presente in misura significativamente meno accentuata: quando vi è un solo cliente, lo Stato, la produzione di armamenti ha quasi tratti di un’economia pianificata e per questa ragione essa mostra caratteri di sicurezza, prevedibilità e di estrema redditività per il capitale. E ha profonde ricadute in campo politico e nel diffondersi del militarismo.
Nella percentuale più grande come dimostrano le statistiche ufficiali, i prestiti provengono dal capitale finanziario nazionale ed estero – sotto tutte le forme societarie dietro le quali oggi quest’ultimo cela la propria concentrazione – che si procura profitti senza che il denaro abbia avuto bisogno di assoggettarsi al rischio dell’investimento nella produzione materiale e s’impingua a spese della società.
I collocamenti diretti di titoli pubblici dalla denominazione altisonante presso i piccoli risparmiatori italiani, battendo la grancassa dell’unione di tutti gli interessi dietro una presunta comunità nazionale, non eludono la realtà.
Alcuni fatti:
Alla fine del secondo trimestre del 2023, il rapporto tra debito pubblico lordo e PIL nell’area dell’euro (ZE20) si attestava al 90,3%, nell’area della UE all’83,1%.
Alla fine del secondo trimestre del 2023, i titoli di debito rappresentavano l’83,4% del debito delle amministrazioni pubbliche nell’area dell’euro e l’82,9% del debito delle amministrazioni pubbliche nell’UE.
I rapporti debito pubblico/PIL più elevati alla fine del secondo trimestre del 2023 sono stati registrati in Grecia (166,5%), Italia (142,4%), Francia (111,9%), Spagna (111,2%), Portogallo (110,1%) e Belgio (106,0%). Questo rapporto è registrato in Germania pari al 64,6%.
Dalla scorsa primavera, i rendimenti sui titoli di Stato a lungo termine sono cresciuti nei maggiori paesi a causa del rialzo dei tassi deciso dalle banche centrali per contenere l’inflazione; l’incremento è stato particolarmente accentuato negli Stati Uniti, dove ha contribuito l’ampia offerta di titoli da parte del Tesoro, nel quadro della progressiva riduzione del portafoglio della Federal Reserve.
L’incremento dei rendimenti statunitensi si è in parte trasmesso a quelli delle altre principali economie capitalistiche avanzate.
Ogni governo borghese e ogni capitale nazionale devono provare a sciogliere un nodo inestricabile:
– Se si intensificano i tagli sociali, la forza di consumo delle grandi masse dei lavoratori si ridurrà ulteriormente. Ciò si verifica nelle condizioni in cui l’inflazione saccheggia i redditi dei lavoratori. Ma ciò mette anche a repentaglio la produzione delle merci per il profitto. Nel linguaggio degli apologeti del capitalismo ciò si traduce dicendo che “a una condotta prudente della politica di bilancio dovranno necessariamente accompagnarsi riforme capaci di rafforzare la crescita potenziale dell’economia”.
– Per contenere l’aumento del debito, il deficit di bilancio deve colmarsi con attacchi brutali contro la classe operaia e le masse del popolo. Si aggiungono tagli in molti ambiti che non vengono resi noti al momento. Ad esempio, si effettuano tagli in alcuni ministeri senza dichiararne apertamente le conseguenze. I tagli al settore sociale sono all’ordine del giorno se per onorare il debito non vengono chiamate le classi possidenti. Al tempo stesso, esiste il rischio di una crisi finanziaria se lo Stato non è più in grado di onorare il debito e questa crisi finanziaria darebbe adito agli stati capitalisti momentaneamente con una potenza economica maggiore di interferire nella politica interna degli stati più deboli.
– Se davvero si riducesse il debito, come promettono nei discorsi elettorali i ministri borghesi, oltre agli sbocchi di mercato interni si ridurrebbero le opportunità di investimento per il capitale finanziario e quindi per quest’ultimo le opportunità di profitto.
Quindi, qualunque via d’uscita trovi la borghesia per uscire dalla crisi, l’accumulazione del capitale con l’aggiunta di profitti incontrerà crescenti difficoltà.
Oggi il meccanismo stesso della produzione capitalistica è giunto al punto in cui le soluzioni “sicure” non sono più possibili.
Ma in ogni caso la borghesia non si arrenderà e piuttosto trascinerà la società nella barbarie se la classe operaia e le masse lavoratrici tutte non organizzeranno la resistenza per rintuzzare gli attacchi del capitale contro gli interessi vitali dei lavoratori!
I capi sindacali sono strettamente legati al capitale e sono diventati dei propagandisti della collaborazione di classe. Protestano a parole, ma non nei fatti.
Sappiamo e sosteniamo che il capitalismo è la radice di tutti i mali e che dobbiamo abbatterlo. Ma la classe operaia non ha riconquistato ancora la piena coscienza dell’indispensabilità dell’assalto alla cittadella del capitalismo.
Occorre convincere pazientemente la classe operaia e le masse lavoratrici di ciò sulla base della loro esperienza e della loro lotta, spingendo alla mobilitazione e all’unificazione delle proteste e degli scioperi sulla base della difesa intransigente degli interessi di classe.
La tendenza alla creazione di organismi di fronte unico (comitati, collettivi, etc.) va appoggiata e promossa nei luoghi di lavoro e nel territorio, per favorire la partecipazione dei proletari non organizzati e strappare la direzione delle lotte dalle mani della burocrazia sindacale e dei riformisti.
La resistenza all’interno dei sindacati di massa, specie nell’industria, deve essere preparata e organizzata con tutta l’accortezza e la fermezza necessarie per accelerare il processo di radicalizzazione della base operaia.
Oltre che nei sindacati, ovunque si devono realizzare alleanze con organizzazioni di consumatori, gruppi di quartiere, organismi di carattere politico, sociali e associazioni che intraprendono lotte contro ogni forma di spoliazione dei lavoratori.
Un nuovo anno di lotta ci attende, la chiave per incidere è il rafforzamento dell’organizzazione comunista!
Da Scintilla n. 141, gennaio 2024
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