La regione araba al centro dei conflitti Imperialisti
Abbiamo tradotto questo importante documento del partito fratello di Tunisia, apparso su “Unità e Lotta”, n. 47, organo della CIPOML.
L’analisi in esso contenuta, sebbene risalente ad alcuni mesi fa, è estremamente utile per comprendere gli sviluppi attuali in Medio Oriente e le ragioni della resistenza palestinese nel quadro del processo di “normalizzazione” voluto dall’imperialismo USA, così come il ruolo svolto dalla Cina e dalla Russia imperialiste.
Febbraio 2024
Partito dei Lavoratori di Tunisia
La regione araba al centro dei conflitti Imperialisti [1]
Verso una revisione delle alleanze tradizionali
Negli anni recenti, la situazione nel mondo arabo ha conosciuto molti eventi importanti che il nostro partito ha seguito con grande interesse. È nostro dovere oggi continuare a seguire con lo stesso interesse, forse anche maggiore, i cambiamenti che continuano ad avvenire in questa regione. Non esageriamo quando diciamo che siamo all’alba di una nuova fase nel mondo arabo e del Medio Oriente che presenterà alcune caratteristiche distintive. I cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo si riflettono anche in questa regione, dove tutti i principali paesi capitalisti, vecchi e nuovi, sono presenti, lottando e competendo per la ricchezza della regione, i suoi mercati e i suoi luoghi strategici. Come sta emergendo nel mondo un nuovo scenario basato sul cambiamento dei rapporti di forza, così deve emergere un nuovo scenario anche nella regione araba e nel Medio Oriente.
Ciò che distingue questo nuovo scenario è che le divisioni, i conflitti sanguinosi tra i differenti regimi reazionari nella regione che hanno caratterizzato tutti gli anni passati sono in processo di attenuazione o di sparizione, eccetto in alcuni paesi come il Sudan, che è minacciato ancora una volta dalla guerra civile. Possiamo dire che le carte tornano a mescolarsi ancora e nuove relazioni, che possono essere realizzate anche parzialmente, appaiono all’orizzonte. I cambiamenti internazionali hanno qualcosa a che fare con ciò.
Il Regno dell’Arabia Saudita si sta impegnando per giocare un ruolo centrale in questo processo attraverso il suo nuovo leader de facto, Mohammed bin Salman, proprio come ha giocato un ruolo centrale in tutti i progetti reazionari precedenti. Questo è un ruolo che prevede il rinnovamento della reazione wahabita secondo gli attuali cambiamenti e gli equilibri di potere internazionale, con la prospettiva di trasformare il Regno in una potenza regionale attiva ed effettiva nella regione, non più soddisfatto del ruolo di discepolo/agente fedele degli Stati Uniti.
Uno degli elementi della nuova situazione nella regione è l’emersione della Cina, che continua la sua avanzata come influente attore economico, commerciale e finanziario, non solo sulla scena internazionale ma anche nella regione mediorientale, dove si stanno sviluppando i suoi interessi, anche all’interno dell’entità sionista (Palestina occupata). Questo è provato dal suo notevole intervento volto a calmare il conflitto tra Iran e Arabia Saudita e portarli al tavolo dei negoziati e al riavvicinamento; ciò ha avuto un impatto sul sanguinoso conflitto in Yemen, in cui l’Arabia Saudita e i suoi alleati sono direttamente coinvolti nella lotta contro gli Houthi sostenuti dall’Iran.
Non è un segreto che questo atteggiamento refrattario costituisce una sorta di presa di distanza dagli Stati Uniti, che hanno costruito la loro strategia in accordo con l’entità sionista per giocare sul conflitto sunnita-sciita e lavorare alla costruzione di un’alleanza “egiziana-saudita-golfo-israeliana” contro l’Iran che supporta la Siria e Hezbollah in Libano e che mantiene buone relazioni con Russia e Cina. Dall’altra parte, l’Arabia Saudita ha giocato un ruolo decisivo nei minuti finali per riportare la Siria nel gregge della Lega Araba, nonostante l’opposizione qatariota-marocchina e l’esitazione egiziana.
In tal modo, l’Arabia Saudita vuole apparire come un’“unificatrice”, il che le apre la porta per giocare il ruolo di “leader” dei paesi arabi, o meglio della reazione araba. L’Arabia Saudita ha anche lavorato per normalizzare le sue relazioni, da una parte col regime iracheno, che ha svolto il ruolo di ‘‘mediatore’’ organizzando i primi incontri tra le parti saudita e iraniana e dall’altra con Turchia e Qatar che ancora appoggiano la Fratellanza Musulmana.
Il riavvicinamento turco-saudita, coincidente col peggioramento della crisi economica e finanziaria in Egitto, che conduce a un declino nel suo ruolo, ha un impatto sulla situazione in Libia, dove il suono delle armi si è relativamente calmato, anche se la situazione è ancora la stessa e la soluzione nel prossimo futuro è difficile. Esso rimane, con l’Iran, un attore importante sulla scena libanese, contribuendo alla formulazione dei dettagli di ogni decisione.
L’Arabia Saudita è intervenuta al fianco degli Stati Uniti nella crisi sudanese per mettere sotto pressione entrambe le parti in conflitto, con l’istituzione militare da una parte e le Rapid Support Forces dall’altra. D’altra parte, abbiamo visto recentemente l’Arabia Saudita rifiutarsi di seguire la posizione degli USA dopo la visita di Biden, che chiedeva di incrementare la sua produzione di petrolio; piuttosto, si è allineata con la posizione russa.
Conflitti di leadership tra i paesi arabi
Ma ciò non vuol dire che la strada sia spianata per la reazione saudi-wahabita. Vi è il Qatar, che vuole rimanere un attore principale nella regione e sulla scena internazionale, perché vuole apparire come un “facilitatore” dei negoziati tra i belligeranti nei conflitti che sorgono qua e là e sotto l’egida USA, di certo, come accaduto con i Talebani. Vi sono gli Emirati Arabi Uniti, che stanno cercando di giocare un ruolo di guida. Abbiamo visto scoppiare dispute tra EAU e Arabia Saudita in Yemen. Vi è anche l’Egitto che, sebbene stia attraversando difficoltà interne oltre ai suoi problemi sul fronte etiope, in particolare riguardanti la ripartizione delle acque del Nilo (Diga Renaissance), continua a pesare in ogni relazione. Vi è la regione del Maghreb che sta sperimentando una crisi permanente tra Marocco e Algeria sulla questione del Sahara, che praticamente determina le alleanze di ciascuna parte. Inoltre, l’instabilità ha sempre caratterizzato le relazioni saudite-iraniane.
Di certo, non dobbiamo dimenticare il ruolo delle potenze estere, in particolare dell’imperialismo USA che, col supporto dei suoi due principali alleati, i sionisti e i britannici, resta la potenza dominante nella regione e cerca di influenzare ogni nuova relazione cosicché non siano colpiti i suoi interessi. Generalmente parlando, quello che vediamo è l’esistenza di questa lotta per “dirigere” il fronte reazionario arabo, qualunque sia il suo esito. Mohammed bin Salman starebbe cercando di diventare il ‘‘Re degli arabi’’, come dice qualcuno. Questo non è un qualcosa di nuovo se lo guardiamo dalla prospettiva della storia. Il Regno dell’Arabia Saudita è sempre stato, in particolare dalla caduta della corrente nazionalista, al centro dei progetti imperialisti reazionari ostili ai popoli arabi.
Mohammed bin Salman ha ammesso ciò durante la sua visita negli Stati Uniti d’America, sottolineando che il diffondersi del wahabismo nella regione e nel mondo sabota la lotta dei popoli arabi ed islamici, ostacola la loro liberazione e li mantiene soggiogati all’egemonia USA-occidentale, come richiesto degli “amici occidentali, guidati dagli Stati Uniti”. Ma ciò che distingue gli attuali sforzi del Regno dell’Arabia Saudita per “governare” gli arabi e giocare il ruolo di potenza regionale è il tentativo di bin Salman di dare al wahabismo una nuova forma con un’apparenza ingannevole e falsamente modernista, e dare al Regno qualche margine di manovra, anche minimo, nelle sue relazioni con gli Stati Uniti, la cui influenza sta declinando internazionalmente, con la fine del mondo unipolare e l’emergere di nuovi competitori, guidati dalla Cina.
Declino del movimento popolare e accelerazione del processo di normalizzazione
Non c’è dubbio che questi cambiamenti sono avvenuti in una situazione difficile che affronta il popolo arabo e il popolo palestinese in particolare. Forze controrivoluzionarie interne ed esterne sono riuscite a far abortire le rivoluzioni tunisina ed egiziana, senza che la resistenza in questi due paesi sia cessata. Libia, Siria e Yemen sono anche state impoverite e gettate, con la complicità delle forze di distruzione nel Golfo e nel Medio Oriente (in particolare la Turchia), in devastanti guerre civili che hanno portato all’emigrazione di milioni di persone di questi paesi e alla distruzione del loro potenziale economico e naturale.
D’altra parte, mentre la seconda ondata rivoluzionaria che è iniziata nel mondo arabo a fine 2018 ha condotto alla vittoria del popolo sudanese sulla giunta militare della Fratellanza Musulmana, al potere per tre decenni, si è sviluppato un complesso processo di lotte e colpi di stato. Esso è caratterizzato oggi dall’esplosione di un conflitto reazionario distruttivo tra i due pilastri del precedente regime, ossia l’istituzione militare e le milizie delle Rapid Support Forces, un conflitto che minaccia di far sprofondare il paese in una guerra civile con conseguenze disastrose.
Per quanto concerne le rivolte in Libano e in Iraq, nonostante gli sforzi considerevoli fatti per unire le masse sulla base delle loro giuste rivendicazioni, la piaga del settarismo religioso e l’interferenza regionale straniera ha impedito, in assenza di una direzione rivoluzionaria, che queste rivolte continuassero, si radicalizzassero e ottenessero la vittoria. In Algeria, il movimento popolare durato diversi mesi, durante i quali Bouteflika e alcuni dei simboli del suo regime venivano rovesciati, è terminato con ‘‘elezioni’’ in cui la giunta militare burocratica ha formulato nuove relazioni per continuare a controllare il destino del paese e del popolo algerino alla luce delle serie tensioni col vicino Marocco e dei disaccordi sulla questione del Sahara Occidentale. Come al solito, l’assenza di una direzione politica unificata attorno ad un programma di cambiamento rivoluzionario ha giocato un ruolo decisivo nel fallimento del movimento popolare algerino nell’ottenere i suoi obiettivi fondamentali.
D’altronde, quello che sta accadendo oggi nella riformulazione delle relazioni nel mondo arabo è parte di uno sviluppo senza precedenti del movimento pubblico di normalizzazione col nemico sionista a scapito del popolo palestinese e della sua causa nazionale, che si cerca di seppellire definitivamente. Negli ultimi giorni del suo governo, Trump ha raggiunto un accordo con alcuni regimi nella regione come parte di un patto politico, che è una caratteristica dell’amministrazione USA in generale, il quale ha raggiunto il picco con questo populista pro-sionista.
Così, il Re del Marocco, Mohammed VI, ha concluso uno scambio con questa amministrazione affinché riconoscesse la “natura marocchina del Sahara” in cambio di un totale impegno per l’ondata di normalizzazione svolta dal regime fantoccio del Makhzen, che ha siglato un accordo di cooperazione militare e di sicurezza col nemico sionista. Il regime militare sudanese ha seguito la stessa via, scambiando la rimozione del proprio paese dalla lista degli “stati che supportano il terrorismo” e aprendo il rubinetto dell’“aiuto economico e finanziario” in cambio dell’accettazione della normalizzazione e dell’apertura delle porte alla conseguente presa del controllo da parte dell’entità sionista in particolare del potenziale agricolo del paese.
Quanto alla normalizzazione da parte degli Emirati e del Bahrain, essa ha intrapreso una fase molto avanzata nella loro alleanza con l’entità usurpatrice. Questa normalizzazione era basata sull’idea del “contenere la minaccia iraniana per la sicurezza della regione”. Sappiamo che i regimi fantoccio del Golfo continuano a giocare il ruolo di patrocinatori dei progetti imperialisti e sionisti nella regione con l’obiettivo di affossare la causa palestinese e sabotare i diritti del popolo palestinese (normalizzazione economica, Accordo del Secolo, ecc.). Ciò è parte della ricomposizione della regione in quello che è chiamato il “Nuovo Medio Oriente”, in cui la banda dell’entità sionista deterrebbe una posizione dominante (iniziando a realizzare il sogno di un mercato comune per il Medio Oriente).
È in questo quadro generale che si inseriscono i cambiamenti che abbiamo menzionato all’inizio, i quali mostrano la natura del nuovo scenario che è stato preparato e i calcoli di ciascuna parte partecipante ad esso, in particolare la parte saudita. Questo nuovo scenario produrrà solo un’epoca oscura che unisce tutti i tiranni arabi. Ma ciò non significa che per l’Arabia Saudita ed i reazionari arabi la strada sia aperta per fare qualunque cosa vogliano al popolo arabo e specialmente alla causa palestinese. I popoli arabi non si arrenderanno, anche se la loro lotta sperimenta momenti di declino, anche se l’apatia, la frustrazione e la disperazione colgono alcuni settori in questa o quella tappa. Allo stesso modo, il popolo palestinese e la sua resistenza, che continua a imporre nuove realtà sul terreno, non capitolerà. In una parola, la tirannia, la povertà, la fame, la corruzione, l’occupazione, la devastazione e la distruzione sistematica dei popoli arabi e del loro potenziale sono tutti fattori che non consentiranno loro di accettare l’umiliazione e la sottomissione. Al contrario, è certo che i popoli arabi continueranno ad affrontare questa situazione e a lottare fino ad ottenere la vittoria.
La tirannia è un corollario dei mali sociali
I regimi fantoccio arabi e le classi reazionarie che costituiscono la loro base sociale praticano le forme più ripugnanti di tirannia, repressione e sottomissione dei loro popoli. Le libertà sono soppresse nella maggior parte dei paesi arabi i cui popoli sono governati da regimi monarchici, militari o autoritari. Le carceri ospitano ancora migliaia di prigionieri politici e di coscienza. I diritti di organizzazione, espressione e manifestazione sono stati sequestrati.
La tirannia politica è una copertura per la dipendenza, lo sfruttamento e la corruzione. La nostra regione, nonostante le sue ricchezze e il suo potenziale naturale, sotterraneo e agricolo, è ancora impantanata in una dipendenza organica dal capitale straniero; le strutture economiche, sociali e culturali sono ancora arretrate, fragili e dipendenti dalle lobby di un’economia di rendita di natura familiare e di classe. Le manifestazioni di emarginazione, povertà, analfabetismo e persecuzione sono in aumento. Le donne e le minoranze etniche, religiose e culturali sono i principali obiettivi della repressione.
Non c’è prova più evidente di alcune cifre allarmanti pubblicate da organismi internazionali ufficiali: il numero di poveri nella regione araba nel 2022 è di circa 130 milioni di persone (un terzo della popolazione), secondo le statistiche della Commissione economica e sociale per l’Asia occidentale (ESCWA). Questa cifra è destinata ad aumentare nel 2024. Nello stesso anno, la regione araba ha registrato il più alto tasso di disoccupazione al mondo, pari al 12%. Per quanto riguarda il tasso di analfabetismo nella regione araba, si stima che nel 2022, secondo il Rapporto sull’economia araba unificata, fosse di circa il 24,6%, il tasso più alto di tutte le regioni del mondo, ad eccezione dell’Africa sub-sahariana (33,9%). Nel 2020 il tasso di partecipazione delle donne arabe alla forza lavoro nel 2020, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, raggiungerà il 18,4%, il tasso più basso al mondo rispetto alla media globale del 48%.
Oltre a tutto questo, alcuni territori arabi sono sotto occupazione (Iraq, Siria, Libia….) e sono vulnerabili ai saccheggi degli occupanti. Abbiamo assistito a diversi movimenti, soprattutto in Iraq, che rifiutano l’occupazione e chiedono la partenza delle forze statunitensi. Ci sono anche frequenti movimenti della popolazione del Golan, in particolare dei drusi, per affrontare l’occupazione sionista. Nel Sahara occidentale, le forze progressiste devono ancora affrontare abusi che colpiscono in particolare gli attivisti e gli oppositori dell’occupazione. La Palestina e i suoi luoghi santi (Gerusalemme) sono soggetti a un continuo processo di ebraicizzazione e sionizzazione, oltre che ad assassinii, deportazioni e arresti.
Le proteste non si sono mai fermate
È inevitabile che tutti questi fattori spingano i popoli arabi a tornare nell’arena della lotta. I movimenti e le proteste non sono diminuiti, ma continuano in una forma o nell’altra nella maggior parte dei paesi arabi. Ma qui stiamo parlando della loro trasformazione in rivolte di massa che mirano a rovesciare i regimi fantoccio reazionari, a liberare i paesi e a raggiungere l’unità su solide fondamenta basate sulla sovranità nazionale, la libertà, l’uguaglianza, la democrazia e la giustizia sociale. Per quanto riguarda il popolo palestinese, nonostante la forte ondata di normalizzazione e nonostante il ruolo distruttivo giocato dall’autorità di Mahmoud Abbas, tutte le forme di resistenza continuano a Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza, così come nelle carceri dell’occupazione, dove si svolge il movimento dei prigionieri che continua una lotta feroce in difesa della causa e dell’identità.
La resistenza armata palestinese è riuscita a imporre una nuova realtà all’occupante, come affermano numerose testimonianze. Tra gli sviluppi che giocheranno un ruolo decisivo nella realtà palestinese c’è l’evoluzione positiva a cui stiamo assistendo nell’”unità sul terreno”, poiché i movimenti comprendono tutte le regioni della Palestina occupata, compresi i territori del 1948 e la Cisgiordania, che è sotto l’autorità di Mahmoud Abbas e dei suoi servizi di sicurezza, che costituiscono una guardia per l’esercito di occupazione in conformità con gli “Accordi di Dayton”. “Per il coordinamento della sicurezza” e l’”Unità delle armi”, le fazioni della resistenza sono state in grado di stabilire uno spazio operativo comune per coordinare le loro azioni. Oltre a tutto questo, la situazione in Palestina si sta evolvendo politicamente a scapito delle forze di acquiescenza, complicità e capitolazione rappresentate dall’autorità di Abbas. È una convinzione che si sta radicando sempre più profondamente nella coscienza delle masse palestinesi, soprattutto in un momento in cui l’entità sionista è guidata dagli ultras dell’estremismo sionista, che non nascondono le loro intenzioni di eliminare il popolo palestinese e di perpetuare l’occupazione della sua terra.
Liberazione e unità: parole d’ordine della prossima fase
I popoli arabi hanno bisogno di liberazione e unità, di libertà dall’occupazione sionista della Palestina, del Golan e di alcuni villaggi del Libano meridionale, nonché dall’occupazione statunitense, turca, britannica, francese e spagnola di diverse parti del mondo arabo. Devono inoltre essere liberati da tutte le forme di dominazione economica, politica e culturale neocoloniale; devono essere evacuate tutte le basi, le flotte e le forze militari stabilite nelle loro terre. Devono anche liberarsi di tutti i sistemi, le classi e i gruppi reazionari che li governano in stretta associazione con le potenze coloniali straniere.
Non c’è dubbio che questo obiettivo potrà essere raggiunto solo da questi popoli, in primo luogo dai lavoratori delle città e delle campagne, dalle masse degli emarginati e dei diseredati, dalla maggioranza delle donne, dei giovani, degli intellettuali, degli autori e delle minoranze etniche, religiose e culturali che hanno un reale interesse alla liberazione e all’emancipazione. Le rivoluzioni nei paesi arabi sono generalmente rivoluzioni nazionali, democratiche, popolari e sociali, anche se ognuna di esse ha le proprie caratteristiche. Non raggiungeranno la vittoria finale se non saranno unite in un’unica catena, anche se queste rivoluzioni sono difficili da realizzare in una sola volta. È più probabile che le rivoluzioni nei paesi arabi si verifichino quando le condizioni maturano in uno o più anelli della catena. Questo può aiutare molto la maturazione negli altri anelli, grazie alla vicinanza e alla somiglianza delle condizioni.
Le rivoluzioni arabe hanno bisogno di una direzione rivoluzionaria. Questo è stato confermato finora da varie ribellioni, sollevamenti e movimenti locali. La principale debolezza è l’assenza di questo tipo di direzione. Questo è ciò che ha permesso ai regimi reazionari, con il sostegno delle potenze coloniali e reazionarie esterne, di farle abortire o di sabotarle, di affogarle nel sangue o di deviarle. Ciò richiede che tutti noi attribuiamo la massima importanza allo sviluppo del fattore soggettivo della rivoluzione nei nostri paesi, a prescindere dai sacrifici che devono essere fatti. Le forze rivoluzionarie, patriottiche e progressiste stanno ancora lottando su diversi fronti per migliorare le condizioni di lotta e cambiare il rapporto di forza a favore delle masse lavoratrici, nonostante l’entità dei sacrifici e delle violazioni che devono affrontare nei vari paesi. Ma queste forze richiedono ancora enormi sforzi per svilupparsi. Non c’è dubbio che la prima condizione per il successo sia la chiarezza della linea politica: finché la visione è chiara, i progressi nell’organizzazione, nell’attività e nell’affermazione tra le masse diventano possibili ed efficaci.
Non c’è chiarezza di linea politica senza chiarezza intellettuale e teorica, e qui la responsabilità ricade sulle forze marxiste-leniniste per portare a termine questa missione.
Una situazione complessa che richiede un’analisi rigorosa
La situazione nei paesi arabi (e in Medio Oriente in generale) è estremamente complessa, il che rende indispensabile coglierne i contorni, i dettagli, analizzarli per giungere alle necessarie conclusioni e a solidi programmi d’azione a livello strategico e tattico. In questa regione ci sono molti nemici esterni e interni, grazie alla sua posizione geografica, alle enormi ricchezze, ai mercati e ai centri strategici. Per questo motivo, prendere una posizione corretta in queste situazioni non è per nulla facile.
La debolezza delle forze patriottiche e progressiste le spinge a volte a fare scelte e alleanze dalle conseguenze incerte, a causa della confusione tra nemico e amico, pensando che questo le aiuterà a superare la loro debolezza, senza rendersi conto che ogni forza interveniente, sia essa straniera o araba, ha i propri calcoli. Naturalmente, tutto questo non contraddice il principio di definire chiaramente i nemici e di fare una classificazione che ci permetta di individuare i principali per affrontarli per primi. Ma ciò che deve essere garantito per il successo di questa missione è l’indipendenza della visione, del programma, della tattica e della strategia.
Non affronteremo tutte le questioni relative a questo problema, perché sono numerose e varie e, in ultima analisi, sono responsabilità delle parti e delle organizzazioni interessate. Ma ci sono alcune questioni di carattere generale che riguardano tutti i paesi arabi. Tali questioni rientrano nell’ambito internazionale. In breve, non c’è dubbio che l’imperialismo statunitense e il suo protetto sionista, insieme ai loro alleati occidentali, siano i principali nemici dei popoli arabi. Questo non ha bisogno di essere dimostrato.
Una presenza sempre meno discreta della Cina
Ma un partito rivoluzionario coerente non dovrebbe limitarsi a individuare i principali nemici, perché è suo dovere avere una visione globale della situazione e della natura delle forze in conflitto nella regione. Analizzando la situazione internazionale, abbiamo dimostrato il ruolo egemonico imperialista della nascente potenza cinese e i metodi economici, finanziari e commerciali “pacifici” che utilizza per prendere il suo posto nella costellazione delle potenze imperialiste, con l’ambizione di sottrarre il primo posto all’imperialismo statunitense in un futuro non troppo lontano. Questi metodi, che attualmente si basano sull’idea del “denaro e del commercio prima di tutto”, sono fuorvianti e incoraggiano alcune forze politiche a considerare la Cina come un “amico” e ad avanzare l’idea che: “l’egemonia cinese (o russa) è migliore di quella statunitense”, come se si trattasse di preferire un’egemonia all’altra. A questo proposito, basta fare un esempio concreto per dimostrare l’errore di questa posizione, l’esempio del rapporto della Cina con l’entità sionista.
La posizione dei leader cinesi sulla questione palestinese non differisce da quella delle altre potenze imperialiste che prevedono la “soluzione dei due Stati” e fanno riferimento alla Conferenza di Oslo. È quanto emerge dai “quattro punti” contenuti nel programma dell’attuale presidente cinese Xi Jinping, che mira a “gestire gli affari globali in modo pacifico e partecipativo”. In poche parole, la Cina considera i paesi regionali, compresa la Palestina e il suo occupante sionista, solo come parte dell’Iniziativa Belt and Road e dei benefici che può trarne. Questo è ciò che si capisce chiaramente dall’intervento dell’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite nel 2017, quando ha dichiarato: “La Cina considera la Palestina e Israele come partner importanti nella Belt and Road Initiative. È pronta a lavorare all’interno di questo concetto di sviluppo per la pace con l’obiettivo di spingere la Palestina e Israele a impegnarsi in una cooperazione che porti benefici a entrambe le parti”. Per comprendere la veridicità di queste osservazioni, è sufficiente evidenziare lo sviluppo economico e commerciale tra la Cina e l’”entità sionista” negli ultimi anni, a spese del popolo palestinese e della sua patria depredata.
Dal 2020, la Cina è diventata il più grande esportatore di beni verso l’“entità sionista”. Il valore degli investimenti cinesi nell’entità ammonta a 19 miliardi di dollari USA, suddivisi tra il settore delle tecnologie avanzate (High Tech) e i progetti infrastrutturali. Inoltre, la Cina ha investito nel porto di Haifa e nella rete tranviaria, in particolare nella “Linea Rossa”, che collegherà gli insediamenti della pianura costiera palestinese occupata. Nello stesso contesto, nel 2014, la società cinese Bright Food ha acquistato il 56℅ delle azioni della società israeliana Tnuva, che le ha permesso di acquisire l’azienda per due miliardi e mezzo di dollari americani [2]. Sulla base di questi fatti, la Cina può essere trattata solo come uno Stato imperialista egemonico e le contraddizioni tra essa e l’imperialismo statunitense possono essere sfruttate solo tenendo conto di questa realtà.
Va notato che, contrariamente alla crescente presenza cinese nel Levante arabo e nel Medio Oriente in generale, notiamo una persistente debolezza di questa presenza nei paesi del Nord Africa, sia a livello economico, finanziario o militare. La Cina è la potenza mondiale più assente dalla scena libica, nonostante le sue strette relazioni con l’ex regime di Gheddafi. Per quanto riguarda il resto dei paesi, la sua presenza è insignificante rispetto a quella dei tradizionali imperialismi europeo e statunitense con influenza economica, culturale e militare nella regione (la VI Flotta statunitense nel Mediterraneo e le forze AFRICOM con sede in Germania).
E l’imperialismo russo?
Si noti anche l’inizio dell’emergere della Russia attraverso l’accordo di partenariato strategico firmato all’inizio di giugno 2023 tra Tebboune e Putin nel contesto della ricerca di alleanze da parte dell’Algeria per proteggersi dalle vessazioni degli Stati Uniti d’America e della Francia, allineati con il regime marocchino sulla questione del Sahara. Ricordiamo che l’Algeria ha presentato tempo fa una richiesta di adesione ai “BRICS”, proprio mentre concludeva importanti accordi con l’Italia per fornire ad essa e, attraverso di essa, all’Europa maggiori quantità di gas naturale per compensare l’interruzione delle forniture russe al Vecchio Continente.
Quello che abbiamo detto della Cina può essere detto della Russia di Putin, che alcune forze “progressiste” applaudono perché si oppone all’imperialismo statunitense, senza esaminare la natura di questa opposizione. La Russia è intervenuta in Siria solo per difendere i propri interessi e ha cercato di coordinarsi con le altre potenze imperialiste, Stati Uniti in testa, per evitare “conflitti di interessi”. Le milizie della Wagner a un certo punto sono diventate un importante attore militare e politico nella Libia orientale e occidentale, accanto al resto delle potenze regionali e internazionali intervenute.
Anche la Russia mantiene relazioni avanzate con l’entità sionista, nonostante alcune tensioni sorte in questi rapporti a causa della guerra in Ucraina, durante la quale l’entità sionista si è astenuta dall’allinearsi pubblicamente, chiaramente e completamente agli Stati Uniti e all’Unione Europea per preservare i propri interessi con la Russia di Putin. Le principali aree di cooperazione russo-israeliana sono la ricerca spaziale, i trasporti, le tecnologie agricole e industriali, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il settore della lavorazione dei metalli, ecc.
Una visione chiara e una linea indipendente
Questi sono due esempi che interessano le relazioni internazionali. È possibile citare altri esempi che riguardano le relazioni con potenze regionali come la Turchia, l’Iran, i regimi arabi, ecc. Ciò che dovrebbe guidare è una visione indipendente basata su un’analisi di classe concreta, sia essa la realtà locale o quella regionale e internazionale. Chiunque abbia una visione di questo tipo non commetterà errori, anche se i calcoli tattici e i rapporti di forza lo costringeranno a sfruttare alcune contraddizioni a proprio vantaggio. Ma in ogni caso, questi calcoli tattici non devono trasformarsi in una linea strategica.
Quello che abbiamo detto sulle relazioni con le potenze internazionali e regionali può essere detto anche sulle forze interne. La scena politica araba è ricca di correnti. I movimenti di destra religiosa, in particolare, occupano un posto di rilievo. È quindi indispensabile sviluppare una visione indipendente delle diverse forze e movimenti politici interni per determinare come affrontarli in base alle condizioni concrete di ciascun Paese. La situazione in Palestina non è la stessa della Tunisia; quella in Libano o in Marocco non è la stessa della Siria, dell’Iraq o dell’Egitto, ecc.
Su questa base, il nostro partito è chiamato a svolgere un ruolo più attivo a livello arabo. Questa attività deve comprendere tutti gli ambiti intellettuali, teorici, politici e pratici. Dall’ultimo congresso, il nostro partito ha intrapreso numerose iniziative per comunicare con le forze di sinistra e progressiste maghrebine e arabe. Ha rilasciato numerose dichiarazioni sulla situazione nella regione con i seguenti partiti: la Via Democratica dei Lavoratori in Marocco, il Movimento “Possiamo” in Mauritania, il Partito Comunista Libanese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, il Partito di Unità Popolare della Giordania, il Partito Democratico del Popolo giordano, il Partito Comunista Sudanese, il Partito Popolare Palestinese, il Movimento Progressista del Kuwait, il Partito Pane e Libertà egiziano, l’Alleanza Popolare Socialista egiziana, il Partito Socialista dei Lavoratori algerino, il Forum Progressista del Bahrein, il Collettivo dei Difensori dei Diritti Umani Saharawi (CODESA).
Una dichiarazione congiunta del Maghreb sull’accordo di sicurezza/militare tra il regime marocchino e il nemico sionista è stata anche rilasciata con la firma delle forze tunisine di sinistra e nazionaliste. Siamo chiamati a sviluppare queste relazioni e di farle uscire dal cerchio della discussione, pubblicando dichiarazioni congiunte e organizzando incontri a distanza, fino al cerchio dell’organizzazione del lavoro comune sul campo.
I nostri partiti e le nostre organizzazioni sono chiamati a svilupparsi intellettualmente, teoricamente, politicamente, organizzativamente e sul campo. La difesa del marxismo-leninismo e la diffusione dei suoi principi è una questione essenziale per disporre di una bussola e comprendere il nostro mondo contemporaneo. Per quanto riguarda il livello politico, i nostri partiti e le nostre organizzazioni devono tenere a mente la questione della rivoluzione e del potere come obiettivo da raggiungere, ed elaborare i piani necessari di conseguenza, e non accontentarsi del ruolo di opposizione “ordinaria”, per non dire “riformista”, che annega nella vita quotidiana e dimentica l’obiettivo principale con il pretesto delle “circostanze difficili” e dello “squilibrio dei rapporti di forza”. Prima di tutto deve esserci la volontà di fare la rivoluzione e di prendere il potere. Quando c’è la volontà, si troveranno i mezzi, come diceva Lenin.
Luglio 2023
NOTE
[1] Questo testo è la IIª parte del rapporto generale presentato dal compagno Hamma Hammami al VI Congresso del Partito dei Lavoratori, tenuto a Tunisi il 7, l’8 e il 9 luglio 2023. La Iª e la IIIª parte hanno sviluppato l’analisi del Comitato Centrale del partito sulla situazione internazionale e sulla situazione nel paese.
[2]Vedi l’articolo: “China and Palestine: From Guns to Belt and Road” di Hamid Falih, pubblicato il 14 Giugno, 2023 on babelwad.com
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