Si può difendere il lavoro a colpi di referendum?

La Cgil ha raccolto più di 500 mila firme per proporre quattro referendum contro i licenziamenti illegittimi, la precarietà del lavoro, i subappalti e le norme di sicurezza.

Diciamo subito che le motivazioni dei quesiti referendari, sebbene i loro risultati nel caso di abrogazione delle norme contestate sarebbero parzialissimi, sono giuste. Come comunisti non possiamo non appoggiare misure volte a migliorare le condizioni di lavoro dei proletari. Ma non è questo il punto.

Il punto chiave è che va criticato apertamente l’utilizzo di referendum di stampo democraticistico e ad uso riformista come sostituti di una vera mobilitazione di massa a partire dai luoghi di lavoro.

Una mobilitazione che la confederazione guidata da Landini, pur essendo in grado di praticare, non ha voluto, da molti anni a questa parte, mettere in campo.

Ricordiamoci dello scioperetto di 4 ore contro il Jobs Act, quando la classe operaia esigeva un lotta dura e a oltranza. E di quello di appena 3 ore contro la maledetta riforma Fornero.

Più di recente, nello scorso anno, di fronte ad un principio di ripresa con partecipati scioperi per fronteggiare l’offensiva padronale, la Cgil ancora una volta non ha voluto proclamare un vero sciopero generale nazionale, dando vita a scioperi territoriali spezzettati, facendo  di nuovo rifluire un movimento promettente.

Dopo anni di politica sindacale volta a mantenere la pace sociale e tentare di recuperare la concertazione, oggi si pensa di ottenere mettendo una croce sulla scheda nell’urna quello che non si è voluto difendere o conquistare con la lotta di classe dei lavoratori salariati.

In assenza di questo elemento fondamentale assai difficilmente vi può essere un riflesso favorevole nei risultati referendari, soprattutto tenendo conto che sul terreno della conta elettorale si mettono le ragioni dei lavoratori sfruttati nelle mani di tutte le classi e gli strati sociali che votano su questioni che riguardano direttamente solo la classe operaia.

Con i referendum si genera l’illusione che l’abbandono delle micidiali politiche capitaliste che hanno generato licenziamenti senza giusta causa. precarietà, flessibilità, subappalti a cascata, sia possibile “mettendoci la firma”, senza un movimento di lotta di massa.  Questa è esattamente la politica di Schlein e Conte, che infatti si sono precipitati ai tavoli delle firme.

Inoltre la campagna referendaria sta sviando numerosi militanti che pure avrebbe energie da mettere in campo per affrontare problemi pressanti, come il salario, i ritmi, la nocività, i licenziamenti di massa.

Questa linea sindacale altro non è che la prosecuzione, in peggio, della linea di collaborazione di classe che ha smobilitato e infiacchito il movimento operaio. Una linea che si è sviluppata specialmente dopo la distruzione del socialismo, l’avvio della più grande offensiva anticomunista della storia e la bancarotta di chi ha preteso di rifondare il comunismo denigrando il marxismo-leninismo e rinnegando la lotta per la rivoluzione.

Gli operai si sono così trovati alla mercé dell’ideologia borghese sparsa a piene mani dalla borghesia, direttamente e per mezzo dei suoi media, dei suoi intellettuali, dei suoi uomini della politica e dell’ideologia.

Non che la politica revisionista e socialdemocratica del PCI togliattiano non abbia agito in questo senso, anzi; ma, pur passando per l’assemblea dell’Eur del ‘78 (sacrifici a favore dell’economia nazionale, ovvero ridurre i salari senza toccare i profitti), che inaugurò una stagione di progressivi cedimenti, allora il movimento operaio resistette sulla base dei rapporti di forza che aveva conquistato negli anni precedenti e dette vita a lotte importanti.

Oggi la situazione differisce in peggio e non è possibile convergere su un’iniziativa il cui scopo reale è risollevare le sorti di una linea e di una burocrazia sindacale che hanno portato la Cgil in uno stato di profonda crisi politica e di credibilità.

L’inserimento dei quattro referendum, che si dovrebbero tenere nel giugno 2025, nella scia della prevedibile tornata referendaria su autonomia regionale differenziata e presidenzialismo, servirebbe per cercare di superare il quorum che non si raggiunge da decenni.

Ma anche in questo caso  l’incognita è elevata, data la debolezza soggettiva della classe e il quadro politico sfavorevole (ricordiamoci il referendum sulla scala mobile del 1985, che pure si era svolto in condizioni storiche e politiche migliori).

Con un governo e un padronato più che mai all’offensiva, che possono contare su un enorme apparato ideologico e mediatico, con l’isolamento in cui versa la Cgil su questo terreno (non ha alleanze con i capi di Cisl e Uil, e la maggior parte dei sindacati di base non si sono espressi) i referendum rischiano di trasformarsi in un boomerang dalle serie conseguenze politiche e sociali, da cui lo stesso sindacato di Corso d’Italia avrà difficoltà a riprendersi.

Una cosa è certa: il risultato effettivo che avranno questi quattro referendum sarà quello di rallentare e deviare su un binario secondario la ripresa della lotta di classe.

Una lotta che per avere forza e prospettiva deve basarsi sull’organizzazione degli operai e avere per scopo la rivoluzione socialista, unica alternativa di fronte a una società marcia dalle fondamenta.

Da Scintilla n.146, giugno 2024

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