La vittoriosa lotta dei portuali statunitensi
Nello scorso numero del giornale, sottolineavamo la crescente importanza che la classe operaia ha nelle mobilitazioni in diversi paesi capitalisti e imperialisti sviluppati, come gli USA.
Gli sviluppi confermano questa tendenza. Dopo l’enorme sciopero degli operai statunitensi dell’industria automobilistica, che l’anno scorso si è diffuso a catena nei vari stabilimenti e si è concluso con una vittoria (aumenti salariali del 30% in 4 anni e del 64% per il livello più basso, reintroduzione della ”scala mobile”, netta riduzione del precariato, rientro dei cassintegrati, rispetto del diritto di sciopero…), è stata la volta dei portuali.
Negli ultimi giorni 45 mila iscritti alla International Longshoreman’s Association (ILA, presieduta da H. Daggett, accusato di rapporti con la mafia) sono scesi in sciopero in tutta la East Coast e nel Golfo del Messico.
Lo sciopero è stato realizzato in 36 porti, compresi quelli di New York, Baltimora e Houston.
Cinque dei dieci porti più attivi porti degli USA sono situati in questa area e movimentano i tre quinti della spedizioni di container usati per trasportare merci.
Era dal 1977 che non si verificava uno sciopero di queste dimensioni.
I portuali giocano un ruolo vitale nel funzionamento dell’economia capitalistica globale e perciò hanno anche un forte potere contrattuale.
Lo sciopero ha comportato infatti perdite di circa 5 miliardi al giorno per le grandi compagnie. Un solo giorno di sciopero in un porto comporta una settimana per recuperare il fermo delle catene di approvvigionamento. La fila di navi porta container si è così allungata giorno dopo giorno…
La rivendicazione economica avanzata dai portuali è stata: aumento di 5 dollari l’ora ogni anno, per sei anni (un operaio con almeno sei anni di esperienza guadagna 39 dollari l’ora). I padroni delle navi mercantili hanno offerto 2,5 dollari per un solo anno.
Lo sciopero è stato l’inevitabile risultato dell’avidità del cartello delle grande imprese di trasporto di container, che hanno intascato profitti record dalla pandemia in avanti quintuplicando i prezzi (la Maersk, uno dei giganti del settore ha registrato il 56% di incremento dei ricavi nel biennio 2021-22), ma hanno rifiutato di accettare le richieste di aumento salariale per recuperare quello che l’inflazione ha eroso.
I portuali sono stati anche molto decisi nel rigettare l’introduzione di maggiore automazione nelle operazioni di carico e scarico dei container, resistendo alla tendenza di rimpiazzare il lavoro con i robot e altre tecnologie che producono disoccupazione e mettono in discussione il controllo degli operai sul processo lavorativo, in violazione dei contratti di lavoro sottoscritti.
L’amministrazione Biden, preoccupata dalla possibile estensione dello sciopero e della perdita di voti fra gli iscritti ai sindacati, ha chiesto agli imprenditori di “sedersi a un tavolo”, mentre le compagnie straniere avevano cominciato ad applicare maggiorazioni di costo per le merci in viaggio.
La sciopero è stato quindi sospeso a seguito di un accordo provvisorio sui salari che rappresenta una vittoria per i portuali: aumenti del 60% spalmati su più anni.
A favore dell’accordo ha giocato indubbiamente il clima pre-elettorale, in cui nessuno dei due candidati del grande capitale voleva lasciare spazi all’altro.
Intanto dal Canada è arrivata una notizia. I terminal di Maisonneuve e Viau del porto di Montreal, che insieme gestiscono circa il 40% del traffico container dello scalo, si sono fermati per uno sciopero di tre giorni che ruota attorno al tema degli incrementi salariali. La lotta di classe è contagiosa!
Da Scintilla n. 148, ottobre 2024
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