Contraddizioni capitalistiche e ripresa della lotta di classe degli sfruttati

Il prodotto interno lordo (PIL) intende esprimere la somma dei nuovi valori creati e incorporati nei beni resi disponibili per l’uso della collettività, in un periodo dato di tempo, per esempio un anno. Ma l’economia borghese ha finito per rendere molto confusa la definizione del prodotto nazionale capitalistico e della sua distribuzione.

D’altro canto, il mascheramento della crisi economica si avvale della definizione del reddito nazionale che viene data dagli economisti borghesi. L’inclusione, da parte dell’economia borghese, nel suo calcolo, delle componenti legate ai comparti finanziario e assicurativo e ad alcune attività professionali, nonché di attività criminali come commercio di droga e prostituzione  (indicate sotto la voce di servizi), oltre a determinare non poche difficoltà di computo, produce un rigonfiamento del prodotto nazionale capitalistico e, con esso, una distorsione della corretta valutazione del livello di vita e del complesso delle risorse reali. Il movente della produzione capitalistica risiede nel fine ristretto di produrre più denaro con il denaro. Il fine e l’utilità per la società non vi hanno alcun ruolo.

Le contraddizioni fra le varie forze imperialiste si sono drammaticamente acuite e si esprimono apertamente. Le condizioni per la generazione di profitto sono peggiorate in tutto il mondo. Una crescita del 3% negli Stati Uniti, del 4% in Cina: queste sono già oggi le evidenze di maggior rilievo, rivelatrici di una diminuzione dei ritmi medi di accrescimento dei prodotti nazionali.

Ma una crescita del 3% non rappresenta un profitto del 3%. Il PIL non rifluisce completamente nelle tasche del capitale. Il surplus che resta dopo il pagamento dei salari, le spese sanitarie, l’istruzione e altro ancora è la somma disponibile da ripartirsi tra tutti i gruppi di sfruttatori quali i proprietari delle imprese, le banche, il grande apparato di distribuzione e di vendita, i percettori di dividendi e ingenti rendite parassitarie.

L’agguerrita concorrenza mondiale costringe ogni impresa capitalista ad aumentare e ad accumulare, pena la morte. Ma nel capitalismo non è possibile dare uno sviluppo maggiore all’apparato produttivo se non entro i limiti della riproduzione capitalista. Il saggio del profitto costituisce la forza motrice della produzione capitalistica: viene prodotto solo quello che può essere prodotto con profitto, e nella misura in cui tale profitto può essere ottenuto.

La contraddizione tra la tendenza all’accumulazione e il potenziamento della produzione da una parte, e i confini sempre più limitati del potenziale di consumo delle masse dall’altra, non fa che manifestarsi in maniera sempre più violenta, sotto forma di stagnazione e crisi.

Detto altrimenti, esiste un’evidente contraddizione tra la quantità di capitale accumulato – seppure ogni statistica al riguardo fornisca una sua determinazione approssimativa – e il possibile tasso annuo di riproduzione.

Nessun artificio dell’economia borghese potrà mai riuscire a nasconderlo.

Il capitale è giunto ad un punto del suo sviluppo in cui si sforza a tutti i costi di riprodursi come capitale e di mantenersi vitale, ma non promuove il progresso umano.

Più cresce l’accumulazione di capitale, più la vendita delle merci cozza contro gli stretti limiti del potenziale di consumo della società.

Ma il capitale resiste violentemente al suo destino storico. Si aggrappa al suo dominio sulla società con tutte le sue forze. Esso sta quindi cercando soluzioni, i cui effetti oggi ricadono drammaticamente sui lavoratori.

Sebbene l’accumulazione monetaria sia cresciuta in misura eccezionale, sentiamo costantemente ripetere che non c’è “denaro”. Manca il denaro per l’istruzione, la cultura, la sanità, le pensioni, ecc. In realtà, si sviluppa un rapporto inverso: più la massa monetaria mondiale si accresce, meno è disponibile per le esigenze della società: i tagli sono in tutti i settori e a livello mondiale. La povertà e la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto sono una “soluzione” ai problemi del capitale e della sua valorizzazione.

I rapidi cambiamenti nella produzione (digitalizzazione, elettro-mobilità), la relativa mancanza di disponibilità di risorse energetiche e l’insufficienza di materiali essenziali, hanno alimentato la competizione tra le diverse grandi potenze. Nella guerra economica, giacché di un conflitto si tratta, gli Stati stanno intervenendo sempre di più con sussidi crescenti, agevolazioni fiscali e sovvenzioni diverse. La dissociazione (decoupling) dalla produzione cinese è un elemento di sollecitazione del fenomeno. Allo stesso tempo, gli attacchi alla classe operaia s’intensificano: tagli ai salari, inflazione, licenziamenti.

La dimensione della sovvenzione statale è caratteristica: gruppi con una capitalizzazione, che è il nome che si dà al capitale fittizio azionario, che ammonta a decine di miliardi di euro, ricevono dallo stato “aiuti” che, nel caso di un gigante taiwanese della produzione di microprocessori, ha toccato una proporzione, rispetto alla capitalizzazione, di circa il 35%. Nel caso di Stellantis questi ingenti aiuti si sono trasformati in chiusure, delocalizzazioni e licenziamenti.

Inoltre, di norma, non vengono creati posti di lavoro, come ripete la propaganda, ma di solito 1.000 “vecchi” posti di lavoro vengono distrutti in un luogo e 200 “nuovi” posti di lavoro vengono creati in un altro.

Di una vera e propria “assistenza sociale” statale per il capitale si tratta, di modo che lo stato sia la sua stampella, a spese della società.

Questo sviluppo riguarda i lavoratori del nostro paese come quelli del resto del mondo. Salari bassi, precarietà, tagli sociali e allo stesso tempo enormi sussidi al capitale, esistono in Cina, come negli Stati Uniti o nella UE, in Africa e in America Latina. Il capitalismo non porta più progresso per le masse popolari, specialmente per la classe operaia. Esso sta lottando per procrastinare la propria fine.

Ma anche queste misure non sono sufficienti. Ed è per questo che ci troviamo di fronte ad un altro tentativo di soluzione in questa lotta per la sopravvivenza del capitale: il riarmo e la guerra!

A livello mondiale, la spesa militare è aumentata nel 2023 di un altro 9%. Una situazione simile si proporrà per il 2024. Si tratta del più rapido aumento riscontrabile tra tutti i settori industriali, associato a un altrettanto rapido aumento dei corsi azionari delle aziende di armi, che in taluni casi ha toccato il 400%!

Gli armamenti e la guerra sono soluzioni comode per il capitale perché il loro acquisto è garantito dallo Stato e le forniture belliche non possono interrompersi: le armi si “consumano” rapidamente. Ciò che distrugge la società e costa la vita agli esseri umani è una grande fonte di profitto per il capitale. Un capo di vestiario che un operaio compra, non si consuma e non deve essere sostituito così rapidamente come il materiale bellico.

Se aggiungiamo la distruzione dell’ambiente, la catastrofe climatica, vediamo che il capitale, senza alcun riguardo per l’interesse generale, combatte per la propria sopravvivenza, per i suoi profitti, per la sua valorizzazione del capitale.

Ma che si tratti di bassi salari, tagli sociali, sussidi, distruzione dell’ambiente o riarmo e guerra, tutte queste misure non migliorano la situazione del capitale a lungo termine. Le prime due misure portano ad una riduzione dei consumi di massa e quindi ad aumentare rapidamente i problemi di valorizzazione del capitale. La devastazione della natura sta rovinando una fonte essenziale della riproduzione come le materie prime di natura organica.

Anche la militarizzazione e la guerra portano al massimo profitto in un primo momento, ma a lungo termine a un enorme indebitamento degli Stati e quindi di nuovo a tagli sociali e impoverimento e di seguito ad un’ulteriore restrizione dei consumi e ad un aumento delle difficoltà di valorizzazione del capitale.

È evidente che il capitale è pronto a trascinare l’intera società nell’abisso piuttosto che fare volontariamente spazio a un nuovo ordine sociale ed economico.

Ma tutte queste manovre del capitale comportano sempre un rischio: le masse lavoratrici. Questo perché i tagli sociali sempre più massicci, lo sfruttamento crescente, le catastrofi ambientali e le guerre possono trasformarsi in sommovimenti rivoluzionari di massa.

Gli esempi del passato sono ancora lì integri a dimostrarlo. Il capitale è consapevole di questo pericolo. Pertanto, i diritti democratici vengono smantellati in tutto il mondo, le forze di polizia e l’esercito vengono potenziati e rivolti contro il popolo, la sorveglianza statale e la manipolazione vengono ampliate. Il razzismo e il fascismo vengono promossi per incitare gli individui e i popoli l’uno contro l’altro e impedire loro di unirsi contro il capitale.

Di fronte ai licenziamenti, alla disoccupazione, all’impoverimento, ai disastri ambientali, al riarmo e alla guerra, all’accumulo dei problemi che soffrono, molti proletari, molti lavoratori sfruttati stanno reagendo, riprendendo a lottare, a scioperare in massa.

Che lo vogliano o no, che siano coscienti o incoscienti, devono difendersi, mettendosi in movimento sui diversi terreni di mobilitazione contro il capitale.

Ma, generalmente, la direzione è attualmente nelle mani dei riformisti che cercano una soluzione “ragionevole” con il capitale. Finché la coscienza di classe sarà ancora debole, queste forze possono esercitare il proprio dominio politico e ideologico sulle masse. Così, la pressione aumenta enormemente sui lavoratori.

I capi sindacali che intendono garantire la collaborazione di classe si presentano nelle fabbriche recitando la parte dei “critici-critici”. Essi chiedono “non solo armamenti”, si appellano al capitale perché diventi “ragionevole” e “si renda conto” che gli può giovare la concessione di qualche aumento dei salari per rilanciare i consumi, ma in definitiva mostrano comprensione per le difficoltà del capitale e sono disposti a continui cedimenti.

I loro sono sogni pietosi.  In realtà, i salari reali sono diminuiti drasticamente negli ultimi anni. Il capitale non può più permettersi concessioni nei confronti del lavoro. Pretendere che le leggi della sua accumulazione possano essere modificate a favore degli sfruttati significa solo prendersi gioco di questi ultimi.

Il compito delle forze coscienti è quello di partecipare a tutte queste lotte parziali, di lavorare all’interno dei movimenti di protesta, di liberarli dall’influenza del riformismo e di condurli ad una lotta decisa per affermare i propri veri interessi.

In queste lotte, la classe operaia e i popoli, così come i militanti rivoluzionari, apprenderanno la lezione. Vedranno i loro interessi più chiaramente e li difenderanno. Più apprendono, più riescono a liberarsi dall’influenza del riformismo e dei mistificatori del marxismo. Più combattono, più si fa chiara la convinzione che una soluzione sotto il capitalismo è impossibile. Ma questo non sarà possibile senza la lotta quotidiana per condizioni di lavoro e di vita migliore, contro il riarmo e la guerra.

La lotta per le esigenze vitali dei lavoratori, per le conquiste economiche e politiche, ottenute sulla base dei rapporti di forza sviluppati dalla classe operaia e dalle masse lavoratrici, devono essere intese come le premesse del movimento rivoluzionario della classe operaia di domani.

Il modo di ottenerle attraverso la lotta senza compromessi di principio e senza spargere illusioni, subordinando sempre la battaglia quotidiana alla lotta per la rivoluzione, è utile per la ripresa di fiducia della classe operaia e per essere parte attiva nella lotta di classe, così come per farne punti di appoggio per lo sviluppo del processo rivoluzionario volto alla completa emancipazione del proletariato.

È sulla strada della fusione di forze coscienti e rivoluzionarie con le lotte spontanee della classe operaia e dei popoli che occorre incamminarsi.

L’abbattimento del capitalismo – e quindi la soluzione fondamentale – può avvenire solo quando larghi strati della classe operaia e delle masse popolari saranno convinti, con la propria lotta e per diretta esperienza, che ciò è necessario. Tale è il nostro indirizzo.

Da Scintilla n. 149, novembre 2024

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