Le false soluzioni del capitalismo al cambiamento climatico

Da “Rupture”, n. 4 (febbraio 2025), rivista del Partito Comunista degli Operai di Francia

Se, allo stato attuale, si può dire che i circoli dirigenti economici e politici stanno ignorando il cambiamento climatico, pure già da qualche tempo il sistema capitalistico e alcuni dei suoi teorici hanno preso in considerazione l’inevitabile crisi ambientale. Stanno adoprandosi per fornire soluzioni “scientifiche” sempre nel quadro del sistema stesso, tramite quello che oggi è conosciuto come eco-capitalismo.

La fine degli anni ’60 ha visto l’avvento dell’ecologia politica, segnando una diffusa presa di coscienza del fatto che il capitalismo, per la sua logica di sfruttamento, porta alla distruzione dell’ambiente e all’esaurimento delle risorse necessarie alla sopravvivenza stessa dell’umanità.

Oggi, l’unico sintomo che il sistema capitalista si propone di curare, invece di affrontare le cause che sono all’origine del cambiamento climatico, sono le emissioni di anidride carbonica. Si tratta già di per sé di una limitazione della causa del cambiamento climatico evidenziata dall’IPCC, il quale denuncia i gas ad effetto serra (vedi riquadro in calce). Infatti, sebbene la CO2 rappresenti l’80% delle emissioni atmosferiche di origine antropica, il metano, pur rappresentandone solo il 10% (principalmente dovute agli allevamenti), possiede a parità di massa un potere di riscaldamento da 25 a 30 volte superiore, senza considerare gli altri gas.

Per limitare l’aumento della quantità di CO2 nell’atmosfera, il sistema capitalista ci offre due tipi di soluzione: una frugalità imposta dall’aumento del costo della produzione di CO2, o l’applicazione di soluzioni tecnologiche per modificare gli oggetti di lavoro (ad esempio la materia prima) o i mezzi di produzione (strumenti, tecniche, ecc.), o per catturare l’anidride carbonica prodotta.

Il mercato delle quote di carbonio

L’esempio concreto di questo tipo di soluzione è quello del mercato delle quote di carbonio. Il principio su cui si basa è semplice: per un determinato periodo si fissano quote massime di emissione di CO2 per le imprese che partecipano volontariamente al mercato, quelle che superano le loro quote potranno acquistarne di nuove o pagare una multa, e quelle al di sotto avranno il diritto di rivendere le loro quote in eccedenza, sapendo che questi «permessi di inquinare» sono scambiabili su un mercato finanziario.

Il primo problema è che questo meccanismo rimane un incentivo e non viene imposto a tutte le industrie che producono CO2; inoltre, l’uso tradizionale degli idrocarburi rimane molto economico, e pertanto le grandi industrie consumatrici non lo abbandonano. Non a caso gli industriali hanno sostenuto questo sistema, imponendolo a livello istituzionale, piuttosto che l’introduzione di una tassa universale sul carbonio.

Questi mercati – che sono 24 in tutto il mondo, tra cui il più grande in Europa, il cui valore si aggira intorno a diverse decine di miliardi – sono utilizzati principalmente dalle grandi aziende per dimostrare il loro impegno a favore del clima e rappresentano un’ulteriore opportunità di speculazione.

Si tratta di scambi finanziari in cui vengono acquistate e vendute quote di emissione, il cui prezzo fluttua in base alla domanda e all’offerta, consentendo di realizzare rendite finanziarie in modo legale o illegale, come nel 2008-2009, quando 6,4 miliardi di euro sono spariti in una frode sull’IVA a livello europeo.

Per quanto riguarda l’impatto reale di questo sistema, un’inchiesta condotta dai giornalisti del Guardian, Zeit e SourceMaterial e pubblicata nel luglio 2023, ha dimostrato che il 90% dei crediti di carbonio di REDD+ [REDD+ sta per Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation (Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale). Fa parte del pacchetto di soluzioni internazionali proposte per affrontare i cambiamenti climatici nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Il “+” ne vorrebbe estendere i benefici e il raggio di azione, includendo la conservazione, la gestione sostenibile delle foreste e l’aumento degli stock di carbonio nelle foresteN.d.T.], uno dei marchi di compensazione del carbonio più grandi al mondo, non ha avuto alcun impatto sul cambiamento climatico.

La soluzione tecnologica

Oltre alla «mano invisibile» regolatrice del mercato, il sistema capitalista propone di affidarsi alla tecnologia per modificare gli oggetti di lavoro o i mezzi di produzione per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, oppure per assorbirne e catturarne una parte.

La cattura del carbonio

Pur essendo considerata dall’IPCC secondaria rispetto alla necessità di una drastica riduzione delle emissioni, quest’ultima opzione sta beneficiando di ingenti investimenti istituzionali e pubblici. Attualmente esistono diverse soluzioni per catturare la CO2. Il metodo più semplice consiste nel piantare alberi che fisseranno il carbonio attraverso la fotosintesi, producendo la materia organica carboniosa di cui sono composti (legno, foglie, radici) a partire dall’anidride carbonica presente nell’aria e dai minerali presenti nel terreno, grazie all’energia fornita dalla luce solare.

Tuttavia, una foresta può fissare circa 5 tonnellate di CO2 all’anno, circostanza questa che richiede la piantumazione di ulteriori 900 milioni di ettari per assorbire, in teoria, un quarto della produzione umana di CO2. Tuttavia, oggi, la piantumazione annua interessa al massimo 4,5 milioni di ettari all’anno – che compensano a malapena gli abbattimenti – ed equivale a mantenere la capacità di produzione di legno.

Sebbene materialmente possibile, rappresenta un costo finanziario che nessuno si assumerà volontariamente. La proporzione mostra che siamo ben lontani dal traguardo, dato che i programmi di riforestazione contribuiscono solo nella misura di pochi milioni di ettari l’anno. Va inoltre tenuto presente che una foresta inizia ad avere un bilancio positivo di cattura del carbonio solo dopo una fase di crescita di circa un decennio, il che la rende nella migliore delle ipotesi uno strumento di gestione del carbonio per il futuro, mentre è necessaria un’azione immediata.

Un’altra soluzione tecnologica esistente e menzionata dall’IPCC è il sequestro geologico. Consiste nella cattura della CO2, soprattutto durante la produzione, e nel suo confinamento in formazioni geologiche permeabili a grande profondità, come giacimenti di gas naturale o di petrolio esauriti, filoni di miniere di carbone, falde acquifere saline (equivalenti ai giacimenti di petrolio, ma saturati con acqua) o altri strati alternati di roccia impermeabile e permeabile. Questa tecnologia è molto apprezzata dall’industria petrolifera e mineraria, ma gli interrogativi che presenta sono molti, anche perché il carattere definitivo di questo tipo di confinamento è lungi dall’essere dimostrata e la disponibilità di siti adatti è molto limitata, nonostante il settore riceva ingenti sovvenzioni da oltre dieci anni.

Nel 2010, l’ADEME (l’agenzia francese per la transizione ecologica) ha investito 100 milioni di euro per lo sviluppo decennale di progetti di tecnologie innovative di decarbonizzazione e in azioni volte a dimostrare l’interesse per essi nell’ambito operativo. Total, ArcelorMittal, Veolia, EDF e Alstom ne hanno ampiamente beneficiato. Ma ad oggi, nessuno di questi progetti fa parte di quei pochi impianti esistenti al mondo i quali sono in grado di assorbire circa cinquanta milioni di tonnellate di CO2 l’anno, dove se ne dovrebbero catturare cinquanta miliardi di tonnellate, mille volte di più. E poiché la cattura del carbonio si rivela molto dispendiosa in termini di energia, questa soluzione non è conveniente e quindi viene utilizzata solo marginalmente. In generale, le soluzioni promosse dal sistema capitalista godono di grandi sovvenzioni pubbliche per indurre consistenti investimenti di sviluppo o aprire dei mercati, senza valutare la fattibilità della soluzione stessa.

Nuove tecnologie per ridurre le emissioni di CO2

Numerose soluzioni tecnologiche vengono oggi presentate come una risorsa per contrastare il riscaldamento climatico attraverso una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, le quali, se si guarda più da vicino, servono anche al greenwashing dei grandi settori industriali, creando un nuovo mercato o assorbendo investimenti pubblici o le due cose insieme. L’esempio tipico è il concetto di agro-carburante, che prevede la sostituzione degli idrocarburi fossili con carburanti sintetici ricavati da prodotti agricoli. L’impatto sul clima sarà nullo (il carburante viene bruciato), ma i grandi consumatori come le compagnie aeree, possono sfoggiare riduzioni del consumo di energia fossile e viene creato un nuovo mercato.

Un’altra tecnologia proposta per il futuro è la fusione nucleare, che con il progetto ITER [ITER, acronimo di International Thermonuclear Experimental Reactor, è un progetto internazionale che si propone di realizzare un reattore a fusione nucleare di tipo sperimentale. I membri della collaborazione ITER sono Cina, Unione Europea, India, Giappone, Corea, Russia e Stati Uniti. N.d.T.], prevede di produrre elettricità attraverso la fusione nucleare di atomi leggeri (fenomeno che si verifica nel cuore delle stelle) anziché attraverso la fissione di atomi pesanti come avviene nelle nostre attuali centrali. Sulla carta, si tratta di una forma di energia pulita e a basso costo. In realtà, il progetto sarà soprattutto costato 50 miliardi di euro di denaro pubblico e forse non produrrà mai elettricità, posticipando ogni dieci anni la data di entrata in funzione, perché più il progetto avanza, più si comprende il fenomeno e meno la sua fattibilità sembra assicurata. L’unico caso in cui il sistema capitalistico assicura una vera transizione tecnologica è quando dispone già di una soluzione che gli permette di rinnovare un mercato.

È stato così quando sono stati sostituiti i gas CFC (1), che danneggiavano lo strato di ozono, permettendo di rinnovare tutti i frigoriferi, e lo stesso accade oggi con l’auto elettrica. Un’altra tecnologia promossa come soluzione alla crisi climatica è l’“intelligenza artificiale” (IA). Ciò che ci viene rappresentato è soprattutto l’ottimizzazione teorica di settori industriali inquinanti come la gestione dei rifiuti, l’ottimizzazione della produzione agricola, la gestione delle città verdi o l’ottimizzazione del magazzinaggio dell’industria della moda (una delle più inquinanti in assoluto). Anche in questo caso, però, non ci sono progetti concreti né dati certi per il momento e sicuramente non ce ne saranno per molto tempo.

Si tratta di idee che alimentano un movimento speculativo – delle start-up vengono create per raccogliere i fondi necessari alla prova dell’idea – o consentono a certi settori di prendere in considerazione l’aumento della produttività. Tuttavia, il grande problema, per il momento l’unica cosa nota e certa che sappiamo dell’Intelligenza Artificiale, è il suo enorme costo energetico, che la squalifica automaticamente come soluzione praticabile (2) (3). In breve, la realtà dell’eco-capitalismo potrebbe racchiudersi in questa dichiarazione di Bill Clinton, ex presidente degli Stati Uniti: “Non importa se la scienza si sbaglia, avremo creato una nuova economia e nuovi posti di lavoro”!

Da parte nostra, e come conclusione, citiamo il climatologo Jean Jouzel, ex vicepresidente di un gruppo di lavoro dell’IPCC, per il quale «il capitalismo è incompatibile con la lotta contro il riscaldamento climatico».

 

  1. I clorofluorocarburi o CFC sono una sottoclasse di gas fluorurati, anch’essi appartenenti alla famiglia degli alogeni alcani. Sono gas composti derivati dagli alcani, dove tutti gli atomi di idrogeno sono stati sostituiti da atomi di cloro e fluoro. Fanno parte dei gas che contribuiscono alla degradazione dello strato di ozono.
  1. Sulla questione delle false soluzioni tecnologiche promosse dai sostenitori del sistema capitalistico, si può utilmente leggere il saggio di Saito Kohei, Moins!

 Sulla questione dell’innovazione tecnologica, facciamo riferimento al nostro opuscolo: Etude sur la technique en système capitaliste. Ed. En Avant, 1997.

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IPCC

Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, partecipe della risposta istituzionale alla crisi climatica. Fondato nel 1988 su richiesta del G7, sotto l’egida dell’Organizzazione meteorologica mondiale e con il patrocinio del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. Questo gruppo, che riunisce migliaia di scienziati, produce regolarmente rapporti che analizzano i cambiamenti climatici, accompagnati da previsioni e raccomandazioni. È stato creato in questa forma su pressione di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, che temevano la creazione di un gruppo di esperti all’interno di un’agenzia delle Nazioni Unite su cui i governi non avrebbero avuto alcun controllo.

Effetto serra

L’atmosfera risulta trasparente alla luce visibile, ovvero lascia passare quella del Sole che, in parte, viene assorbita dalla superficie terrestre, la quale si riscalda. Tuttavia, questo calore, così come quello naturale del nucleo terrestre, viene emesso sotto forma di radiazione infrarossa, alla quale l’atmosfera è parzialmente opaca, cioè non ne permette il passaggio. Sebbene questo effetto abbia permesso di mantenere una temperatura favorevole alla vita, il suo equilibrio dipende dalle concentrazioni relative dei gas che compongono l’atmosfera e dal loro potere di riscaldamento.

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