Politica di guerra e militarismo in Italia

La posizione dell’Italia nel campo atlantico

Dai tempi dello sbarco anglo-americano nel luglio 1943, durante la II Guerra mondiale, all’imperialismo statunitense fece particolarmente gola la posizione dell’Italia, vista come un “paese chiave” in cui rimanere, istituendovi proprie basi e sottomettendolo ai propri disegni anticomunisti ed egemonici.

Gli Stati Uniti d’America  hanno sempre considerato il nostro paese uno dei pilastri fondamentali per mantenere il predominio in Europa, in quanto “paese collaborativo” disponibile a supportare la loro politica estera, nonchè piattaforma geo-strategica che consente di raggiungere facilmente e rapidamente zone in cui sono in ballo enormi interessi economici, energetici, politici e strategici.

A causa di questa speciale posizione, l’Italia è la sede del più completo arsenale militare che gli USA dispongono al di fuori del loro territorio, comprensivo di circa 90 bombe nucleari (50 ad Aviano e 40 a Ghedi), il che espone il nostro paese a rischi terribili.

L’imperialismo USA nel corso degli scorsi decenni si è tenuta ben stretta l’Italia tramite il finanziamento palese (Piano Marshall) ed occulto a livello economico, l’interferenza politica, il condizionamento culturale e le attività segrete, che hanno permesso la continuità di interessi strategici e impedito il ribaltamento dell’assetto politico dell’Italia, per lungo tempo considerato un “paese di confine” (esterno e interno) nella lotta contro l’Unione Sovietica e il movimento comunista e operaio.

La vita politica e sociale italiana dal dopoguerra ad oggi è stata contrassegnata dalla presenza, dalla continua ingerenza e dai pesanti interventi dell’imperialismo USA, assecondati dalla classe dominante. Ciò ha reso l’Italia un paese a sovranità fortemente limitata (in cui un regime repubblicano di formale e limitata democrazia costituzionale maschera un regime sostanziale di dittatura borghese antioperaia e anticomunista), condizionato il quadro politico interno e le scelte di politica estera, subordinandoli alla strategia politico-militare seguita dal Pentagono e dalla CIA.

Questo è avvenuto con la complicità del blocco di potere anticomunista che comprende: le forze politiche cattoliche, liberali, reazionarie e riformiste, i grandi apparati di Stato (civili e militari, palesi e occulti), i maggiori gruppi industriali e finanziari, i principali media, i fascisti e le forze separatiste, la massoneria, i vertici dei sindacati collaborazionisti, il Vaticano e i preti reazionari, la mafia e le altre organizzazioni criminali.

L’appartenenza alla NATO, organismo di guerra e terrore

L’ingresso dell’Italia nella NATO, fondata nell’aprile 1949, accompagnato dal rafforzamento delle forze armate e dall’allestimento di reti segrete per la “guerra non ortodossa” al comunismo (Gladio e altre strutture di tipo “stay behind”), è stato il sigillo di questa particolare condizione.

Tutti i governi dell’Italia repubblicana e i partiti che li hanno sostenuti, mentre con una mano giuravano sul rispetto (formale) della Costituzione, con l’altra hanno contribuito, ai differenti livelli, alla realizzazione degli obiettivi strategici decisi dagli USA per vincere con ogni mezzo la “guerra fredda” e mantenere la posizione di potenza egemone.

L’appartenenza alla NATO e la presenza nel nostro paese del dispositivo militare USA è stato fino ad oggi un dato di fatto “immodificabile e non discutibile” per la classe dominante e le sue variegate forze politiche.

Ciò ha permesso al contingente bellico USA/NATO di servirsi ampiamente del nostro territorio (inquinandolo pesantemente, come ad es. nelle servitù militari  in Sardegna), di istituire basi e centri militari per imporre il proprio controllo sul Mediterraneo e esercitare la propria attività bellica sul Nord Africa e il Medio-Oriente, nonché realizzare una retrovia e una piattaforma di lancio per le operazioni nell’est europeo: dai Balcani (ricordiamo la guerra condotta dalla NATO in Jugoslavia) all’Ucraina.

Una costante della politica italiana                                                                             

Un tratto caratteristico e costante della politica borghese in Italia dal dopoguerra ad oggi, è stata l’applicazione nel particolare della strategia generale statunitense, che si è dotata di mezzi “speciali” per la sua gestione e realizzazione.

Fra questi mezzi vi sono la strategia della tensione, i progetti golpisti, la guerra psicologica, i traffici criminali, le operazioni stragiste contro il movimento operaio e sindacale, contro i movimenti giovanili rivoluzionari e di contestazione, contro il protagonismo popolare, con obiettivi di destabilizzazione/stabilizzazione reazionaria.

La regia di questa molteplice attività è sempre stata nelle mani dei centri di comando USA/NATO, in cooperazione con la classe dirigente e gli apparati statali italiani.

Per perseguire tale disegno è essenziale la garanzia del mantenimento delle basi USA-NATO e dell’accesso nordamericano al territorio, ai porti e allo spazio aereo italiano; il dispiegamento di missili tattici e strategici; l’acquisto di macchine belliche sempre più perfezionate e l’aumento dei bilanci militari; la riservatezza delle informazioni “classificate”; il controllo sugli apparati speciali dello Stato; la disponibilità a partecipare alle operazioni militari e psicologiche, etc., evitando qualsiasi smagliatura o rottura in ambito NATO.

Per questi motivi si sono sostenute, organizzate e finanziate determinate forze politiche e sindacali, formule e personaggi politici che offrivano più ampie garanzie di fedeltà atlantica.

Per gli stessi motivi si è impedito l’accesso al potere (specie nei ministeri chiave) di partiti ed elementi che non garantivano pienamente gli interessi di “sicurezza” statunitensi, soprattutto in termini di adesione alle direttive USA in materia militare convenzionale e nucleare.

La borghesia italiana come “cliente” degli USA

Senza dubbio, non si può parlare di alleanza (paritaria) fra USA e Italia; ma nemmeno possiamo concepire questo rapporto in termini di semplice vassallaggio. La borghesia italiana ha infatti visto nella subalternità verso la superpotenza USA, nelle coperture e nei depistaggi, etc., non solo la prassi per ribadire la sua fedeltà atlantica,  ma anche il modo per difendere i propri interessi e privilegi di classe, di perseguire le proprie ambizioni imperialiste in un’area attraversata da numerosi conflitti, di approfittare di rendite di posizione e di massimizzare il “ritorno” dei finanziamenti USA, di conservare il sistema di sfruttamento e le sue istituzioni oppressive, di stabilizzare la situazione politica e bloccare il processo rivoluzionario.

A dimostrazione di questo rapporto di subalternità “attiva”, in cui la classe dominante si è ritagliata spazi seppure limitati, sono le numerose missioni militari all’estero (circa 50, anche fuori dell’ambito NATO), le ambizioni specifiche dell’imperialismo Italiano in Libia e negli altri paesi africani, nei Balcani, nel “Mediterraneo allargato”, così come il ruolo di attore svolto a livello europeo e nella produzione e nella vendita di armi e sistemi bellici a livello internazionale. Tutte queste attività sono sempre rese compatibili con i vincoli imposti dagli USA.

Naturalmente vi sono interessi congiunti del blocco occidentale NATO, che mantiene una presenza militare in posizioni strategiche come il Mar Rosso e il Medio Oriente, andando a sostenere regimi filo-occidentali e reazionari, come quello di al-Sisi in Egitto.

D’altra parte, la motivazione dell’attento e incessante controllo esercitato dagli USA sulla borghesia italiana deve essere ricercata nella necessità di mantenere il nostro paese nella loro sfera di influenza e di assicurarsi la piena disponibilità del “satellite” italiano – un paese cruciale per il controllo e la stabilità dell’area mediterranea ed europea ed al tempo stesso il punto più delicato dello schieramento atlantico – ai programmi e alle operazioni USA.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica revisionista, si è verificato un declassamento dell’importanza geo-strategica dell’Italia. Ciò nonostante, l’interesse fondamentale degli USA verso il nostro paese non è mai venuto meno e si è rinnovato. Esso si è concretizzato  nel rafforzamento del fianco sud della NATO  e nella sfida con i paesi rivali, specialmente Cina e Russia, per ostacolarli e indebolirli nella lotta per l’egemonia mondiale (es. il rifiuto alla partecipazione alla Nuova Via della Seta e la partecipazione alle iniziative di risposta euro-atlantiche, la presenza nel Mediterraneo e nell’Indo Pacifico, etc.). Ma anche per agire da “cavallo di Troia” nell’UE per ancorarla agli USA e tenere sotto controllo la Germania imperialista.

L’aumento continuo delle spese militari

Con l’aggravamento delle contraddizioni interimperialiste è iniziata la scalata delle spese militari nella UE e nel nostro paese, che ha visto una continua accelerazione. Con il governo Meloni si è passati dai 24 miliardi del 2022 ai 32 miliardi del 2024 (quinto posto fra i paesi NATO, dodicesimo a livello mondiale). Nel 2025 con il raggiungimento del 2% del PIL la spesa militare sarà di circa 42 miliardi. Ciò comporta pesanti tagli ai servizi quali sanità, trasporti, istruzione e ricerca scientifica pubbliche.

Il processo di riarmo in questi anni è avanzato rapidamente, con diversi programmi che hanno interessato:

– l’Esercito, con il programma per il rafforzamento delle forze corazzate cingolate: 280 nuovi carri armati pesanti Panther e oltre mille carri leggeri Lynx che si aggiungeranno ai 125 carri pesanti Ariete in fase di ammodernamento. Sono in preparazione circa 150 nuovi obici semoventi Rch155 in aggiunta ai 70 Pzh2000 rimodernati. Rafforzato anche il parco carri ruotati con 150 Centauro 2 e 76 Freccia Plus in aggiunta ai 250 già in servizio. Rinnovata anche la flotta degli elicotteri da guerra con un centinaio di nuovi velivoli da combattimento Aw249 e multiruolo Aw169. In arrivo anche sei nuove batterie di missili anti-aerei Samp/t  e una ventina di lanciarazzi Himars, oltre a massicce forniture di proiettili da artiglieria da 155 mm.

– l’Aeronautica: programma Eurofighter, con l’ordine di altri 24 caccia Typhoon (7,5 miliardi) che si aggiungono ai 93 in servizio. Altrettanto si prevede di fare per il programma F-35 con la richiesta di altri 25 bombardieri (7 miliardi) in aggiunta ai 90 già ordinati. Si sta inoltre potenziando la flotta  di aerei radar per la guerra elettronica e le aerocisterne per il rifornimento in volo. Inoltre, l’aeronautica si sta dotando di una flotta di droni armati.

– la Marina, con nuove fregate lanciamissili Fremm, mentre proseguono i programmi di costruzione di 7 pattugliatori d’altura Ppa e di 4 pattugliatori leggeri Ppx (1,2 miliardi), a cui si aggiungono 4 corvette europee e due nuove navi per operazioni speciali subacque. Ai due cacciatorpediniere Orizzonte in fase di potenziamento si affiancheranno due nuovi super-cacciatorpediniere/incrociatori Ddx (2,7 miliardi). Dopo il recente varo della nuova ammiraglia della flotta, la “Trieste”, portaerei per gli F-35B, sono in cantiere  4 sommergibili, 12 cacciamine e 3 navi da sbarco. Rinnovata anche la componente aerea imbarcata: non solo con gli F-35B ma anche con altri 9 aerei antisommergibili, con l’ammodernamento e l’ampliamento degli elicotteri Hh101 e con droni imbarcati.  (Fonte Milex)

Assieme al riarmo si sviluppa l’export di armi. Nel periodo 2020-2024 si è registrato un aumento delle esportazioni di armi del 138% rispetto al quinquennio precedente, passando così dal 10° posto al 6° posto tra gli Stati che esportano più armi al mondo. (Fonte Sipri).

Secondo la Rete Italiana Pace e Disarmo le licenze per esportazioni militari Italiane permettono di ricavare oltre 7,5 miliardi di euro di profitti.

Leonardo s.p.a detiene il 30% di questi profitti. Il conglomerato è quotato inoltre tra i 20 maggiori produttori mondiali d’armi, con un fatturato di vendita di armamenti che ammonta a 11,5 miliardi di euro.

L’ulteriore incremento del budget bellico e i suoi beneficiari

Oggi c’è una situazione di forte pressione per l’aumento delle spese da parte degli USA e della NATO, che viene pienamente soddisfatto dal governo Meloni.

Difatti la precedente richiesta di allocazione del 2% del PIL per le spese militari verrà aumentata al 5% del PIL entro dieci anni. Ciò corrisponde a un budget oltre 100 miliardi di euro annui. Le conseguenza sulla spesa sociale e previdenziale, nonché sulla tassazione,  saranno devastanti.

A ciò si aggiungono gli impegni con la UE. Il 6 marzo scorso il Consiglio europeo ha approvato ReArm Europe, il piano per il riarmo europeo da 800 miliardi di euro per potenziare la “difesa comune”.

Il nuovo budget europeo per la difesa di 131 miliardi proposto dalla Commissione Von der Leyen avrà un impatto per il nostro paese di circa 16,8 miliardi di contributi in sette anni, vale a dire un ulteriore esborso di 2,4 miliardi l’anno.

Spesso queste spese vengono spesso fatte passare per investimenti civili per ottenere l’appoggio della popolazione.

In realtà a beneficiare dei giganteschi investimenti sono le aziende del complesso militar-industriale (Leonardo, Fincantieri, Beretta, Mdba, etc.)  che hanno i loro rappresentanti al governo e in parlamento, ed esercitano una forte influenza sull’agenda politica italiana. Queste stesse forze che mirano al rafforzamento dell’economia di guerra agiscono per la pacificazione forzata delle retrovie dei fronti di guerra attraverso le leggi securitarie (come la Legge 80/2025  per la “sicurezza”).

La militarizzazione della gioventù

In questo contesto, assistiamo alla progressiva militarizzazione delle scuole e nelle università, della gioventù, che procede con un pesante intervento delle forze armate nelle istituzioni scolastiche, accompagnato da una propaganda guerrafondaia incessante. Ciò rappresenta uno strumento ideologico di assuefazione alla guerra e alla società della sorveglianza.

L’infiltrazione della promozione del militarismo in Italia avanza in modo spaventoso, coinvolgendo una fascia di età sempre più piccola.

Le attività spaziano dalle visite a centri militari, a conferenze, lezioni, incontri  e celebrazioni con ufficiali e sottufficiali dell’esercito, dei carabinieri, dagli stage formativi realizzati presso strutture militari, alle borse di studio intitolate a “eroi di guerra”, etc.

Numerosi sono i protocolli d’Intesa fra il Ministero dell’istruzione, gli Uffici scolastici regionali e il Ministero della Difesa, la Marina Militare, i Carabinieri, i Bersaglieri, etc. Persino i corsi di educazione civica vengono affidati alle forze militari.

Interventi di vertici militari e reparti dell’esercito vengono organizzati nelle scuole accanto a giovani che, nel pieno dell’infanzia e della pubertà si lasciano trasportare dalle manifestazioni di violenza e di autoritarismo delle forze armate.

Nessun ambito viene risparmiato da questa tendenza. Riportiamo un fatto di cronaca riguardante l’azienda italiana di giocattoli “Giochi Preziosi”, che un paio di anni fa ha ritirato dal commercio, a seguito di diverse proteste e indignazioni pubbliche, un set di zaini scolastici decorati con loghi militari con tanto di slogan con connotazioni fortemente militari.

Come si può capire il target di molti prodotti di moda è rivolto a bambini che fin da una piccola età vengono esposti a contenuti che normalizzano e incentivano la sotto-cultura militaresca.

La propaganda si intensifica ulteriormente se andiamo ad esaminare il mondo del web. Infatti su piattaforme social e siti internet si stanno moltiplicando a dismisura gli annunci pubblicitari di scuole militari e centri di reclutamento.

Per promuovere il reclutamento, il militarismo viene promosso anche attraverso attività ludiche come lo sport. In Italia infatti vi sono diverse iniziative riguardanti il “military fitness” che consiste in percorsi e allenamenti militari per migliorare le proprie prestazioni fisiche.

Non dobbiamo sottovalutare i secondi fini che si celano dietro il semplice allenamento fisico: l’accessibilità pubblica, spesso promossa a livello di PCTO (percorsi formativi obbligatori per gli studenti delle scuole superiori) e “open day” di queste attività è talvolta accompagnata da propaganda a fini di reclutamento nelle forze armate.

Questa crescente infiltrazione rivela un favoreggiamento negli incentivi e nei fondi allocati per il reclutamento militare, accompagnati spesso da collaborazioni di aziende e enti pubblici interessati al riarmo per questioni di lucro.

Tra queste figura Leonardo s.p.a., il gigante dell’industria bellica italiana infatti risulta spesso coinvolta in progetti di “alternanza scuola-lavoro”, PCTO e progetti “dual use” sviluppati nelle università,  dove in collaborazione con forze armate, università e istituti tecnici, si promuovono attività formative in ambiti tecnologici e ingegneristici legati alla politica di guerra.

Il pericolo reale dunque è che aziende del settore bellico si intrufolino ampiamente nelle scuole promuovendo retoriche pro-riarmo e guerra per portare avanti i loro interessi economici e politici.

Gli studenti vengono inseriti all’interno di progetti PCTO legati alle strutture militari con lo scopo di far apprendere disciplina, leadership, gestione delle emergenze e protezione civile, a volte anche con esercitazioni fisiche. Le attività si svolgono sotto la guida di personale militare e, in alcuni casi, vengono presentate tecnologie legate alla “difesa”.

Caserme, basi e reparti militari diventano luoghi di formazione per studenti che si trovano a lavorare in basi come nella base aerea NATO a Sigonella dove migliaia di studenti hanno partecipato a “programmi di orientamento”.

Sempre alla base NATO di Sigonella si sono registrati eventi quali uscite di scuola che coinvolgevano gli studenti in promozioni di aziende di fast food USA all’interno della base militare. Queste iniziative sono come un tentativo di normalizzare la presenza militare statunitense nella vita scolastica locale, sfruttando occasioni di svago per rafforzare il legame con i giovani.

Questo avviene mentre si svolgono esercitazioni come quella denominata “Mare aperto”, svolta nello scorso marzo-aprile 2025 nelle acque del Mediterraneo, promossa dalla Marina Militare, sotto l’egida della NATO, con 9500 militari coinvolti, che ha visto il coinvolgimento di 15 Università italiane, che sono intervenute con decine di partecipanti fra docenti e studenti di vari ambiti disciplinari.

Altra espressione della militarizzazione in Italia è il fenomeno delle “Frecce tricolori” (pattuglia acrobatica), che oltre allo spreco di denaro pubblico rappresenta anche un pericolo per la sicurezza pubblica, come si è riscontrato dai molteplici incidenti mortali che hanno coinvolto civili negli ultimi 40 anni.

Un argomento riguardante il fenomeno del militarismo in ascesa è la retorica secondo cui ”le Forze Armate offrono sbocchi lavorativi concreti”. Questa propaganda ha facile presa su generazioni che non hanno un futuro certo in ambito lavorativo, che non percepiscono un salario stabile, e che spesso vedono nei supposti valori delle forze armate una funzione che riempie il vuoto che sentono nelle loro vite.

Il progressivo infiltramento nelle scuole del militarismo va pari passo con lo smantellamento della coscienza antifascista. Il governo Meloni non ha infatti rinnovato il contratto con l’ANPI (associazione dei partigiani)  per quanto riguarda l’educazione antifascista nelle scuole che porta ai giovani consapevolezza riguardo la violenza e la devastazione portata in Italia dal fascismo prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale.

Un’ulteriore aspetto della militarizzazione è l’istituzionalizzazione delle forze armate nelle festività nazionali.

Il 4 Novembre (giornata dell’unità nazionale e delle forze armate) e il 2 Giugno (Festa della Repubblica) sono esempi palesi di ciò, con parate militari e celebrazioni delle forze armate che oscurano la natura, le cause e il contesto della Prima e della Seconda guerra mondiale, con centinaia di migliaia di giovani massacrati nelle guerre volute dall’imperialismo e dal fascismo.

La mentalità che la borghesia vuole inculcare nei giovani è ben espressa dalle parole del ministro della “difesa” Crosetto: “Se vuoi studiare devi riarmare”!

A questo si educano le nuove generazioni? Un futuro di guerra e devastazione per il nostro paese  e per il resto del mondo? Dobbiamo opporci fermamente alla demagogia e ai tranelli politici e culturali orchestrati dalla borghesia per alimentare e normalizzare il clima di guerra e smascherare i loro sostenitori. Tra di essi  i partiti riformisti che come un secolo fa continuano a sostenere il sistema e le inevitabili guerre mosse in nome del capitale.

Il potenziamento dei ranghi delle forze armate

La politica di guerra non può prescindere dalla preparazione di adeguate forze armate, in particolare un ampio esercito permanente, come strumento di forza della macchina statale borghese per le aggressioni all’esterno e la repressione interna.

L’esercito è composto soprattutto da giovani reclutati fra i ranghi dei disoccupati, addestrati e formati ideologicamente e militarmente. La formazione, come abbiamo visto comincia fin dalle scuole, ed è un aspetto chiave della politica bellicista.

In Italia la leva militare obbligatoria è stata sospesa per legge nel 2004, ma non è stata mai abolita.

La legge prevede che il servizio di leva possa essere ripristinato in caso di:
– delibera dello stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione;
– grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad un’organizzazione internazionale (NATO).

In diversi Comuni si sta procedendo all’aggiornamento liste del servizio di leva, che comprendono cittadini di sesso maschile dai 17 ai 45 anni.

Con l’avvio della guerra in Ucraina, si è sviluppato un dibattito fra i partiti borghesi sui progetti di ripristino della leva obbligatoria (la Lega ha presentato un disegno di legge), come si sta prospettando in Germania con la riforma del servizio militare.

Nell’attuale scenario di instabilità,escalation delle crisi e aspre tensioni interimperialiste gli alti comandi militari stanno spingendo per il potenziamento delle dotazioni organiche.

Masiello, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha dichiarato che per sostenere un conflitto ad alta intensità servirebbero oltre 40.000 uomini e donne in più per l’esercito. Cavo Dragone, ex Capo di Stato maggiore della Difesa, ha affermato che con 170.000 effettivi le forze armate italiane sono “al limite della sopravvivenza”. Credentino, il capo di Stato maggiore della Marina, ha chiesto l’ampliamento degli organici fino a 39 mila unità.

In alternativa alla leva obbligatoria, che ha dei costi notevoli e produrrebbe effetti negativi in campo economico, i fautori di guerra puntano alla creazione di una forza di riserva operativa di almeno 30 mila unità, capace di diversi compiti, a seconda delle esigenze (dal pattugliamento del territorio al supporto delle unità operative professionali). Su questo punto governo e alti comandi sono d’accordo.

Il ministro della difesa, Crosetto ha affermato che il governo agirà per “la revisione della riserva” e in particolare della “riserva selezionata“, composta da personale addestrato (non solo ex militari, ma ingegneri, esperti informatici e hacker), per sostenere le truppe impiegate in conflitti prolungati.

Assieme a questi progetti, se ne vanno sviluppando altri, come ad esempio quello contenuto in una proposta di legge di Fratelli d’Italia (il partito della Meloni) per dare ai militari la qualifica di pubblico ufficiale e il potere di perquisire.

La lotta al militarismo

Il militarismo è un fenomeno ampio,  multiforme, poliedrico, che si estende enormemente nell’epoca dell’imperialismo.

Espressione della violenza brutale delle società divise in classi,  figlio della borghesia imperialista, fratello gemello del fascismo e dello sciovinismo, parente stretto della burocrazia statale, esso ammorba l’atmosfera della società, soffocando la gioventù proletaria e preparandola a nuove carneficine.

Come Giano, il moderno militarismo ha due volti: uno esterno, legato alle guerre di rapina e neocoloniali; uno interno, con compiti di difesa del decrepito ordinamento sociale vigente e di repressione della lotta di emancipazione del proletariato.

Per adempiere ai suoi scopi il militarismo deve disporre di strumenti potenti, agili e docili, ben controllati ideologicamente. Lo “spirito militare” viene fatto penetrare specialmente nelle nuove generazioni da tutti i pori della comunicazione, dell’istruzione, della tecnologia, in ogni ambiente dove esse vivono, producono e si riproducono.

Una vera e propria pedagogia militarista si sta sviluppando nelle scuole, nelle università, dove si sviluppano programmi di condizionamento intellettuale, psicologico e culturale, per attizzare l’odio fra i popoli, intossicare i giovani e accalappiarne in quantità utile al rilancio della “professione di moda”, consacrata dalla divisa con le mostrine. La fascistizzazione avanza anche attraverso questi programmi.

Dietro il motto “si vis pacem para bellum” (in realtà chi prepara la guerra avrà la guerra), si diffondono una quantità di organismi, associazioni, programmi, collaborazioni, etc. per militarizzare la popolazione scolastica, suscitando false aspettative.

L’influenza del militarismo sulla popolazione si avvale di un esercito di ciarlatani e venditori della merce “sicurezza”, che trova i suoi più decisi sostenitori nei manager delle grandi aziende belliche di stato e private, i quali si arricchiscono con favolosi dividendi, negli alti ufficiali ben remunerati delle forze armate, dei ministri e dei capi dei partiti borghesi, reazionari e riformisti.

Il fenomeno del militarismo nel nostro paese si sviluppa in un ambito particolare, quello della NATO che elabora programmi, detta tempi e ritmi, stabilisce impegni comuni, fissa obiettivi e compiti.

A livello economico si nutre del bilancio pubblico che si gonfia costantemente alla voce “spese militari e di sicurezza”, scaricandone tutti gli oneri sulle spalle della classe operaia e dei settori più poveri e deboli della società.

La crescente importanza delle grandi società del settore bellico, che sono le promotrici della reazione politica; l’intreccio fra spese militari, commesse e industrie; gli stretti rapporti con il settore energetico e altre industrie chiave (elettronica, chimica, automobilistica, etc.), delineano una crescente “economia di guerra” sotto l’egida del capitalismo monopolistico di Stato.

Il fenomeno del militarismo ha però un limite: la resistenza al militarismo nel proletariato e nelle masse popolari, che si manifesta e sviluppa con numerose forme e attività, trovando oggi nell’opposizione al riarmo un fattore chiave di mobilitazione di massa.

Il militarismo è un pericolo mortale per l’essere umano e la natura, un nemico giurato della pace e un antagonista temibile della rivoluzione proletaria.

L’avversione verso il militarismo, il suo indebolimento, è una questione vitale per lo sviluppo della lotta di classe degli sfruttati e degli oppressi, in particolare della gioventù proletaria.

La lotta antimilitarista, le proteste contro i pericoli di guerra e la barbarie dei conflitti armati in corso, l’avversità all’aumento delle spese militari, la necessità di uscire dalle alleanze belliciste come la NATO, il rifiuto di portare armi per conto della borghesia contro altri proletari, la solidarietà con i popoli oppressi come quello palestinese, vanno portati avanti non dal punto di vista sentimentale o umanitario, ma dal punto di vista del proletariato rivoluzionario, con le sue rivendicazioni storiche e immediate.

La lotta contro il militarismo è un terreno importante per la conquista della gioventù proletaria al socialismo scientifico.

Nella propaganda comunista, vanno denunciati i guerrafondai e i loro partiti che ci vogliono trascinare in nuove carneficine, va indicato chi dobbiamo “ringraziare” per tutti i disagi e le tribolazioni conseguenti alle spese per il riarmo, vanno messe in luce le responsabilità politiche del militarismo, chiarendo che per il proletariato non vi è che un nemico: la classe dei capitalisti che sfrutta e opprime i proletari di tutti i paesi.

Questo nemico non va cercato lontano. Come scriveva Karl Liebknecht: “Il nemico principale di ciascun popolo si trova nel proprio paese!”.

Settembre 2025

Organizzazione per il partito comunista del proletariato

 

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