Contratti Enti Locali e Scuola: di male in peggio
Nel mese di novembre sono stati firmati due importanti contratti riguardanti il pubblico impiego: quelli degli Enti Locali e della Scuola per il periodo 2022-24.
Non entriamo qui nel merito delle questioni tecniche che li riguardano; chi è interessato all’argomento avrà già avuto tempo e modo di approfondire i vari aspetti dei due contratti.
Va invece denunciato a chiare lettere il fatto che ancora una volta gli aumenti previsti sono ben al disotto dell’inflazione reale. Non si è andati oltre un risicato 6%, cifra assolutamente inadeguata a recuperare quanto perso del potere d’acquisto dei salari e stipendi in questi anni.
Due contratti che sanciscono quindi un ulteriore impoverimento di una buona fetta di lavoratori, dato che interessano circa due milioni e mezzo di dipendenti.
Ma vi sono altri aspetti di questa tornata contrattuale su cui vogliamo puntare i riflettori.
Per la prima volta si è rotto il fronte confederale. La CISL e una serie di sindacati corporativi legati all’aerea governativa sono stati i primi a dichiarare la disponibilità all’accordo. Mentre i sindacati di categoria di CGIL e UIL si sono detti insoddisfatti delle proposte governative.
Anche la UIL ha poi capitolato, sottoscrivendo il contratto dopo che il governo ha destinato poche risorse aggiuntive per il salario accessorio (privilegiando dunque la contrattazione di II livello rispetto quella nazionale) e fatto le solite promesse da marinaio sul rinnovo del triennio successivo (2025/2027).
Un fattore che ha pesato nella situazione è il meccanismo antidemocratico (accettato dai capi sindacali) secondo cui i sindacati che non firmano un contratto collettivo nazionale perdono il diritto di partecipare alla contrattazione integrativa.
La CGIL non ha (finora) sottoscritto il contratto nazionale e nei territori sta portando avanti una serie di assemblee in cui invita i lavoratori a sostenere la bocciatura dell’intesa.
Questa posizione, in assenza di una mobilitazione incisiva condotta assieme ai sindacati di base che rigettano i contratti firmati, si rivela alla lunga perdente.
Dobbiamo anche rilevare che nell’ambito della contrattazione nazionale, sia nel pubblico sia nel privato, il comportamento della dirigenza CGIL non è stato coerente.
Un esempio è il contratto dei metalmeccanici che critichiamo in questo stesso numero del giornale.
Inoltre, dobbiamo constatare che si è arrivati a questa situazione senza un’adeguata preparazione dei lavoratori. Se scarsa è stata la mobilitazione fin qui messa in campo, anche l’informazione è mancata.
A livello nazionale perdurano gli atteggiamenti divisivi dei dirigenti CGIL. Se il 3 ottobre hanno dovuto “recuperare”, scioperando insieme ai sindacati di base, successivamente hanno scelto la strada della “splendida solitudine” (12 dicembre), quando l’intera politica governativa esigeva invece una risposta di sciopero unitario, come richiesto da settori della CGIL e dei sindacati di base.
Il rifiuto di sottoscrivere questi contratti nazionali deve significare un deciso cambio di rotta, a partire da una ripresa della lotta che venga costruita con assemblee, informazioni e coinvolgimento diretto dei lavoratori; con l’unità delle lotte, unendo le vertenze per creare un ampio fronte comune anticapitalista.
È necessario avviare fin da subito un percorso di rivendicazione e mobilitazione imperniato su consistenti aumenti delle retribuzioni perché, non dimentichiamolo, i contratti appena firmati sono già scaduti.
Da Scintilla n. 156, dicembre 2025
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