Cop 30: ennesimo fallimento delle classi dominanti sfruttatrici e devastatrici
Per capire appieno la portata del fallimento della Cop 30, tenutasi a Belém in Brasile dal 10 al 21 novembre è necessario ricordare alcuni dati sulla portata della dimensione della crisi climatica mondiale.
Secondo l’ONU per contenere l’aumento della temperatura entro i due gradi centigradi occorrerebbe ridurre del 60% le emissioni e spendere una cifra complessiva annua sui 6300 miliardi di dollari largamente superiore ai 1900 spesi nel 2013.
Sempre l’ONU stima una cifra di 1300 miliardi annui (365 per i paesi “in via di sviluppo”) da qui al 2035 necessari per l’adattamento ai cambiamenti climatici (cosa diversa dal contenimento dell’aumento della temperatura).
La Cop 30 si è “impegnata” a coprirli. Tenendo però conto che nel 2022 ne sono stati spesi solo 28 mld. possiamo valutare questi “impegni-a-parole” con un grado di realismo vicino allo zero.
2° C sono superiori a 1,5 ° C che alcuni ancora si ostinano a menzionare, nell’intento di nascondere la gravità del problema, pur sapendo che sono già stati superati lo scorso anno.
Vista la grande inadeguatezza di quanto finora fatto è del tutto realistica la previsione di superare i 2° C con il conseguente scioglimento dei ghiacci polari e l’innalzamento delle acque di mari e oceani, con sempre più frequenti ondate di calore, alluvioni e periodi di lunga siccità che abbiamo cominciato a sperimentare da alcuni anni (nel 2025 – non ancora terminato – sono stati contati In Italia oltre 150 eventi estremi dovuti al clima), grandi ondate migratorie, etc.
Con inganno e cinismo, misto a macabro realismo, la vacillante Ursula von der Leyen nei giorni di Belém si è inventata che dieci anni fa la situazione era tale da prevedere un aumento di 4° C per cui andrebbe salutato come un grande successo la limitazione a 2,3 ° C.
È la riprova che la borghesia imperialista non vuole e non può fare nulla per arginare la crisi climatica, essendo altro il suo scopo fondamentale: l’ottenimento del massimo profitto sulle spalle dei lavoratori e a danno della natura.
Nella Cop 30 si doveva stabilire almeno una “road map” per l’obiettivo, entro il 2050, della decarbonizzazione, ossia della fine dell’utilizzo dei combustibili fossili (carbone, petrolio, metano, etc.) per generare energia. Ciò in quanto tali combustibili sono i maggiori responsabili della produzione di CO2 che, creando l’effetto serra, provoca l’aumento della temperatura del pianeta.
Ebbene, alla fine il vertice si è concluso con una spaccatura a metà (80 paesi contro altri 80) tra i fautori e i resistenti alla “road map”, che quindi non è stata adottata.
Nel documento finale l’abbandono del fossile non è stato nemmeno menzionato. I governi asserviti ai monopoli del settore hanno difeso il massimo profitto.
Denunciamo il fatto gravissimo che il governo italiano non ha aderito alla “road map”.
Nella UE solo la Polonia ha seguito la stessa posizione ispirata al negazionismo climatico sostenuto da Trump (che serve agli USA per disinformare e negare l’urgenza di adottare adeguate misure).
Il negazionismo, che dal governo di estrema destra yankee sta traendo molta linfa, s’inserisce in un’ondata di irrazionalismo antiscientifico. La posizione del governo Meloni fa il paio con la vergognosa criminalizzazione dei movimenti di protesta ecologista, i cui esponenti vengono spesso schedati e denunciati per le loro iniziative.
Per la “nostra” premier una troupe televisiva è sufficiente a stabilire la sua “vicinanza” alle popolazioni colpite da calamità dovute al clima (vedi l’alluvione in Emilia Romagna dell’anno scorso). E quando esprime “preoccupazione” per il dissesto idrogeologico è solo per sottolineare che “altri” l’hanno creato. Ma le cause di fondo non sono mai citate.
Caratteristica della posizione italiana, è la costruzione di una cortina fumogena in cui si menzionano a sproposito le “energie rinnovabili” e s’invoca la “neutralità tecnologica”.
Ciò vuol dire: lasciamo che i privati si arrangino nelle loro iniziative pro-clima, seguendo le leggi di mercato in funzione della valorizzazione del capitale.
Così la produzione di metano da biomasse è salutata come positiva, pur essendo gli effetti di questo gas identici a quelli del fossile.
Allo stesso modo è permesso che enormi superfici ex-agricole siano sottratte alla loro destinazione naturale per diventare campi di pannelli solari, evidentemente più redditizi per gli investimenti. Idem per le pale eoliche.
Nessuno può farsi illusioni sul fatto che il sistema capitalista-imperialista, principale responsabile di quanto è accaduto e accadrà in fatto di clima ponga rimedio, nemmeno in termini di adattamento.
Nei recenti incontri al vertice di Dubai, Baku, Belém sono certo emerse anime belle seriamente preoccupate, ma del tutto impotenti nel momento in cui si tratta di agire.
A nulla valgono le loro declamazioni del tipo “spendo uno oggi per risparmiare quattro o cinque domani”.
Un sistema in fase putrescente, immerso in una crisi generale, ha solo visioni di corto periodo, senza alcun “domani”.
Questo stesso sistema mina l’avvenire del genere umano, cui lascia un’eredità pesantissima di sofferenze, miseria ed esistenza brama, di morte.
L’unica possibilità di venirne fuori è la sostituzione per via rivoluzionaria del capitalismo con il socialismo.
Il socialismo, con la socializzazione dei mezzi di produzione e una radicale diversità nelle priorità di bisogni e consumi, sarà la società del futuro, l’unica che potrà mitigare gli effetti del disastro climatico e ristabilire l’equilibrio con la natura.
Una società per cui chiamiamo tutte le persone coscienti, anche in fatto di ambiente, a battersi.
Le lotte di gruppi autenticamente ecologisti e di comitati di cittadini a favore dell’ecologia vanno incanalate in quest’alveo, e in questa prospettiva le sosteniamo.
Altre vie si riveleranno sempre più alla luce dei fatti come impotenti utopie antiscientifiche e antisociali che servono solo alla classe dominante.
Da Scintilla n. 156, dicembre 2025
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