CIPOML: Le contraddizioni fondamentali dell’epoca si acuiscono e lo scenario attuale offre condizioni più favorevoli all’attività rivoluzionaria dei nostri partiti

Situazione internazionale

Le contraddizioni fondamentali dell’epoca si acuiscono e lo scenario attuale offre condizioni più favorevoli all’attività rivoluzionaria dei nostri partiti

Nella Dichiarazione Finale approvata dalla XXIX Plenaria della nostra Conferenza, riunitasi nell’ottobre 2024, abbiamo sottolineato che «il mondo sta attraversando un momento complesso, caratterizzato dall’acuirsi della crisi generale del sistema capitalista. Lo scontro interimperialista, la disputa tra i monopoli e gli Stati delle economie capitaliste-imperialiste più sviluppate si sono evoluti al punto che hanno visto nella guerra il mezzo per risolvere le loro divergenze. […] Gli effetti sociali negativi causati dallo sfruttamento capitalistico sono respinti dai lavoratori, dai giovani, dalle donne e dai popoli. Mobilitazioni di massa, scioperi dei lavoratori, rivolte popolari si verificano contro le politiche di austerità attuate dai governi della borghesia, siano essi liberali, neoliberisti, socialdemocratici o “progressisti”».

L’attuale scenario economico, politico e sociale dimostra che questi e altri problemi, inerenti alla natura del sistema capitalista-imperialista vigente, si sono intensificati. Viviamo in un mondo convulso, dove le contraddizioni fondamentali dell’epoca si sono esacerbate.

Una delle caratteristiche più distintive dell’attuale arena internazionale è l’inasprimento dell’aggressività dell’imperialismo statunitense. La presenza di Donald Trump alla Casa Bianca ha approfondito le contraddizioni interimperialiste, comprese quelle con i suoi alleati tradizionali, poiché il suo slogan “Fare di nuovo grande l’America” costituisce, nei fatti, un grido di guerra dei più potenti monopoli internazionali e dei settori più reazionari dell’oligarchia imperialista statunitense, orientati a recuperare gli spazi che gli Stati Uniti hanno perso sulla scena economica e politica mondiale negli ultimi anni.

La sua politica tariffaria ha aperto un nuovo capitolo nella guerra commerciale. Sebbene sia pensata per aumentare le entrate fiscali degli Stati Uniti e, principalmente, per colpire le economie dei suoi più forti concorrenti nel commercio internazionale, gli effetti negativi si fanno sentire – e continueranno a farsi sentire – anche negli stessi Stati Uniti.

Si stima che, a medio e lungo termine, questa politica tariffaria ridurrà il Prodotto Interno Lordo (PIL) degli Stati Uniti di circa il 6% e i salari di circa il 5%.

Con l’aumento dei dazi, aumentano i costi di produzione e rincarano i prezzi dei prodotti sui mercati interni e internazionali, cosicché sono i lavoratori a subire le conseguenze di questa politica: di fatto, si riduce il loro potere d’acquisto e diminuiscono i salari reali.

I paesi più colpiti sono quelli con economie dipendenti dalle esportazioni di beni manifatturieri o prodotti agricoli verso gli Stati Uniti.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) prevede che, a causa di questa politica degli Stati Uniti e delle reazioni simili di altri paesi, si verificherà un rallentamento del commercio mondiale. Altri organismi internazionali hanno previsto un rallentamento del ritmo di crescita dell’economia mondiale per gli anni 2025 e 2026.

La previsione di crescita del commercio di merci per il 2025 è del 2,4%, rispetto al 2,2% del 2024; tuttavia, l’OMC prevede che nel 2026 la crescita del commercio di beni subirà un notevole rallentamento, fino allo 0,5%.

Donald Trump ha ripreso a ricorrere apertamente alla minaccia di un intervento militare come strumento per sottomettere coloro che esprimono disaccordo o resistono alle sue politiche interventiste. Ha minacciato di intervenire militarmente per “riprendere” il controllo del Canale di Panama e si è espresso in termini simili riguardo al suo intento di annettere la Groenlandia e il Polo Nord. Persistono le sue minacce contro la Russia e cerca di raggiungere un accordo con quest’ultima per spartirsi l’Ucraina. Sostiene economicamente e militarmente Israele per distruggere la Palestina, tra le altre azioni.

Dalle minacce all’Iran per aver mantenuto e sviluppato il suo programma nucleare, è passato al bombardamento di tre centrali nucleari iraniane nell’ambito dell’operazione “Midnight Hammer”, lanciata nel giugno 2025 contro le infrastrutture nucleari di quel paese, con lo scopo di rafforzare gli attacchi del sionismo israeliano nella sua offensiva contro l’Iran.

L’imperialismo statunitense non è solo il principale sostenitore del genocidio sionista a Gaza e degli interventi militari in paesi della regione come Libano, Siria, Yemen e Iran, ma è anche il pianificatore e l’orientatore di queste azioni del sionismo. Trump ha dichiarato di avere in programma di trasformare la Striscia di Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”, il che significherebbe la deportazione di tutti i suoi abitanti, in linea con i propositi di Netanyahu.

Questo piano per conquistare Gaza fa parte di un progetto più ampio volto a dividere e smembrare gli Stati della regione nel quadro di quello che viene definito “il nuovo Medio Oriente”, seguendo linee religiose, comunitarie ed etniche, con l’obiettivo di perpetuare il dominio statunitense nella regione, garantire la supremazia di Israele sui suoi vicini e neutralizzare altre forze imperialiste rivali, in particolare Cina e Russia.

Il cessate il fuoco a Gaza, approvato lo scorso 9 ottobre, non implica l’arrivo della pace né a Gaza né in tutta la Palestina. Il sionismo israeliano mantiene la minaccia di continuare le sue operazioni militari e, di fatto, queste sono proseguite nella zona. Israele non rinuncia ai suoi piani di occupare tutto il territorio palestinese. Il regime di Netanyahu ha sentito l’enorme pressione internazionale contro il genocidio, e questo è stato uno dei fattori che hanno influito sulla sua decisione di accettare l’interruzione delle operazioni militari.

Dalla fine di agosto, gli Stati Uniti hanno mobilitato una flotta navale nel Mar dei Caraibi meridionale, che è stata denunciata come preparazione per un’invasione del Venezuela.

L’ideologia razzista, suprematista bianca e xenofoba guida la politica anti-immigrazione degli Stati Uniti. Più che una caccia ai migranti privi di documenti, è stata dichiarata una guerra contro di loro. Qui si manifesta il profilo fascista della fazione più aggressiva dell’oligarchia guidata da Trump.

La forza degli apparati repressivi agisce su milioni di lavoratori che generano ricchezza sia per quel paese, sia per quelli di origine. La brutale azione della polizia dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) contro i migranti sta provocando un aperto rifiuto, tanto all’interno degli stessi Stati Uniti quanto a livello internazionale.

Questi eventi si sono sviluppati in modo tale da non costituire più solo un conflitto tra i migranti e il governo statunitense, ma tra i lavoratori e il popolo degli Stati Uniti contro il proprio governo. La visione militarista con cui quest’ultimo agisce nelle relazioni internazionali viene applicata anche in ambito interno: di fronte alle proteste che si stanno diffondendo in diversi stati, Trump ha definito alcune città zone di guerra e ha inviato truppe militari per controllare la popolazione.

L’imperialismo statunitense ha dichiarato guerra al proprio popolo.

È evidente che il processo di decadenza degli Stati Uniti come potenza egemonica è iniziato da più di un decennio. Attualmente, la Cina è l’unica potenza con la capacità e l’intenzione di contendere questa egemonia all’imperialismo statunitense.

Nel 2010, la Cina è diventata la seconda economia più grande del mondo. Attualmente, la differenza tra la quota degli Stati Uniti e quella della Cina nel PIL mondiale è di appena il 6%, a favore del primo (rispettivamente 25% e 19%). Si stima che nei prossimi dieci anni il PIL della Cina supererà quello degli Stati Uniti. Nello stesso periodo, l’India si posizionerebbe come la terza economia più grande del pianeta.

Tuttavia, se per calcolare il PIL lo si adegua alla parità di potere d’acquisto (PPA), la Cina è già la più grande economia del mondo. In base a questo parametro, le dieci economie più grandi sono: Cina (19%), Stati Uniti (15,2%), India (7,75%), Giappone (3,65%), Germania (3,11%), Russia (2,84%), Indonesia (2,56%), Brasile (2,31%), Francia (2,18%) e Regno Unito (2,17%).

La quota della Cina nella produzione industriale globale nel 2024 era del 31,6%, al primo posto, mentre quella degli Stati Uniti era del 15,9%, al secondo posto. Seguono il Giappone con il 6,5%, la Germania con il 4,8% e l’India con il 2,9%.

La base materiale e tecnica dell’industria cinese è profondamente rinnovata e superiore a quella degli Stati Uniti e delle altre potenze occidentali perché è stata edificata nell’ultimo decennio su tecnologie di punta, infrastrutture moderne e una pianificazione statale orientata all’innovazione. Mentre le industrie occidentali sono gravate da strutture obsolete, costi elevati e processi frammentati, la Cina ha sviluppato ecosistemi industriali integrati che combinano intelligenza artificiale, robotica, produzione avanzata e catene logistiche digitali. Questa base tecnologica, consolidata in settori strategici come la microelettronica, l’energia verde e la produzione automatizzata, costituisce oggi il suo principale vantaggio.

Gli Stati Uniti e la Cina controllano il 25% del commercio mondiale di esportazioni e importazioni. Gli Stati Uniti partecipano con circa il 13% del volume totale, mentre la Cina con il 12%. Secondo i dati dell’OMC, la Cina è al primo posto nelle esportazioni di beni, con il 14,2% del commercio mondiale, seguita dagli Stati Uniti con l’8,5% e dalla Germania con il 7,1%. Per quanto riguarda le importazioni, gli Stati Uniti sono al primo posto con il 13,2% del volume globale, seguiti dalla Cina con il 10,6% e dalla Germania con il 6,1%.

Il capitale finanziario cinese attraversa i cinque continenti. Secondo il portale GrandContinent, la Cina è attualmente il maggiore creditore bilaterale al mondo, prestando più del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale messi insieme. Negli ultimi vent’anni, la Cina ha fornito 240 miliardi di dollari in “finanziamenti di emergenza”. Con questo, ha sostituito gli Stati Uniti nel “salvataggio” dei paesi a basso e medio reddito che si trovano indebitati.

Solo per quanto riguarda i prestiti pubblici garantiti dallo Stato, un’analisi di 620 prestiti ufficiali rivela un impegno di 418 miliardi di dollari in prestiti garantiti tra il 2000 e il 2021. Per il 2025 sono previsti pagamenti per 22 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda la composizione monetaria delle riserve ufficiali in valuta estera, continua il predominio del dollaro statunitense, nonostante abbia perso terreno. Nel 2000, circa il 71% delle riserve totali era in dollari statunitensi, alla fine del 2024 questa percentuale è scesa a circa il 58%, ovvero un calo di 13 punti.

Un altro dato molto importante a tale proposito è che l’88% delle operazioni sul mercato valutario è effettuato in dollari statunitensi.

Una questione importante da considerare è che, sebbene il dollaro rimanga la valuta di regolamento più utilizzata, la Cina è il paese che commercia di più e ha adottato la politica di stabilire lo yuan (o renminbi) come valuta per le sue transazioni commerciali.

L’imperialismo statunitense considera la Cina il suo principale nemico. Per affrontare questa situazione, gli Stati Uniti hanno articolato una strategia integrale che abbraccia gli ambiti militare, economico, politico, tecnologico e diplomatico. Lavorano per assicurare la loro presenza e il loro dominio nell’Indo-Pacifico, regione che Washington considera il centro della competizione strategica.

A tal fine, gli Stati Uniti lavorano attivamente alla creazione e al rafforzamento di alleanze, patti di sicurezza e operazioni militari congiunte per formare un fronte di contenimento contro la Cina:

  • AUKUS: patto di sicurezza con l’Australia e il Regno Unito incentrato sul trasferimento di tecnologia per sottomarini a propulsione nucleare.
  • Quad: un dialogo sulla sicurezza con Giappone, India e Australia per cooperare in materia di sicurezza marittima e non tradizionale.
  • Alleanza con le Filippine: rafforzamento del trattato di difesa reciproca, compresa la riattivazione delle basi militari nelle Filippine per contrastare l’assertività cinese nel Mar Cinese Meridionale.
  • FONOPs (Freedom of Navigation Operations): si tratta di operazioni navali e aeree condotte dalla Marina degli Stati Uniti in aree vicine alle isole rivendicate dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale, con l’obiettivo di sfidare le sue rivendicazioni territoriali.

Inoltre, gli Stati Uniti continuano a sostenere Taiwan fornendo armi sofisticate ed emettendo frequenti avvertimenti pubblici su un possibile intervento militare cinese sull’isola.

La Cina, dal canto suo, affronta la politica di contenimento dell’imperialismo statunitense con azioni e politiche che abbracciano l’ambito economico interno, estero e delle relazioni internazionali.

Lavora per espandere la sua presenza e le sue relazioni sulla scena mondiale. L’iniziativa “Belt and Road” le consente di realizzare investimenti milionari in infrastrutture (porti, ferrovie, autostrade) in Asia, Africa, America Latina ed Europa, garantendo catene di approvvigionamento di risorse e creando nuovi mercati per i suoi prodotti.

Negli ultimi anni ha rafforzato i legami politici e la cooperazione economica e finanziaria con la Russia, e insieme hanno guidato l’azione dei BRICS in funzione dei propri interessi geopolitici. Entrambi i paesi condividono l’obiettivo di riformare l’ordine internazionale dominato dall’imperialismo statunitense e, al suo posto, esercitare una maggiore influenza.

La Cina svolge un intenso lavoro di cooperazione regionale, promuove accordi commerciali ed economici, come il Partenariato Economico Globale Regionale (Regional Comprehensive Economic Partnership; RCEP), per consolidare la sua posizione di centro dell’economia dell’Asia-Pacifico.

Insieme ad altri paesi, promuove una politica di de-dollarizzazione nelle transazioni commerciali internazionali e l’uso dello yuan o renminbi.

Nei focolai di tensione, la Cina risponde con dimostrazioni di forza e misure legali. Agisce anche sul piano militare. Promuove la militarizzazione delle isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale e mantiene la pressione militare, diplomatica ed economica su Taiwan per riaffermare le sue rivendicazioni territoriali. Recentemente, il 3 settembre 2025, la Cina ha dato prova della sua enorme capacità bellica, in particolare degli sviluppi tecnologici nell’industria militare.

Con un bilancio militare di 270 miliardi di dollari per il 2025, la Cina occupa il secondo posto nella spesa militare, superata solo dagli Stati Uniti, il cui bilancio ammonta a 962 miliardi di dollari per lo stesso anno.

I paesi dell’Unione europea (UE) hanno perso peso e influenza relativa sulla scena mondiale rispetto ai decenni precedenti. Non si tratta di una perdita assoluta, poiché l’UE nel suo complesso rimane una potenza significativa.

Il tasso di crescita del prodotto interno lordo dell’Eurozona è stato costantemente inferiore a quello degli Stati Uniti e della Cina. Ciò si traduce in una riduzione della quota dell’UE nel PIL mondiale. L’UE è rimasta indietro negli investimenti in tecnologie chiave (come l’intelligenza artificiale e i semiconduttori) e deve affrontare una minore produttività del lavoro rispetto agli Stati Uniti, con ripercussioni sulla sua competitività a lungo termine.

La crisi energetica e le brusche interruzioni delle catene di approvvigionamento a seguito dell’invasione dell’Ucraina e della pandemia hanno messo in evidenza la vulnerabilità dell’UE e la sua dipendenza da fonti esterne di energia e materie prime, indebolendo la sua posizione negoziale a livello globale.

In Africa, America Latina e Asia, l’UE ha perso influenza rispetto a Cina, Russia, Turchia e persino India, che hanno ampliato la loro presenza economica e politica.

La guerra in Ucraina ha ribadito la subordinazione dell’Unione europea all’agenda geopolitica degli Stati Uniti; la NATO, dominata da Washington, continua a dettare la linea dell’azione militare europea. Sotto la pressione degli Stati Uniti, hanno aumentato sostanzialmente i loro bilanci della difesa, impegnandosi ad aumentare la spesa militare nei prossimi anni. Tuttavia, permangono importanti contraddizioni tra l’UE, i suoi Stati membri e lo stesso imperialismo statunitense, in particolare in campo economico, commerciale, energetico e diplomatico. La Germania, senza allontanarsi e tanto meno scontrarsi con gli Stati Uniti, cerca di sfruttare la situazione a proprio vantaggio.

La Francia e diversi settori della Germania parlano della necessità di una “autonomia strategica europea” che non esiste pienamente, ma che esprime divergenze con gli Stati Uniti. Il presidente francese Emmanuel Macron propone di rafforzare un pilastro europeo all’interno della NATO; e ci sono paesi – come la Polonia e quelli baltici – che mostrano una maggiore bellicosità e sono favorevoli a una risposta congiunta contro la Russia.

Nel contesto della guerra in Ucraina, si è approfondito il processo di militarizzazione della vita nell’UE, che abbraccia gli ambiti economico, istituzionale, di bilancio, culturale, tra gli altri.

La maggior parte degli Stati membri aumenta costantemente i propri bilanci della difesa; molti paesi hanno adottato l’obiettivo del 2% del PIL per la spesa militare, allineandosi agli standard promossi dalla NATO; l’UE destina fondi propri alla ricerca e allo sviluppo militare, cosa inedita fino a un decennio fa.

Sebbene la NATO rimanga il principale quadro di sicurezza, l’UE ha creato meccanismi propri: la Cooperazione strutturata permanente (Permanent Structured Cooperation, PESCO), avviata nel 2017, che raggruppa decine di progetti comuni di difesa: mobilità militare, droni, sistemi di comando, sorveglianza marittima, ecc. il Fondo europeo per la difesa (European Defence Fund, EDF), che finanzia lo sviluppo di armamenti, tecnologia militare e progetti di innovazione nel settore della difesa; e il Comando militare dell’UE (Military Planning and Conduct Capability, MPCC), che funge da struttura embrionale di un quartier generale europeo e gestisce le missioni militari all’estero.

Lo sviluppo del gruppo BRICS+ genera aspettative in diversi settori. Attualmente, ha un peso economico e politico significativo e le proiezioni per i prossimi anni sono ancora più rilevanti.

I paesi membri del BRICS+ rappresentano il 55,61% della popolazione mondiale, contribuiscono con il 42% del PIL mondiale in termini di PPA e con il 40% del commercio globale. Superano di poco il PIL nominale del G7 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti). La forza di questo gruppo è dovuta principalmente alla presenza della Cina.

Si stima che manterranno un tasso di crescita potenziale annuo superiore al 4% rispetto al 2% del G7, il che amplierà ulteriormente la loro partecipazione all’economia globale.

L’emergere di questo gruppo risponde al processo intrinseco di sviluppo e accumulazione capitalistica. Non si tratta, come lo presentano alcuni settori del revisionismo e del riformismo, di un “modello di sviluppo alternativo” per i popoli, né tantomeno di un’alleanza “anti-imperialista”. È un’associazione di Stati e gruppi economici che cercano di espandere i propri investimenti, controllare i mercati, accedere alle materie prime, ampliare i propri spazi di accumulazione in un mondo in cui gli Stati Uniti svolgono il ruolo di potenza egemonica.

Al suo interno si manifestano tensioni e disaccordi. La Russia e la Cina lo guidano in funzione dei propri interessi geopolitici; l’India teme che la strumentalizzazione del gruppo da parte di Cina e Russia possa colpire i propri interessi, e non è l’unico caso. I paesi membri del gruppo sono uniti da interessi particolari che vengono influenzati nel contesto di uno scenario internazionale comune.

Questo gruppo combina le esigenze particolari dei suoi membri con i progetti geopolitici di potenze imperialiste come la Cina e la Russia. Pertanto, le tensioni tra i BRICS e l’Occidente devono essere intese come una manifestazione delle contraddizioni interimperialiste.

L’economia mondiale mantiene un ritmo di crescita lento. Non si è verificata la recessione mondiale che alcune previsioni avevano previsto per il 2025; tuttavia, la crescita rimane al di sotto dei tassi pre-pandemia.

Organismi internazionali come il FMI, la Banca mondiale e l’UNCTAD prevedono bassi tassi di crescita per il 2025 e il 2026, che vanno dal 3,0% al 2,7%.

Per le economie capitalistiche più sviluppate (Stati Uniti, zona euro, Giappone, Canada, Regno Unito) si prevedono i tassi di crescita più bassi: 1,5% e 1,6% rispettivamente nel 2025 e nel 2026.

Persiste il rischio di recessione nell’area dell’euro, con una crescita prevista dello 0,8% – 1,0% che rasenta una situazione nota come “stagnazione tecnica”. La responsabilità della Germania in questa situazione è grande: nel 2024 la sua economia è entrata in recessione (-0,2%) e le previsioni di crescita per quest’anno sono appena dello 0,1%. La Germania è considerata il motore industriale europeo.

La crescita più elevata, guidata da India e Cina, si concentra nuovamente nelle cosiddette economie emergenti dell’Asia (4,1% nel 2025 e 4,0% nel 2026).

Sebbene non vi sia piena coincidenza tra le diverse fonti sull’andamento della produzione industriale, si prevede una crescita moderata per il 2025. Alcune stime la collocano tra il 2% e il 3%, con rischi al ribasso nel caso in cui persistano gli shock tra le economie capitaliste più sviluppate o si verifichino nuove interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Come antecedente, va tenuto presente che la crescita della produzione industriale è stata compresa tra l’1% e l’1,6% nel 2023 e tra l’1,8% e il 2,6% nel 2024, secondo diverse fonti.

Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il volume del commercio mondiale di  merci crescerà del 2,4% nel 2025, il che è poco probabile. Le stime precedenti prevedevano una crescita dello 0,9% per quest’anno e dello 0,5% per il 2026. Il balzo nelle previsioni per il 2025 è dovuto agli effetti del front loading (importazioni anticipate in vista dell’aumento delle tariffe), ma questo svanirà nel 2026, quando le nuove tariffe saranno pienamente in vigore.

Non si intravedono miglioramenti nelle condizioni di vita dei lavoratori. In alcune regioni peggioreranno a causa della diminuzione del potere d’acquisto dei salari, della crescente precarietà del lavoro, della perdita di posti di lavoro e della migrazione forzata, tra gli altri fattori.

A maggio, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha aggiornato le proiezioni di crescita mondiale dell’occupazione per quest’anno, dall’1,7% all’1,5%. Sebbene si preveda che il tasso di disoccupazione globale rimarrà intorno al 5%, un problema è rappresentato dalla qualità del lavoro, dalla retribuzione e dalla stabilità.

Esistono notevoli differenze nei livelli di occupazione, disoccupazione e sottoccupazione a seconda delle regioni, dei livelli di sviluppo e dei gruppi di popolazione. La disoccupazione giovanile registra cifre elevate: rimarrà tra il 12% e il 13%. Regioni come l’America Latina e i Caraibi hanno tassi di occupazione informale che superano il 50% in diversi paesi. Solo il 46,4% delle donne in età lavorativa a livello mondiale era occupato nel 2024, rispetto al 69,5% degli uomini.

La politica tariffaria degli Stati Uniti mette a rischio la permanenza di decine di migliaia di posti di lavoro. L’OIL stima che circa 84 milioni di posti di lavoro in 71 paesi siano, direttamente o indirettamente, legati alla domanda di consumo statunitense. La regione Asia-Pacifico concentra 56 milioni di questi posti di lavoro. Il Canada e il Messico presentano la percentuale più alta di posti di lavoro a rischio (17,1%).

Il progresso tecnologico, in particolare l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, stimola uno sviluppo delle forze produttive orientato ad aumentare la produttività del lavoro e l’estrazione di plusvalore. Nelle mani dei capitalisti, l’IA non viene implementata per liberare tempo di lavoro o per migliorare la vita della classe lavoratrice, ma per ridurre i costi del lavoro, intensificare il controllo sul processo produttivo e approfondire la concorrenza tra capitalisti. La sua introduzione accelera la tendenza storica a sostituire il lavoro vivo con il lavoro morto, generando disoccupazione strutturale e ampliando l’esercito industriale di riserva, il che a sua volta spinge al ribasso i salari e rende ancora più precarie le condizioni di lavoro.

Inoltre, l’IA diventa uno strumento ideologico e disciplinare. Le piattaforme digitali, la sorveglianza algoritmica e la gestione automatizzata del lavoro consentono un controllo più approfondito sui ritmi, i movimenti e i comportamenti dei lavoratori, rafforzando al contempo nuove forme di sfruttamento, come il lavoro su commissione o i contratti “indipendenti” di breve durata, invece di impieghi permanenti a tempo pieno.

Questa situazione costringe il movimento operaio a sviluppare forme organizzative e di lotta in grado di affrontare efficacemente le nuove modalità di organizzazione del lavoro imposte dal capitale.

Allo stesso tempo, queste tecnologie consentono di avanzare nei meccanismi di controllo di massa della popolazione, come il riconoscimento facciale e altri sistemi di sorveglianza. Non è un caso che il settore militare sia stato il primo obiettivo dello sviluppo dell’IA: la sua ricerca e il suo finanziamento sono stati fortemente stimolati dalle esigenze di difesa e di competizione geopolitica. Oggi, i grandi monopoli tecnologici cinesi e statunitensi dominano questo settore strategico.

Il rapido degrado ambientale che sta vivendo il pianeta è responsabilità del sistema capitalista. Questo si esprime oggi in eventi climatici sempre più estremi: ondate di calore senza precedenti, inondazioni devastanti, incendi boschivi massicci e una perdita accelerata di biodiversità. Questi fenomeni non sono fatti isolati né semplici “cicli naturali”; sono il risultato diretto di un modello economico basato sullo sfruttamento illimitato delle risorse e sull’accumulazione sfrenata. I paesi capitalisti più sviluppati sono stati, storicamente, i principali responsabili delle emissioni di gas serra, del consumo smodato di energia fossile e dell’espansione industriale inquinante. Sebbene rappresentino una minoranza della popolazione mondiale, concentrano la maggior parte dell’impronta ecologica e hanno costruito la loro ricchezza su un modello di produzione che ignora i limiti del pianeta.

Il loro braccio esecutivo sono i monopoli e le grandi multinazionali, il cui potere economico e politico permette loro di imporre pratiche altamente inquinanti a vantaggio dei propri profitti. Le aziende dei settori energetico, minerario, agroindustriale e dei trasporti sono state protagoniste della distruzione degli ecosistemi, della deforestazione massiccia, dell’espansione di infrastrutture inquinanti e dell’ostruzione sistematica di politiche ambientali profonde. Mentre esternalizzano i costi ambientali alle comunità e ai paesi più vulnerabili, continuano a promuovere un modello estrattivista che intensifica i disastri naturali e aggrava la crisi climatica globale.

Lo sfruttamento delle cosiddette terre rare rivela la profonda contraddizione del cosiddetto “capitalismo verde”, che promette una transizione ecologica senza mettere in discussione le logiche di accumulazione che hanno causato la crisi ambientale. La produzione di tecnologie “pulite” – come auto elettriche, batterie ad alta capacità o generatori eolici – dipende dall’estrazione intensiva di minerali il cui ottenimento comporta la distruzione degli ecosistemi, l’inquinamento del suolo e delle acque, e condizioni di lavoro abusive nei paesi dipendenti. Così, dietro il discorso della sostenibilità, le grandi potenze e le grandi aziende trasferiscono i costi ambientali e sociali ad altre regioni, riproducendo relazioni neocolonialiste mentre si presentano come leader climatici. Lungi dall’essere un’alternativa emancipatoria, questo “capitalismo verde” nasconde nuove forme di spoliazione e approfondisce la dipendenza da un’attività mineraria aggressiva, dimostrando che non ci sarà giustizia ambientale senza trasformare le basi stesse del sistema economico.

Le forze di destra, di estrema destra, ultraconservatrici, fasciste e profasciste continuano a guadagnare posizioni in varie regioni del pianeta. Si tratta di una tendenza presente da diversi anni, che attualmente si manifesta con maggiore aggressività.

La spiegazione della loro crescita risiede nella capacità dei settori più reazionari della borghesia internazionale di manipolare e sfruttare a proprio vantaggio i problemi economici e sociali causati dallo stesso sistema capitalista-imperialista, come la perdita di posti di lavoro, la migrazione o i processi legati allo sviluppo dell’interculturalità e alla nascita di movimenti che rivendicano diritti sessuali, di genere, di età, tra gli altri.

In particolare in Europa e negli Stati Uniti, questi partiti di destra sono riusciti a presentare la migrazione e la pluriculturalità come minacce esistenziali all’identità e alla sicurezza nazionale. Promuovono un nazionalismo sciovinista e rifiutano la diversità culturale. Usano i migranti come capri espiatori, incolpandoli dei problemi economici, sociali e persino della delinquenza.

In Sud America, queste correnti politiche mantengono un discorso apertamente anticomunista, difendono con forza i precetti neoliberisti (come in Argentina ed Ecuador), esaltano l’imperialismo statunitense e criminalizzano l’azione e la lotta promosse dai partiti e dai movimenti di sinistra, nonché dalle organizzazioni popolari.

Queste forze agiscono apertamente contro i diritti democratici dei lavoratori e dei popoli, nonché contro le organizzazioni sindacali e i partiti di sinistra. Attaccano anche le istituzioni della democrazia borghese al fine di avere mano libera per imporre i loro progetti politici reazionari, orientati a facilitare le condizioni che consentono di aumentare il tasso di profitto nella produzione.

Le forze ultraconservatrici e il fascismo rappresentano un grave pericolo per i lavoratori e i popoli, che dobbiamo affrontare con una politica di unità nel movimento operaio e popolare e con le organizzazioni politiche democratiche e di sinistra.

I partiti e i movimenti riformisti e quelli etichettati come progressisti hanno perso terreno, ma mantengono un’influenza significativa su importanti segmenti della popolazione in diverse regioni. La loro capacità di ingannare le masse si basa su una retorica che critica il modello neoliberista, il capitalismo selvaggio e disumano e che utilizza elementi narrativi di sinistra, ottenendo così il sostegno di settori della classe operaia e della popolazione in condizioni di povertà.

Si sta verificando una crescente militarizzazione della società, che attraversa i piani economico, politico e sociale. La maggior parte dei paesi subordina i propri bilanci, le proprie politiche pubbliche e le proprie forme di gestione ai preparativi per lo scontro, rafforzando gli apparati repressivi, criminalizzando la protesta e normalizzando la presenza militare in ambiti che prima appartenevano alla vita civile.

Questo fenomeno è particolarmente visibile nei paesi capitalisti più sviluppati, dove la potenza militare non è solo una componente centrale della politica estera, ma anche un fattore strutturante dell’ordine interno. La militarizzazione non si limita all’espansione dei bilanci della difesa o al rafforzamento degli apparati armati, ma si esprime anche nel modo in cui gli Stati, i media e le grandi corporazioni modellano le percezioni, i comportamenti e le priorità sociali in funzione di logiche di sicurezza.

Il costante aumento della spesa militare negli Stati Uniti, nell’Unione Europea, in Giappone, in Cina, in Russia e in altri paesi imperialisti e capitalisti sviluppati è un segnale evidente. Negli ultimi decenni, e in particolare dopo eventi come la guerra in Ucraina, le tensioni nel Pacifico o l’ascesa della Cina, i paesi capitalisti occidentali hanno destinato percentuali crescenti del loro PIL all’attrezzatura militare, alla modernizzazione tecnologica e al rafforzamento di alleanze strategiche come la NATO.

Contemporaneamente, la militarizzazione avanza all’interno dei loro confini. La crescente presenza di forze di polizia altamente equipaggiate, con armi e tattiche di origine militare, è una caratteristica sempre più evidente in numerose città del mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, il trasferimento di attrezzature militari ai dipartimenti di polizia locali ha portato alla comparsa di forze di sicurezza sempre più simili a unità di combattimento. Ciò produce un effetto diretto sulla popolazione: la normalizzazione della sorveglianza estrema, la repressione della protesta sociale e la percezione che il conflitto interno debba essere gestito con strumenti tipici della guerra.

A livello culturale, la militarizzazione opera attraverso l’intrattenimento, l’istruzione e la pubblicità. Industrie come Hollywood e i videogiochi mantengono stretti rapporti con i complessi militar-industriali, riproducendo narrazioni che glorificano la guerra, l’eroismo bellico e la superiorità tecnologica. La figura del soldato è presentata come simbolo di ordine, sicurezza e patriottismo, mentre i conflitti geopolitici sono semplificati per legittimare gli interventi militari o l’espansione delle basi all’estero. Questa penetrazione culturale contribuisce a far percepire la forza come una risposta naturale o inevitabile alle tensioni internazionali.

Infine, la militarizzazione assume anche forme economiche. Il complesso militar-industriale costituisce uno dei settori più redditizi del capitalismo contemporaneo. Le aziende che si occupano dello sviluppo di armi, sistemi di sorveglianza e tecnologia duale esercitano pressioni sui governi per garantire contratti multimilionari. Questa alleanza tra Stato e capitale trasforma la guerra e la preparazione alla guerra in un motore economico, distorcendo le priorità sociali e dirottando risorse che potrebbero essere destinate alla sanità, all’istruzione, all’edilizia abitativa o alla lotta contro il cambiamento climatico.

Il mondo sta assistendo a un’intensificazione della lotta dei lavoratori, dei giovani e dei popoli. Stiamo vivendo un periodo di crescente ampiezza, massiccia partecipazione e combattività della lotta delle masse, il più intenso da oltre un decennio. Questi eventi hanno smentito le teorie borghesi, revisioniste e riformiste che ancora cercano di dimostrare che la classe operaia e i giovani hanno perso il protagonismo politico che li ha caratterizzati fino alla fine del secolo scorso.

In tutti i continenti si stanno verificando massicce azioni di protesta contro le politiche di austerità dei governi, la corruzione dei governanti, contro la guerra e per la pace, in solidarietà con il popolo palestinese, contro le diverse forme di intervento che violano la sovranità dei paesi – comprese quelle che avvengono attraverso i dazi doganali imposti da Donald Trump – e per rivendicazioni particolari che riguardano i salari, la sanità, l’istruzione, l’alloggio, i diritti democratici e politici. Anche negli Stati Uniti ci sono proteste di massa contro la politica xenofoba – praticata contro gli immigrati – e contro l’azione militare annessionista a Gaza insieme allo Stato nazi-sionista di Israele.

Sono lotte che si esprimono attraverso scioperi settoriali, blocchi nazionali, manifestazioni di piazza e rivolte popolari; rivendicano diritti parziali e alzano anche bandiere politiche.

La solidarietà con il popolo palestinese e la condanna del genocidio commesso dal sionismo israeliano hanno richiamato milioni di uomini e donne in tutto il mondo, in particolare i giovani.

Storica è stata la risposta dei lavoratori in Italia, con uno sciopero generale e manifestazioni di massa nelle strade. Uno degli aspetti più rilevanti di questa lotta è stato il rifiuto dei lavoratori portuali di movimentare le merci provenienti da e dirette verso Israele. Questo esempio si è esteso anche ad altri paesi.

Lo sciopero in Italia è stato un’espressione di lotta politica, antimperialista e internazionalista.

In quasi tutta Europa si sono svolte anche massicce azioni di protesta contro i tagli di bilancio, la militarizzazione dell’economia, per rivendicazioni salariali e contro l’alto costo della vita; allo stesso modo, in difesa dei diritti dei lavoratori e per cause globali come la protezione dell’ambiente.

Ci sono state anche azioni di massa per contrastare i partiti di estrema destra, come è avvenuto in Francia, Germania, Austria o Turchia, e in Brasile, dove si è chiesto che Jair Bolsonaro fosse condannato per i suoi tentativi di colpo di Stato. Ciò dimostra la preoccupazione della popolazione per il pericolo rappresentato dall’ascesa dei partiti ultraconservatori, di estrema destra e di carattere fascista.

La partecipazione dei giovani alla lotta dei lavoratori e dei popoli, e in particolare quella degli studenti a mobilitazioni dal chiaro contenuto politico, raggiunge espressioni di rilievo. Nelle massicce azioni di massa e nelle rivolte popolari che hanno avuto luogo in Nepal, Marocco, Indonesia, Perù, Myanmar, Argentina, Panama, Stati Uniti, Thailandia, Kenya, Mali, Sudafrica, Madagascar, Turchia, tra gli altri, spicca la combattività dei giovani, in particolare del movimento studentesco. In molti di questi paesi, i giovani hanno sventolato bandiere politiche, combattendo la corruzione e difendendo i diritti democratici. In Nepal e Perù sono stati la forza principale che ha provocato la caduta dei rispettivi governi a settembre e ottobre. Tuttavia, è necessario precisare che in Nepal il movimento giovanile è stato chiaramente strumentalizzato dalla destra.

Da segnalare anche la lotta dei lavoratori agricoli e delle popolazioni indigene in diverse regioni. In India, Brasile, Iran, El Salvador, Perù, Sudan e Kenya si sono verificate massicce azioni di protesta per rivendicazioni specifiche.

In America Latina, le popolazioni indigene mantengono un ruolo importante nella lotta per i propri diritti nazionali, contro i grandi progetti minerari e petroliferi, in difesa dell’acqua e dell’ambiente.

I lavoratori, i giovani, le donne e i popoli lottano contro le politiche attuate dalla borghesia e dai suoi governi, nonché contro le conseguenze inerenti al sistema capitalista-imperialista dominante. In queste lotte esprimono il loro malcontento e il loro rifiuto di questo sistema, manifestando al contempo il loro desiderio di cambiamento.

Le masse lavoratrici subiscono l’effetto di una forte offensiva ideologica e politica dell’imperialismo e della borghesia internazionale. Il risultato è una maggiore dispersione ideologica e politica, in particolare tra i giovani che sono stati conquistati da tendenze come il pragmatismo, l’edonismo, l’individualismo, il consumismo, tra le altre, che rendono difficile l’attività politica rivoluzionaria.

Questa offensiva viene condotta sfruttando i mezzi e gli strumenti più disparati; fa parte dell’esercizio del dominio ideologico della classe dominante.

Lo sviluppo delle tecnologie della comunicazione (telematica, social network e altre piattaforme virtuali) facilita la proliferazione dei valori borghesi, il rafforzamento delle concezioni ideologiche borghesi e l’alienazione delle persone dalla propria realtà.

C’è una sovrabbondanza di messaggi su Internet che crea la finzione secondo cui ora le persone sono meglio informate. Abbondano le fake news e l’informazione spazzatura che vengono consumate come se fornissero criteri innovativi, “rivelatori di realtà nascoste”.

Il mondo dell’informazione neoliberista è presentato come il mondo della libertà, quando in realtà è uno strumento di dominio.

Ciò non deve portarci a condannare lo sviluppo tecnologico, né in questo né in nessun altro ambito della società. Abbiamo l’obbligo di utilizzare e sfruttare questi progressi e strumenti per diffondere le nostre idee, concezioni e politiche rivoluzionarie. Possono e devono essere mezzi per promuovere la nostra offensiva ideologica e politica.

Da alcuni anni, la destra e l’estrema destra parlano della cosiddetta “guerra culturale”, che funge da strumento per giustificare un’offensiva reazionaria in diversi ambiti della vita sociale. Affermano di combattere una battaglia per la difesa della tradizione, della famiglia, dell’identità nazionale, ma in realtà cercano di annullare i progressi democratici conquistati dai movimenti femministi, indigeni, sindacali, LGBTI e antirazzisti. Presentano questi movimenti come minacce esterne o “nemici interni”, con l’obiettivo di polarizzare la società e consolidare una base politica disciplinata attorno a valori conservatori.

Questo discorso non solo mira a controllare la produzione di idee, ma anche a distrarre le masse lavoratrici dai conflitti economici reali: lo sfruttamento, la precarietà e la crescente concentrazione della ricchezza. Si tratta di una strategia politica volta a difendere l’ordine capitalista, erodere le libertà democratiche e preparare le condizioni per progetti sempre più reazionari e autoritari.

Promuovono anche la messa in discussione della scienza e promuovono punti di vista antiscientifici, presentano la scienza come “indottrinamento o ideologia” e sottolineano che non esiste una conoscenza assolutamente vera, universale o oggettiva, ma che ogni forma di conoscenza dipende dal contesto culturale, sociale, storico o individuale da cui proviene.

Fanno parte dell’offensiva ideologica borghese anche le “teorie” e i punti di vista provenienti dal revisionismo e dal riformismo che, utilizzando un discorso pseudo-sinistra, promuovono punti di vista e politiche funzionali al sistema capitalista.

Non sono pochi i settori di lavoratori, giovani e donne delle classi popolari che cadono nella rete di queste posizioni e credono, erroneamente, di partecipare a movimenti che propongono la trasformazione rivoluzionaria della società.

Anche i nostri partiti devono smascherare queste posizioni, comprendendo che ciò fa parte della lotta ideologica e politica contro le fazioni della stessa grande borghesia.

L’attuale scenario politico offre condizioni più favorevoli all’attività rivoluzionaria dei nostri partiti. I lavoratori e le lavoratrici, i contadini e le contadine, i giovani e le donne delle classi lavoratrici affrontano oggi una realtà che permette loro di vedere chiaramente ciò che il capitalismo offre all’umanità.

Questa realtà, visibile e innegabile, deve essere sfruttata dai nostri partiti e dalle nostre organizzazioni per avanzare nella costruzione delle forze della rivoluzione, nella configurazione di un movimento rivoluzionario di massa, elemento fondamentale per il trionfo della rivoluzione sociale del proletariato.

È molto importante che nuovi e grandi contingenti di masse comprendano che la lotta è la via per conquistare rivendicazioni e diritti, nonché per frenare i piani della borghesia e dell’imperialismo, e si uniscano alla lotta. Tuttavia, se l’avanguardia rivoluzionaria non è presente in queste lotte, organizzandole e dirigendole, esse non supereranno i limiti imposti dal sindacalismo e dall’azione intenzionalmente diretta dai partiti e dai movimenti borghesi e riformisti per limitare la lotta delle masse.

La classe operaia, i giovani e le donne delle classi e degli strati popolari e i popoli devono comprendere che per raggiungere la loro emancipazione devono fare affidamento su tutte le forme di lotta, legali e illegali. Il partito del proletariato ha il dovere di organizzare tutte queste espressioni di lotta.

I nostri partiti hanno la responsabilità di assumere un ruolo più protagonista sia nei paesi in cui siamo presenti che sulla scena internazionale. Per raggiungere tale protagonismo, è indispensabile definire orientamenti e politiche corretti, basati sui principi marxisti-leninisti; tuttavia, ciò non è sufficiente. È necessario disporre di una forza sufficiente per attuare tale politica, e tale forza proviene dalle masse operaie, contadine, giovanili e dalle classi e strati lavorativi sfruttati e oppressi che si mobilitano sotto l’influenza della nostra politica.

Raggiungeremo nuovi e più ampi settori delle masse nella misura in cui i nostri partiti cresceranno numericamente. Il reclutamento di nuovi comunisti deve diventare uno dei compiti prioritari delle nostre organizzazioni.

Per attirare la classe operaia, i giovani e le donne dei settori popolari alla lotta per la rivoluzione, è indispensabile sviluppare una diffusione intensa e sistematica della nostra politica, delle nostre tesi programmatiche e dei nostri punti di vista sui vari problemi che affliggono il mondo e la società. Non è concepibile un partito marxista-leninista che non faccia una propaganda costante della sua politica e delle sue azioni. In questo senso, il giornale cartaceo svolge un ruolo fondamentale, poiché permette di stabilire un contatto diretto e un rapporto fisico immediato con le masse.

Lo scenario politico mondiale richiede di approfondire il lavoro di unità con le forze sociali e politiche interessate a lottare contro l’imperialismo e le politiche della borghesia internazionale. Lavoriamo per costituire un fronte internazionale antimperialista e antifascista che si esprima in azioni e lotte concrete, sia nei luoghi in cui siamo presenti sia attraverso iniziative di carattere internazionale.

La lotta antimperialista assume particolare importanza oggi, in un periodo di recrudescenza dell’aggressività dell’imperialismo statunitense – principale nemico dei popoli – e di acuirsi delle contraddizioni interimperialiste, che mettono in guardia dal pericolo di una nuova conflagrazione mondiale.

Lo abbiamo detto in altre occasioni: non è possibile affrontare un imperialismo appoggiandosi su un altro imperialismo. Così si esprime un’autentica posizione anticapitalista e antimperialista.

La lotta internazionale del proletariato contro il sistema capitalista-imperialista si manifesta nel scontro di classe in ogni paese, ma deve essere collegata alle azioni e alle lotte di carattere internazionale. La classe operaia e i popoli, nella loro lotta per conquistare la propria emancipazione, devono sostenere una politica di indipendenza di classe.

Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML)

XXX Sessione Plenaria

Novembre 2025

Fonti consultate:

  • Gli effetti economici dei dazi del presidente Trump (10 aprile 2025)

https://budgetmodel.wharton.upenn.edu/issues/2025/4/10/economic-effects-of-president-trumps-tariffs?utm_source=chatgpt.com

  • I beni di IA e la distribuzione anticipata stimolano il commercio mondiale nel 2025, ma le prospettive per il 2026 sono cupe.

https://www.wto.org/english/news_e/news25_e/stat_07oct25_e.htm?utm_source=chatgpt.com

  • Hegemonía y disputa de la hegemonía imperialista. (Egemonia e disputa per l’egemonia imperialista) Alejandro Ríos, agosto 2025.
  • Rapporti sulle prospettive dell’economia mondiale

https://www.imf.org/es/Publications/WEO/Issues/2025/07/29/world-economic-outlook-update-july-2025#:~:text=Se%20proyectan%20tasas%20de%20crecimiento,Perspectivas%20de%20la%20econom%C3%ADa%20mundial

  • World Employment and Social Outlook Trends 2025

https://www.ilo.org/sites/default/files/2025-01/WESO25_Trends_Report_EN.pdf?utm_source=chatgpt.com

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