L’imperialismo italiano sul piano inclinato della guerra

La dipendenza dal gas e dal petrolio che passano da Hormuz (aggravata dalle sanzioni alla Russia e dagli alti costi del gas statunitense), l’interruzione delle catene di rifornimento, l’aumento dei costi (logistica, trasporti, etc.), il blocco del commercio sia verso l’Iran sia verso altri  paesi asiatici, sono fattori che mettono in seria difficoltà i capitalisti italiani e spingono all’intervento militare, se la guerra nel Golfo si protrarrà a lungo.

Allo stesso tempo, il prolungarsi della stagnazione (che diverrà recessione se la guerra si protrarrà nei prossimi mesi) induce i monopoli e lo Stato, quale investitore e operatore nel settore militar-industriale e delle infrastrutture necessarie a scopi bellici, a cercare nella corsa al riarmo, nell’export di armi verso i paesi belligeranti e nella guerra una disperata quanto illusoria via di uscita per ottenere maggiori profitti. Ma ciò porta anche a un maggiore conflitto fra settori borghesi che hanno diversi interessi.

Oggi l’Italia si colloca al sesto posto della classifica globale dell’export di armi.

Nel quinquennio 2021-25, l’export di armi è cresciuto del 157% rispetto al periodo precedente, facendo sì che le armi esportate siano il 5,1% del totale globale. Queste vengono inviate per il 59% in Medio Oriente (MO) e per il 13% in Europa.

Il governo Meloni, sfiduciato dalle masse, per giustificare l’attacco USA/Israele ha dapprima  utilizzato il pretesto della minaccia atomica dell’Iran. Un falso clamoroso! L’Iran non ha armi nucleari (in MO le ha solo Israele), non minaccia il nostro paese, ma si sta difendendo dall’aggressione imperialista-sionista.

Meloni, come ha detto Trump,  “offre aiuto” permettendo di utilizzare le basi USA e NATO presenti in Italia, come Aviano e Sigonella, fondamentali per condurre la guerra.

Mette a disposizione anche infrastrutture, porti, scali, reti informatiche, il nostro territorio, il nostro spazio aereo per una guerra ingiusta e senza alcuna base di diritto contro un paese sovrano.

La risoluzione approvata a marzo al Senato mette in luce che il governo non solo dimostra subalternità verso gli USA, ma rafforza anche il dispositivo militare in MO.

Ha infatti deciso di inviare una fregata a Cipro e armi (Samp-T, antidroni, aerei spia, sistemi satellitari, etc.), militari e tecnici negli EAU, nel Kuwait e nel Qatar.

Il sostegno ai paesi del Golfo è stato rinvigorito dalla visita della premier in Qatar il 4 aprile.

Dopo la richiesta di Trump di inviare navi nello Stretto di Hormuz, il governo Meloni si è arrovellato fra diverse contraddizioni e ambiguità, barcamenandosi fra la trasformazione della missione Aspides e l’apertura a una coalizione internazionale per presidiare il fianco mediorientale della UE e dalla NATO.

I fatti mostrano che il governo è complice in senso politico e operativo delle aggressioni, del genocidio e della guerre perpetrate dagli USA di Trump e dallo stato sionista (che, come disse il cancelliere tedesco Merz, “sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”), esponendo il popolo italiano a seri rischi e mettendolo alla mercé di una conflagrazione su larga scala.

Il crescente prezzo del petrolio e l’aumento della pressione USA e sionista determineranno il ritmo del coinvolgimento nei prossimi tempi, mentre l’appartenenza alla NATO, organizzazione di guerra e terrore diretta dagli USA, aumenta i pericoli e fa scivolare il paese sul piano inclinato della guerra.

A seguito della sconfitta nel referendum del 22-23 marzo, le destre per evitare un’ulteriore perdita di consensi hanno smorzato i toni sulla guerra.

Cercano così di nascondere maldestramente la complicità dell’imperialismo italiano col blocco USA-Israele, sminuiscono il reale supporto italiano e le gravissime implicazioni dei trattati (secretati) e degli accordi con gli USA e con la NATO.

Le confuse e ambigue dichiarazioni del ministro della difesa hanno evidenziato da un lato l’asservimento governativo all’imperialismo USA, dall’altro la crisi e i conflitti nelle alte sfere del capitalismo italiano.

Crosetto ha manifestato in un’intervista i suoi timori per una prossima debacle nucleare. Successivamente, chiamato alla Camera per giustificare l’uso della base di Sigonella per la partenza di un drone MQ-4C Triton,  ha ribadito gli accordi Italia-USA, dichiarando che non sono mai stati messi in discussione dai governi di ogni colore negli ultimi 75 anni. Cruda verità per l’Italia e altri paesi.

Da parte di nessun ministro è giunta una parola di condanna dei crimini di Trump e Netanyahu. Si sono irritati solo dopo gli attacchi di Trump a Meloni. Ma difendere “patriotticamente” Meloni, come ha fatto anche la Schlein, significa solo schierarsi a difesa di una borghesia servile, reazionaria e vorace.

Dietro e dentro il governo Meloni, agiscono potenti monopoli del settore energetico, bellico e manifatturiero, privati e a partecipazione statale,  che vogliono riarmare e spingere il paese nelle avventure militari per i loro interessi in aree definite di “rilevanza strategica”.

L’economia di guerra si sviluppa a spese di gravi conseguenze per la classe operaia e la maggioranza della popolazione, che comprendono il carattere antipopolare della guerra contro l’Iran.

Le risorse necessarie alla macchina di guerra vengono prelevate dalla sanità pubblica, dalle pensioni pubbliche, dall’istruzione pubblica, dalle tasse che pagano i lavoratori e che sono direttamente trasferite nei bilanci militari a livello nazionale, NATO e UE.

Il militarismo ha come necessario complemento il rafforzamento delle “retrovie” dei fronti di guerra con le misure repressive contro il “nemico interno” contenute nei “decreti sicurezza”, nella legge che equipara antisionismo e antisemitismo, negli attentati al diritto di sciopero, nelle denunce contro gli attivisti che mettono in discussione la guerra e l’economia di guerra.

La lotta contro il governo Meloni e i monopoli che lo mantengono a galla è la lotta per salvare la pace e difendere le libertà dei lavoratori, è la lotta per liberarci dal regime del capitale che ci sfrutta, opprime e ci getta in miseria, per creare la società socialista dove non ci saranno più guerre.

Questa lotta deve essere portata avanti con un ampio fronte unito non solo contro le destre al potere e i gruppi dominanti nell’economia, ma anche contro tutti coloro, politicanti riformisti e capi sindacali, che chiamano alla “difesa nazionale“ o “europea” sostenendo gli interessi dell’imperialismo e tradendo gli interessi del proletariato e delle grandi masse, spingendo gli sfruttati e gli oppressi di uno o di alcuni paesi contro gli sfruttati e gli oppressi di altri paesi.

Da Scintilla n.159, aprile 2026

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