La guerra all’Iran e la lotta per la pace
Dal 28 febbraio, data di inizio della guerra di aggressione e predatoria contro l’Iran, la situazione in tutta la regione mediorientale ha visto una continua escalation.
I bombardamenti di USA/Israele sull’Iran, sul Libano, su Gaza sono stati incessanti.
Le vittime civili si contano a decine di migliaia. Gli sfollati in Iran e in Libano sono più di 4 milioni.
Si sono moltiplicate le distruzioni di case, ospedali, scuole, infrastrutture civili, veri e propri crimini di guerra.
Dopo oltre un mese di attacchi, di fronte al fallimento degli obiettivi dell’aggressione imperialista – a cominciare dal “regime change”, dall’eliminazione del potenziale difensivo iraniano e dalla riapertura dello Stretto di Hormuz – Trump ha minacciato in maniera brutale un genocidio, ponendo un perfido ultimatum di resa totale all’Iran.
Ma il crescente isolamento internazionale, la perdita di popolarità in casa e di credibilità presso i suoi alleati, il rischio di destabilizzare i mercati finanziari, lo hanno indotto a discutere il piano di pace in 10 punti proposto dall’Iran dietro “consiglio” della Cina e su mediazione del Pakistan.
Si è così arrivati a una tregua di due settimane, che rappresenta un successo del popolo iraniano che a costo di enormi sacrifici ha inflitto una sconfitta politica agli USA con la sua capacità di resistenza, così come degli altri popoli che hanno espresso una vibrante protesta in Medio Oriente, di tutti coloro che, anche negli USA, si sono mobilitati contro la politica di guerra seguita da Trump e dai propri governi.
Ma quanto potrà reggere il cessate il fuoco?
Israele ha colpito il Libano con decine di attacchi terroristici; gli USA e gli Emirati Arabi Uniti l’hanno violato fin dal primo giorno.
Mentre i negoziati sono in stallo sui nodi di Hormuz e del nucleare, gli USA hanno aumentato la presenza militare nella regione, bloccato lo Stretto e i porti iranaiani. Trump si prepara a una nuova ondata di bombardamenti e vuole impadronirsi dell’uranio arricchito iraniano con operazioni di terra.
Gli sviluppi dimostrano che le conseguenze di questo conflitto armato, condotto principalmente dalla borghesia imperialista statunitense, campione del parassitismo e della reazione mondiale, non si limitano all’Iran.
Gli atti di aggressione contro Teheran si sono infatti trasformati in poco tempo in una guerra di logoramento a lungo termine che ha scosso tutti i paesi della regione, dagli stati del Golfo al Libano, dall’Iraq a Cipro, dall’Azerbaijan alla Turchia, inasprendo i contrasti anche nel blocco occidentale.
Lo Stretto di Hormuz, dove transita un quinto del petrolio e del gas mondiali, è al centro dello scontro.
L’intreccio politico, militare ed energetico fra la guerra in Iran e quella che prosegue in Ucraina, fa sì che i due fronti di guerra si influenzano reciprocamente e si saldino in una sola crisi di carattere internazionale.
I pericoli di una guerra generalizzata per una nuova spartizione del mondo minacciano sempre più da vicino i lavoratori e i popoli.
La scalata aggressiva dell’imperialismo USA, principale fomentatore di guerra, instabilità e pericolo per la pace mondiale, deve essere vista nel contesto dell’aggravamento delle contraddizioni interimperialiste.
Gli Stati Uniti mirano a indebolire e accerchiare il loro maggiore rivale: la Cina. Attaccare il ruolo di Pechino da posizioni di forza, escluderlo dal Medio Oriente e contenerlo nell’Indio-Pacifico, colpire la sua produzione, i suoi mercati, la sua esportazione di capitali, la sua influenza crescente, è l’obiettivo principale della politica statunitense finalizzata al mantenimento del predominio mondiale, scosso dalla legge capitalistica dello sviluppo ineguale.
L’Iran è un paese dipendente alleato della Cina, che lo ha inglobato nei Brics+. Se gli Stati Uniti dovessero acquisire il controllo delle riserve di gas e petrolio dell’Iran, ciò rappresenterebbe un duro colpo all’approvvigionamento energetico della Cina, dopo quello sferrato in Venezuela. L’economia cinese, in rallentamento, ne soffrirebbe, così come quella di diversi paesi UE.
In Iran passa la rotta della “Nuova via della Seta” cinese che collega l’Asia centrale al Mediterraneo. Interromperla per impedire l’espansione dell’influenza economica e politica di Pechino, offrendo alternative come il corridoio Imec, è un aspetto cruciale della strategia statunitense.
L’Iran é anche il paese che da tempo raduna e dirige diverse forze anti-USA e antisioniste della regione, fornendo loro logistica, etc. Gli obiettivi di dominio statunitensi richiedono la rottura di questa resistenza e di conseguenza, l’eliminazione del regime dei mullah e il rafforzamento dei vassalli regionali.
La guerra in corso è la continuazione con mezzi violenti della politica imperialistica USA di ridefinizione del Medio Oriente, che procede in linea con interessi strategici che urtano con quelli degli alleati europei, creando crescenti tensioni.
Lo Stato sionista genocida di Israele funge da punta di lancia nell’attuazione di questo disegno, perseguendo propri scopi di rafforzamento e controllo dell’area. Approfitta quindi della guerra per intensificare l’aggressione contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, espandere la colonizzazione inglobando anche parte del Libano, per realizzare la Grande Israele”.
La guerra contro l’Iran è una guerra contraria agli interessi della classe operaia e delle masse lavoratrici. Essa ha pesanti conseguenze sulle condizioni di vita e di lavoro dei proletari e delle masse lavoratrici.
Carovita, attacco all’occupazione, altri tagli alle spese sociale per finanziare il riarmo e le spese di guerra, restrizione dei diritti e delle libertà dei lavoratori, aumento della repressione e criminalizzazione delle proteste.
La politica di guerra seguita da Meloni, che fa del nostro paese un vassallo degli USA, ci porta al precipizio. Occorre agire con chiare parole d’ordine: “Stop alla guerra”! “Via tutte le forze degli imperialisti dal Medio Oriente e dal Golfo!”, “Solidarietà con la classe operaia e i popoli d’Iran e degli altri paesi e nazioni aggrediti”, “Nessun coinvolgimento dell’Italia nella guerra!”, “Fuori dalla NATO, chiusura delle basi USA!”
Compito prioritario del proletariato è lottare contro il “proprio” governo per farlo cadere, cacciare tutti i guerrafondai dal potere e aprire la via a un governo che assicuri la pace e il benessere ai lavoratori.
Nella situazione attuale è essenziale la scesa in campo e l’unità di azione della classe operaia e di tutti i lavoratori sfruttati a difesa intransigente dei propri interessi.
La protesta operaia e popolare va promossa e sviluppata nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei sindacati e nelle altre associazioni di massa, nei quartieri popolari, con scioperi e manifestazioni di massa, condannando l’infame militarismo capitalistico, l’attacco criminale perpetrato da USA e Israele, esigendo la fine della guerra, in difesa della pace e del diritto all’autodeterminazione dei popoli, senza appoggiarsi su un imperialismo per combatterne un altro.
Una nuova guerra mondiale in gestazione, generata dalle contraddizioni del sistema capitalista-imperialista, può essere scongiurata solo da un poderoso e persistente movimento per la pace indipendente dai partiti borghesi.
La resistenza operaia e popolare è in crescita in molti paesi e questo cambia i rapporti di forza con l’imperialismo e i suoi governi, a livello nazionale e internazionale. Ma per eliminare l’inevitabilità delle guerre fra paesi capitalisti è necessario abbattere l’imperialismo con la rivoluzione. Altra via non c’è.
Da Scintilla n.159, aprile 2026
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