L’IA nella produzione: conseguenze e rivendicazioni
Corrispondenza
Lo sviluppo delle forze produttive e dell’automazione hanno portato all’integrazione dell’Intelligenza Artificiale (IA) nel processo produttivo e quindi nei meccanismi dello sfruttamento capitalistico.
Perciò è doveroso leggere questo fenomeno, in rapido sviluppo, attraverso la lente marxista.
Nel XIII capitolo de “Il Capitale”, Marx analizza come le macchine abbiano influenzato il processo di produzione di merci arrivando alla conclusione che, se “adoperate capitalisticamente”, prolungano la giornata lavorativa aumentandone l’intensità e di conseguenza accrescendo i profitti del capitalista.
Engels da parte sua scrive che “non è l’operaio ad adoperare la condizione del lavoro, bensì è la condizione del lavoro ad adoperare l’operaio.”
Possiamo dire che l’IA è un’estensione di questa logica capitalistica, che viene allargata anche ai processi cognitivi (vedasi per es. l’IA generativa) oltre che nei processi di automazione o “Machine Learning” (un sottoinsieme dell’IA basato su algoritmi in grado di apprendere i modelli dei dati di addestramento e fare inferenze accurate sui nuovi dati prendendo decisioni o facendo previsioni senza istruzioni).
Dunque se la macchina industriale organizza il lavoro fisico, l’IA tende a organizzare o sostituire anche il lavoro intellettuale, portando molti lavoratori salariati sul lastrico.
Il lavoratore diventa solo un’appendice dell’IA (che ha alti costi di manutenzione, nonché elevatissimi consumi energetici).
L’IA viene utilizzata sia come mezzo di lavoro per i proletari per estrarre plusvalore, ma anche come sistema di sorveglianza dentro e fuori i luoghi di lavoro (si veda per esempio l’azienda Palantir strettamente legata al governo statunitense che usa l’IA per schiacciare prontamente ogni dissenso).
Un report dello studio Randstad, una compagnia che auspica “l’integrazione” tra lavoratori e IA, riporta che le fasce giovanili di impiegati e stranieri con basso titolo di studio “sono risultate quelle a maggiore rischio automazione”. Questo perché i “sistemi basati sull’IA possono eseguire tali compiti con maggiore velocità e precisione rispetto agli esseri umani, portando alla sostituzione di posti di lavoro in settori come produzione, logistica e servizio clienti sostituendo attività cognitive non routinarie come l’elaborazione di testi”.
Di conseguenza “le mansioni ripetitive e standardizzate sono le prime a essere rimpiazzate, mettendo a rischio milioni di posti di lavoro”.
Sempre secondo il report “entro il 2030, l’Italia perderà circa 1,7 milioni di lavoratori”.
Marco Dalla Libera, capitalista della holding Arsenalia (una multinazionale di consulenze per imprese) esprime, nella sostanza, la visione dei padroni: “Tutti i settori delle consulenze digitali verranno sostituiti quindi il lavoro c’è ma per chi saprà adeguarsi alle novità”.
Risulta ovvio che quell’“adeguarsi” corrisponde a essere torchiati e poi messi alla porta (vedi il caso InvestCloud di Marghera che ha licenziato 37 lavoratori, sostituiti dall’IA).
Sulla base di queste considerazioni, dobbiamo prepararci ad affrontare e combattere un modello di sfruttamento accompagnato da un maggiore controllo, impoverimento delle competenze e professionalità delle masse lavoratrici.
L’IA nelle mani dei capitalisti è uno strumento di produzione finalizzato ad aumentare la produttività del lavoro e massimizzare i profitti. Perciò bisogna condurre l’attacco non verso lo strumento in sé ma contro la forma sociale dello sfruttamento operaio.
La lotta per impedire che l’IA aumenti l’estrazione di plusvalore dalla forza-lavoro proletaria, determini licenziamenti e peggioramento della condizione operaia, può svilupparsi sulla base di precise rivendicazioni.
Dobbiamo esigere che l’applicazione dell’IA nei luoghi di lavoro sia regolamentata con garanzie e tutele, sia orientata alla diminuzione dell’orario, dei carichi e dei ritmi di lavoro, alla salvaguardia della salute e della sicurezza dei lavoratori, con il mantenimento dei livelli occupazionali e aumenti di salario.
I capitalisti si opporranno, ma ciò ci darà modo di far capire alle masse che solo nel socialismo lo sviluppo degli strumenti di produzione e dei progressi tecnologici aprirà grandi possibilità, per sgravare il lavoro operaio ed elevare il benessere delle masse lavoratrici.
Da Scintilla n.160, maggio-giugno 2026
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