L’inconciliabilità tra capitalismo e natura
Il rogo del monte Faito situato tra le province di Lucca e Pisa in Toscana è l’ultimo dei grandi disastri ambientali che si iscrivono nel solco delle alterazioni climatiche provocate dal distruttivo sviluppo capitalistico.
Sono andati in fumo 800 ettari di vegetazione di cui 400 di bosco e ci vorranno dai 10 ai 20 anni per avere un “accenno“ di quello che era prima del rogo. Ingentissimi i danni anche per la fauna presente che ha perso l’habitat naturale e in tantissimi casi è perita tre le fiamme.
Non è solo colpa di singoli individui (il 90% degli incendi è procurato per dolo e per disattenzione), poiché il contesto è quello dell’alterazione del clima e delle ricorrenti siccità alternate ad alluvioni.
È un fatto che ogni estate, e sempre più spesso in altre stagioni, essi aumentano di estensione ed investono nuove aree. Recentemente hanno interessato enormi estensioni di Australia, Grecia, California, Russia.
Lo stesso per le inondazioni. Come non ricordare quelle del Veneto, dell’Emilia e di recente di Calabria e Sicilia? O quelle della valle del Rodano, della Luisiana, dell’India?
Anche tifoni e tornadi sempre più frequenti e potenti, ogni anno sconvolgono aree tropicali e sub-tropicali.
Questi disastri non sono mai solo naturali, e non producono solo danni “fisici”, ma sociali ed economici.
Secondo il rapporto annuale del 2025 dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) la Terra sta attraversando una fase di riscaldamento accelerato che mette a rischio gli ecosistemi e la sicurezza alimentare. In base al rapporto, gli anni compresi tra il 2015 e il 2025 sono stati i più caldi da quando nel 1980 sono iniziate le rilevazioni.
Nel 2025 la temperatura ha raggiunto la soglia di guardia di 1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale.
Le crescenti concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi 800.000 anni. Questo volume di concentrazioni riduce la velocità con cui l’energia termica lascia il sistema terrestre. Con il risultato che essa si accumula.
Tale rapporto spiega che a causa della persistenza dell’anidride carbonica nell’atmosfera e del riscaldamento degli oceani, molti dei cambiamenti climatici già innescati, come l’innalzamento del livello del mare e lo scioglimento dei ghiacciai, sono ormai considerati irreversibili.
Nonostante sia palese il cambiamento climatico e il riscaldamento globale; nonostante gli ecosistemi marini e terrestri siano gravemente compromessi dallo sfruttamento indiscriminato del suolo, dall’aumento delle emissioni di gas serra, dall’inquinamento prodotto da produzioni industriali e dalla deforestazione, il capitalismo continua, per la sua irrefrenabile sete di profitto, a distruggere l’ambiente naturale.
Questo con il benestare di governi che incentivano tali attività, ben consci che esse peggiorano la crisi climatica, causando danni ingentissimi con lo stravolgimento di interi ecosistemi, perdite di vite umane, aggravando altre crisi parziali e quella generale del capitalismo.
Gli USA, con a capo il fascista e negazionista Trump (ma Meloni non è da meno), sono un esempio lampante di scelleratezza e noncuranza ambientale.
Gli USA sono usciti da tutti i protocolli internazionali sulla tutela ambientale permettendo ai monopoli delle estrazioni di petrolio e carbone e a quelli della loro filiera d’impiego la possibilità di inquinare a loro piacimento. Ma essi non sono certo i soli a contribuire al degrado del pianeta.
Il capitalismo monopolistico, che domina sull’intero pianeta, impone la sua legge del massimo profitto e perciò fa dell’inquinamento e del selvaggio accaparramento di risorse naturali una “norma mondiale” che disarticola i cicli naturali della biosfera.
I capitalisti e i loro governi subalterni sfruttano poi i disastri ambientali per lucrare sul “risanamento” dei danni da essi stessi provocati, veicolando ai “benefattori” (leggi profittatori) ingenti somme di denaro pubblico.
Spesso peggiorano le cose con devastanti e deturpanti cementificazioni e nuove costruzioni da immettere sul mercato, trasformando immani tragedie in lucrosi affari e rendite milionarie.
Il capitalismo è il cancro del nostro pianeta; questo modo di produzione non si fa scrupolo di distruggere a livello mondiale ambienti naturali, devastare territori, rendere impossibile la vita per intere popolazioni pur di trarre profitto depredando, distruggendo, degradando, inquinando le loro terre.
Quando si parla di migranti che fuggono non si può non ricordare che molto spesso lo fanno a causa di situazioni ambientali e sociali insostenibili, causate dallo sfruttamento dei territori ad opera, per esempio, delle compagnie petrolifere. Un esempio è la Nigeria, dove opera anche l’italianissima ENI.
Le medesime compagnie, quelle che poi al distributore appiccicano etichette di “green diesel”, sono le stesse che vendono ai Paesi ricchi carburante raffinato e con bassissimi quantitativi di zolfo, mentre ai Paesi poveri e dipendenti smerciano carburante meno trattato e ad alto quantitativo di zolfo (dirty diesel).
Quella del monte Faito non è pertanto una fatalità ma un evento statisticamente prevedibile con la precisione di una legge stocastica, peraltro in continua evoluzione con fattore esponenziale.
Una parte degli studiosi seri ci viene a dire che sì, è così e che possiamo fare qualcosa nel senso di adattarci ai cambiamenti, con attività umane di azione sui suoli nel senso del contenimento dei fenomeni, come per il Mose a Venezia.
Una proposta da rispedire ai mittenti, tra cui ministeri e governi. Essa ha il solo scopo di inculcarci l’idea che non c’è nulla di meglio del sistema capitalista, che al massimo può essere, con questi provvedimenti, temperato.
Nossignori, capitalismo e ambiente si negano reciprocamente!
Da comunisti reclamiamo provvedimenti urgenti per la messa in sicurezza dei territori, contro la cementificazione, l’avanzamento della desertificazione, l’impoverimento dei suoli e delle acque, la salvaguardia della biodiversità, la lotta contro i vari tipi di inquinamento.
Mentre facciamo questo, indichiamo come soluzione radicale l’abbattimento del capitalismo, responsabile di tutti i mali del pianeta, nella questione ambientale, come in quella economica e sociale. E chiamiamo alla sua sostituzione con la società pianificata dei produttori associati.
Da Scintilla n. 160, maggio-giugno 2026
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