La strage quotidiana in nome del profitto

Il 2025 è stato l’ennesimo anno drammatico per gli infortuni e le morti sul lavoro.  Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale morti sul lavoro di Bologna, in 365 giorni in Italia hanno perso la vita 1.432 lavoratori, inclusi i decessi in itinere e quelli per “karoshi” – termine giapponese che significa morte per superlavoro.

Di questi 1.032 sono gli omicidi avvenuti sui luoghi di lavoro.

Praticamente ogni giorno quattro lavoratori sono usciti di di casa senza farvi ritorno, sacrificati sotto le ruote infernali del profitto capitalistico. Questo accadeva mentre le istituzioni borghesi, invece di attuare misure preventive, manifestavano falso sdegno e insopportabili lacrime di coccodrillo.

E il governo Meloni? Dopo essersi rifiutato di introdurre il reato di omicidio sul lavoro ora vuole introdurre uno scudo penale per i vertici aziendali!

Chi parla di riduzione delle morti sul lavoro mente sapendo di mentire, anche perché una parte consistente delle vittime non viene inserita nelle statistiche ufficiali.

Infatti nel rapporto INAIL i morti sul lavoro nel 2025 sono stati 792 sui luoghi di lavoro,  e 1093 in totale.

Perché questa differenza con i dati dell’Osservatorio di Bologna? Perché l’INAIL registra solo i suoi assicurati, non quelli che dispongono di un’altra assicurazione o che lavorano in nero, spesso in tarda età.

Il settore più interessato dalla strage di lavoratori è stata l’agricoltura con 243 morti (23,5% del totale) di cui 144 schiacciati dai trattori, le “bare che camminano”.

Poi abbiamo l’autotrasporto/logistica con 169 morti (16,3%). Qui in pochi anni il numero dei morti si è raddoppiato a causa del precariato, dello stress, dell’età avanzata e di ritmi e orari estenuanti.

Segue l’edilizia con 159 morti (15,4%) dovuti in prevalenza alle cadute dall’alto. In questo settore moltissimi lavorano in nero e sono ultrasessantenni.

Indicativo è anche il dato sull’età delle vittime: infatti 347 morti (33%) hanno più di 60 anni e di questi ben 173 hanno oltre 70 anni, costretti a lavorare in precarie condizioni fisiche per le pensioni sempre più ritardate e insufficienti.

Il 32% delle vittime sono lavoratori stranieri regolari o in nero, costretti a svolgere i lavori più faticosi e pericolosi, spesso ricattati e senza diritti.

Le donne morte lavorando sono state 61 sui luoghi di lavoro e 130 in itinere a causa della fretta, della stanchezza e del doppio lavoro cui sono costrette.

L’incremento di questa strage nei luoghi di lavoro è dovuto alla ricerca senza scrupoli e senza freni del più elevato profitto, da parte dei padroni.

Pratiche padronali comuni sono l’abbattimento dei costi per la sicurezza e la salute, l’intensificazione dei ritmi e dei carichi di lavoro. Allo stesso tempo dilagano il lavoro precario, gli appalti e i subappalti (ad es., nel cantiere di Esselunga a Firenze dove nel febbraio 2024 hanno perso la vita 5 operai erano presenti 49 ditte in subappalto!).

Bisogna fermare la mano assassina del capitalismo con l’unità, la lotta e l’organizzazione!

L’elemento decisivo per difendere la salute e la sicurezza degli operai è l’iniziativa dl basso dei lavoratori, la partecipazione in prima persona, l’unità d’azione, lo sciopero immediato, senza limitarsi o adagiarsi sulle scarse e poco incisive iniziative sindacali.

Occorre costruire comitati di lotta nei luoghi di lavoro e sul territorio, bloccare immediatamente la produzione e la circolazione delle merci e le operazioni di manutenzione ogni volta che non ci sono le condizioni di sicurezza o quando si verifica un infortunio.

È necessaria una linea di lotta e di unità di classe, nella prospettiva dell’abolizione di un sistema marcio, basato sullo sfruttamento intensivo dell’essere umano e della natura.

Da Scintilla n. 160, maggio-giugno 2026

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