Spezzare la morsa!
Nei mesi scorsi abbiamo messo a fuoco un problema: la sostanziale assenza della classe operaia nei movimenti di lotta per la Palestina, contro la guerra e il governo Meloni che si sono succeduti nel nostro paese a partire dallo scorso autunno.
Anche se la spinta è venuta da un settore della classe che ha dato l’esempio, i portuali, la partecipazione è stata principalmente di studenti, di attivisti sociali, dei lavoratori dei trasporti, dei servizi, della scuola, del pubblico impiego. Il movimento si é sviluppato nelle scuole e nelle università, non nelle fabbriche. Senza operai non si blocca la produzione, e ogni movimento di lotta è debole, instabile, a rischio.
La scarsa presenza operaia è stata un fatto che abbiamo osservato nelle mobilitazioni, negli scioperi, nelle manifestazioni, comprese quelle del 25 Aprile e del 1° Maggio.
Perciò nei nostri interventi abbiamo posto una esigenza fondamentale: riportare la classe sul fronte di lotta, come fattore chiave nei rapporti di forza fra le classi.
Fattori oggettivi e soggettivi dello stallo
Gli operai salariati in Italia, paese a capitalismo avanzato con un vasto apparato manifatturiero, sono circa 8 milioni, di cui circa 4 milioni impiegati nel settore industriale.
La classe operaia è l’antagonista più deciso e conseguente del capitale, il centro della nostra attività rivoluzionaria e delle nostre prospettive. Il partito comunista che vogliamo costituire sorge dall’unione dei comunisti (m-l) e dei settori avanzati della classe.
Il proletariato oggi si trova in una condizione di immobilismo politico. Uno stallo relativo che ha cause oggettive e soggettive.
Fra di esse individuiamo: lo smantellamento e lo spezzettamento delle grandi fabbriche e la smobilitazione dell’indotto, la frammentazione del tessuto produttivo, le trasformazioni della struttura produttiva (elettrificazione, robotica, IoT e IA, gestione catene di approvvigionamento, etc.) con la conseguente riorganizzazione che avviene sulle spalle della classe operaia; le delocalizzazioni all’estero, l’ampio utilizzo di appalti, subappalti, cooperative, partite IVA; il precariato diffuso e strutturale, l’utilizzo di forza lavoro immigrata per mettere in concorrenza la classe; la nuova organizzazione del lavoro e il clima da caserma instaurato nelle fabbriche, dove si lavora a testa bassa.
A ciò si accompagna la politica borghese di divisione e immobilizzazione della classe, la distruzione dei diritti conquistati (per es.: l’art. 18), la restrizione del diritto di sciopero, le leggi sicurezza rivolte contro la lotta proletaria, la repressione e i licenziamenti politici, il ricatto occupazionale e l’obbligo “di fedeltà all’azienda”, la strategia dei tavoli ministeriali a perdere, che servono solo a smobilitare gli operai che lottano in difesa del posto di lavoro. Sono strategie e tattiche antioperaie imposte dai capitalisti e seguite da tutti i governi;
Sul piano sindacale hanno un effetto immobilizzatore il collaborazionismo delle burocrazie e delle aristocrazie operaie che serve a supportare il capitale e difendere i profitti. Anche il divisionismo e l’indebolimento sindacale pesano negativamente. L’unità della “triplice” è ormai un ricordo, e la CGIL è in una crisi multilaterale (che il landinismo non ha arginato, ma approfondito). Avanza la trasformazione dei sindacati confederali in agenzie di servizi, o in sindacati “dei cittadini”.
Le RSU sono avviluppate in regolamenti e pratiche che favoriscono la burocrazia sindacale, fungendo per lo più da trasmettitrici di compromessi prestabiliti.
Da parte loro i sindacati di “base” seguono logiche autoreferenziali e settarie, movimentiste, e si sono rivelati incapaci di costruire stabili percorsi di unità e di lotta. Continua la proclamazione di scioperi frammentati e separati che, tranne pochi casi, non incidono realmente sulla produzione dei profitti e non possono dare forza alla classe. Lo spezzettamento di queste realtà, la loro incomunicabilità e concorrenzialità sono fenomeni ormai endemici.
Sul vuoto creato dalla debolezza relativa del movimento operaio si sviluppano come “alternativa” forme di radicalismo pseudo-rivoluzionario, che si basano su slogan astratti e sul soggettivismo, piuttosto che sulle concrete condizioni di sviluppo della lotta di classe.
Tutto ciò non solo ha peggiorato le condizioni di vita e di lavoro dei proletari, ma ha anche indebolito il potere contrattuale (i CCNL ormai certificano la perdita del salario e rafforzano i padroni) e fiaccato la capacità di organizzazione e di mobilitazione operaia, aiutando il capitalismo e i suoi governi a portare avanti una dura offensiva contro il proletariato.
L’attacco ovviamente è anche ideologico, volto a diffondere l’idea della sparizione della classe operaia, la sua residualità. Persino nella pubblicistica di tanti gruppi che si definiscono” comunisti” non si parla più di classe operaia, oppure si riduce la lotta di classe del proletariato al solo aspetto economico.
Conseguenze e carenze
Risultato di questa situazione è che si sciopera e si manifesta di meno, mentre fra gli operai si diffonde la disillusione e la sfiducia, in primo luogo nei confronti dei sindacati collaborazionisti.
Ciò si riflette nel calo non uniforme, ma continuo, del tesseramento sindacale, specie dei più giovani, nella diminuzione dei votanti alle elezioni Rsu e alle consultazioni sui contratti.
Anche la diffidenza riguardo la socialdemocrazia e tutti i partiti borghesi è ampia e si traduce nell’astensionismo politico. Gli operai sanno per esperienza che per loro non cambia nulla, chiunque vada al governo.
Fra gli operai c’è pessimismo, in alcuni casi rassegnazione. Si sentono traditi dai loro capi. Come dare loro torto? Pesano anche negativamente l’assenza di collegamenti fra le vertenze e le lotte, la mancanza di una corrente sindacale di classe organizzata nei differenti sindacati. Soprattutto manca l’organizzazione rivoluzionaria degli operai e di conseguenza il livello di coscienza politica è basso.
Ma attenzione: l’operaio medio non è stolto, è attento, legge, si informa, ragiona con la sua testa. Sa perfettamente che le sue condizioni materiali peggiorano, che il padrone lo opprime, che il riarmo e la guerra lo danneggiano.
Come abbiamo osservato tante volte, questo operaio si rimette in movimento quando scorge la concreta possibilità di incidere, spinto dagli elementi più avanzati della classe, rivendicando occupazione, miglioramento delle condizioni di lavoro, aumento dei salari, riduzione della giornata lavorativa, salute e sicurezza, etc.; quando viene licenziato e gettato sul lastrico, quando non ne può più e incrocia le braccia, approfittando di ogni opportunità per farlo.
L’attività paralizzatrice e disgregatrice delle forze della classe trova dunque un limite nella resistenza attiva dei suoi settori combattivi, così come nella resistenza passiva della massa, che si rimette in movimento ponendo un argine all’avidità borghese non appena rallenta la pressione politica e “fisica” del capitalismo e si fanno più forti gli stimoli alla difesa dei propri interessi vitali.
Invertire la tendenza
Come spezzare la morsa in cui è stretta la classe operaia? Come favorire la sua discesa nell’arena della lotta fra le classi con una posizione indipendente?
Dal punto di vista del materialismo dialettico e storico, la lotta di classe è un fenomeno naturale e inevitabile in una società divisa in classi antagoniste. La ripresa della lotta operaia dipende dall’inasprirsi della contraddizione fra il lavoro e il capitale. Lo strapotere dei monopoli industriali, delle banche e dell’oligarchia finanziaria non attenua questa contraddizione fondamentale della nostra epoca, ma l’acutizza tappa dopo tappa, fino al punto in cui agli operai si pone il dilemma: sottomettersi al giogo dello sfruttamento e retrocedere di secoli, oppure tornare al conflitto di classe aperto. Questa è la tendenza storica, che si afferma attraverso flussi e riflussi.
Soggettivamente, con le nostre modeste forze, senza un partito comunista degno di questo nome, non possiamo ribaltare la situazione attuale. Possiamo però sollevare il problema, indicare soluzioni, lavorare per agire da stimolo, per facilitare la classe sfruttata dal capitale a ritrovare la via della lotta di classe intransigente e indipendente contro la classe sfruttatrice, l’aspirazione a farla finita con lo sfruttamento e all’edificazione del socialismo.
Il primo compito che abbiamo di fronte è sostenere la lotta di resistenza degli operai, unendoci ad essa e rappresentando gli interessi di tutto il movimento operaio, il suo futuro.
L’aiuto principale che in quanto comunisti possiamo e dobbiamo offrire agli operai è la comprensione dell’inconciliabilità dei loro interessi con quelli del capitale, dunque lo sviluppo della loro coscienza politica di classe. Una classe che per emanciparsi deve conquistare e mantenere il potere politico.
Non possiamo però limitarci a questo. Per portare avanti il processo di fusione del socialismo scientifico con il movimento operaio dobbiamo infatti:
– esporre le rivendicazioni più urgenti per le quali si deve scioperare, che sono in sintonia con la situazione e riescono a spingere la massa alla lotta; illustrare le condizioni in cui si agisce e indicare le forme e i mezzi di lotta più adeguati nella situazione concreta; trarre le necessarie lezioni dalle esperienze di lotta compiute.
– agire per far uscire le vertenze e le singole lotte dall’isolamento, travalicando logiche di appartenenza, di sigla e di categoria; lavorare per unire le lotte dei lavoratori (aziendali, di categoria, territoriali, nazionali e internazionali) tenute artificiosamente separate dai sindacati confederali e di base; denunciare e condannare la pratica degli scioperi e delle manifestazioni separate che dividono e indeboliscono la lotta, intensificare la denuncia contro gli scissionisti, i settari, i nemici del fronte unico proletario, la parte più reazionaria dei sindacati;
– favorire l’unità tra operai combattivi e delegati, a partire dall’unità di azione di lavoratori/trici che si battono per gli interessi di classe, superando le divisioni imposte dalle varie sigle; promuovere la formazione di comitati di sciopero e di lotta, per dare impulso alla partecipazione e il protagonismo anche dei non iscritti ad alcun sindacato; rivitalizzare il ruolo e il coordinamento dei delegati di fabbrica e di territorio, di ambiti intersindacali, per unificare lotte, vertenze, scioperi;
– rafforzare la solidarietà di classe contro la repressione, battendosi affinché i lavoratori colpiti ricevano sostegno da parte di tutto il movimento operaio e popolare;
– portare la lotta contro la guerra imperialista e la militarizzazione dell’economia e della società dentro il movimento sindacale e operaio, spiegando come vanno a detrimento delle spese sociali e delle libertà democratiche, evidenziando le responsabilità dei monopoli e dei loro governi.
Per adempiere questi compiti si deve andare alla fabbrica, studiando le condizioni dei lavoratori, si deve partecipare alle manifestazioni, ai picchetti, agli scioperi, si deve stare fra gli operai, fare propaganda a voce e scritta (i volantini operai, il giornale) per risvegliare la coscienza di classe e dare cognizioni politiche, per diffondere le nostre posizioni sullo sfruttamento, sui salari, sui ritmi, sulla sanità, sulle pensioni, sulla guerra, per ascoltare e apprendere dalle esperienze di lavoro e di lotta.
Gli operai devono vedere che c’è chi si interessa della loro vita e della loro lotta; e a loro dobbiamo chiedere corrispondenze, interviste, partecipazione alle riunioni, a corsi di formazione, ecc.
Largo al dibattito e all’iniziativa!
Concludiamo questo contributo invitando a sviluppare l’analisi e il confronto, utilizzando anche le pagine di questo giornale.
Diamo spazio al dibattito sui problemi del movimento operaio e sindacale, per esporre riflessioni, suscitare esigenze, avanzare proposte, dar vita ad un’azione collettiva di cui siano protagonisti i comunisti e gli operai avanzati e combattivi.
Ciò sarà di grande importanza per la formazione dei requisiti ideologici, politici e organizzativi di un partito proletario indipendente dalla borghesia e dalle sue quinte colonne nel movimento operaio, capace di guidare la lotta di classe nelle specifiche condizioni del nostro paese e di preparare gli operai alle future battaglie per la conquista rivoluzionaria del potere politico.
Da “Scintilla” n. 160, maggio-giugno 2026
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