NO al nucleare! Basta menzogne!
La Camera dei deputati ha approvato il 4 giugno il disegno di legge delega in materia di “energia nucleare sostenibile”. Il provvedimento non autorizza immediatamente la realizzazione di nuovi impianti, ma conferisce al Governo il compito di definire, attraverso successivi decreti legislativi, il quadro normativo per l’impiego delle tecnologie nucleari di nuova generazione e dell’energia da fusione. I primi reattori si vedrebbero, secondo le previsioni governative, nel 2034.
La propaganda nuclearista del governo e del ministro Picchetto Fratin maschera a stento gli obbiettivi del governo: assicurare energia continua a basso costo ai padroni e alle loro aziende, per rilanciare il capitalismo italiano nella competizione internazionale e accrescere a dismisura i loro profitti spremendo la classe operaia; avanzare nella militarizzazione dell’economia del paese e nel riarmo, scaricando le spese più ingenti sulle tasche dei lavoratori (oltre l’80% del gettito fiscale viene da lavoro dipendente).
Per raggiungere questi obiettivi le forze politiche e i settori più reazionari del capitale italiano si stanno servendo di numerosi influencer che cercano di manipolare l’opinione della popolazione, che ha detto 2 volte NO! al nucleare con i referendum del 1987 e del 2011.
Questa macchina della propaganda nuclearista coinvolge vari settori: dai liberali centristi (gli stessi schierati con forza per un maggiore intervento in Ucraina dell’imperialismo italiano) a ingegneri e scienziati nucleari che sperano di avere un posto a tavola nella realizzazione di questa “ricca” politica energetica.
Orsini (presidente Confindustria) sostiene che l’energia debba tornare sotto l’esclusiva competenza dello Stato, mal tollerando la compartecipazione con regioni ed enti locali; afferma che il nucleare sarebbe obbligatorio per garantire la stabilità del costo dell’energia, dato che non soffre della volatilità dei prezzi delle rinnovabili, e per permettere alle aziende di ridurre quelle che sarebbero le spese e gli investimenti necessari per l’accumulo e lo stoccaggio delle energie elettriche (spese che invece, opportunamente programmate, renderebbero possibile un sistema 100% rinnovabile anche in Italia come evidenzia uno studio della Sapienza).
Per fare ciò sono fondamentali gli investimenti strategici statali. Insomma, pieno sostegno al capitale privato, socializzazione delle perdite e dei costi, privatizzazione dei profitti!
I padroni avrebbero energia continua, non investirebbero in sviluppi della rete elettrica, batterie e sistemi di stoccaggio, puntando su una energia molto più costosa per kWh rispetto alle rinnovabili e le spese sarebbero scaricate interamente su contribuenti e consumatori.
Questo risulta ancora più vero per i nuovi SMR, modelli che non sono ancora stati impiantati in Europa e si sono contraddistinti per lievitazione prezzi, ritardi, problemi tecnici, un ancora minore efficienza di rendimento e una maggior produzione di scorie rispetto alle centrali classiche.
Il nucleare inoltre, dati i costi fissi e la struttura degli impianti, è difficilmente modulabile, integrandosi con difficoltà con le rinnovabili e causerebbe un ulteriore aumento delle tariffe per la popolazione.
Il governo è intenzionato a servirsi della azienda Italo-Francese, con sede a Londra, NewCleo, compartecipata anche dal gruppo Exor, recentemente quotata al Nasdaq per 2,4 miliardi di dollari.
Il complesso militar-industriale, tra cui Eni, Enel, Ansaldo nucleare, Leonardo e indotto è ovviamente in prima linea, e hanno creato Nuclitalia, per “lo studio di tecnologie avanzate e dell’analisi delle opportunità di mercato nel settore del nuovo nucleare”.
Folgiero, l’Ad di Fincantieri (che guida il progetto Minerva, da 2,1 miliardi di euro) si è detto entusiasta della possibilità di utilizzare i reattori SMR per la propulsione delle navi civili e soprattutto militari e sottomarini.
La tecnologia SMR permetterebbe infatti alle imbarcazioni militari di navigare pressoché ininterrottamente senza fare rifornimento, controllando le aree di interesse dell’imperialismo italiano.
Ma il nesso inestricabile tra nucleare civile e militare non si limita a ciò.
Lo sviluppo del nucleare civile fornisce le strutture per lo sviluppo di quello militare, una volta raggiunto l’arricchimento dell’uranio fino al 3%, l’arricchimento fino al 90% è in discesa.
Per produrre le bombe nucleari a fissione può essere utilizzato il plutonio. Questo combustibile può essere prodotto all’interno dei reattori nucleari o separato chimicamente dal combustibile nucleare esausto.
Con il nucleare civile si possono produrre altri radionuclidi, diversi dal plutonio: uranio impoverito o trizio, utilizzato per innescare o potenziare le armi nucleari. Inoltre, sia il combustibile fresco dei reattori di ricerca a uranio altamente arricchito (HEU), sia l’estrazione di HEU dal combustibile esaurito, possono essere re-indirizzati a usi bellici.
Occorre ricordare che l’Italia è membro di European Nuclear Alliance e Nuclear Sharing e ospita nel proprio territorio bombe atomiche gestite dagli USA.
Tutto ciò comporta la militarizzazione sia degli impianti sia di tutta la filiera fino al trasporto e stoccaggio delle scorie, nonché del territorio adiacente.
Come per le basi militari, il territorio viene sottratto alla possibilità di controllo popolare e democratico.
Numerose spese del nucleare verrebbero integrate nel bilancio della difesa, per nascondere costi ingenti.
Il nucleare civile si sostiene solo con l’esternalizzazione dei costi e delle perdite. In aggiunta c’è il rapporto stretto di coadiuvazione tra ricerca per il nucleare civile e il nucleare militare, come emerge già da diversi poli universitari.
Quelle sull’indipendenza energetica del paese grazie al nucleare sono solo parole di propaganda, poiché dipenderemmo comunque dall’estero per l’importazione di uranio e per la produzione in serie degli SMR.
Il nucleare non è una energia verde; non produce direttamente emissioni di CO2, ma contribuisce a riscaldare ambiente e le acque di fiumi e torrenti attraverso i sistemi di refrigerazione, oltre alla produzione di tonnellate di scorie radioattive, che implicano gravi rischi e costi enormi prolungati per centinaia di anni per lo smaltimento.
Rilevanti inoltre i diversi studi scientifici emergenti negli anni, a livello europeo e mondiale, che associano la vicinanza delle abitazioni alle centrali nucleari ad una maggiore incidenza del tasso di tumori, in particolare delle leucemie infantili.
Nonostante ciò Confindustria sentenzia che per i padroni non ci sono problemi a ospitare i piccoli reattori modulari nei propri stabilimenti.
A “lor signori” poco importa, dato che in fabbrica a sgobbare e ad ammalarsi ci va l’operaio, non Orsini.
Da Scintilla n. 161, luglio 2026
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