Uruguay: L’esperienza dell’Albania socialista e il presente

Ricostruzione Comunista – Uruguay

Sebbene siano trascorsi ormai quasi 35 anni dal trionfo della controrivoluzione che ha fatto saltare in aria la conquista della rivoluzione proletaria in Albania e nonostante i tentativi della propaganda borghese e revisionista di seppellire storicamente il processo rivoluzionario del popolo albanese, per noi è estremamente importante riportare all’ordine del giorno l’importanza di tenere sempre presente l’eredità di progresso di questa esperienza e la sua rilevanza ai giorni nostri.

Lo diciamo senza alcun intento nostalgico-folcloristico, ma perché è necessario insistere sul fatto che ogni rivendicazione storica deve necessariamente collegarsi alla nostra pratica, o deve ispirarci nel suo miglioramento.

Senza dubbio l’eredità del PLA e del compagno Enver Hoxha è fonte di inquietudine per molti, soprattutto per coloro che si sforzano giorno dopo giorno di nascondere la storia sotto il tappeto, sapendo che essa li incrimina. Questo ha portato più di una volta alla creazione di miti e accuse, come quella che il socialismo albanese sia frutto di prestiti sovietici, menzogne su un presunto dogmatismo e, nel peggiore dei casi, di pragmatismo senza principi o opportunismo, proprio come fanno attualmente dalle file del maoismo esperto nel vedere sempre la pagliuzza nell’occhio altrui.

Di fronte a ciò, è necessario riproporre e insistere mille volte: come ha costruito il socialismo il popolo albanese e quali sono stati i suoi principali meriti e peculiarità? Perché più che mai dobbiamo difendere l’eredità del PLA e diffonderla tra le masse?

Innanzitutto, va sottolineato che il processo di costruzione del socialismo fu un percorso lungo e arduo, costellato di grandi successi e difficoltà, tenuto conto dell’arretratezza della vecchia Albania feudale-borghese, ridotta in rovina da anni di sottomissione prima agli imperialisti e poi dai gravi danni causati dall’invasione nazifascista.

Fu qui che il Partito Comunista Albanese — in seguito PLA — guidò la formazione del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), una forza che riuniva tutti i settori progressisti della società albanese con l’obiettivo di espellere gli invasori fascisti e smascherare i falsi “patrioti” del Balli Kombëtar [1] e i loro alleati, primo ostacolo sulla via della liberazione della patria.

Per dare un’idea, quel paese con scarse relazioni di produzione capitalistiche, afflitto da residui feudali, fu quello che subì i maggiori danni pro-capite una volta terminata la Seconda Grande Guerra imperialista, senza tuttavia impedire il successivo sviluppo né la collaborazione con il fronte antifascista mondiale.

Se si traducono questi dati in cifre, si stima che, nonostante la piccola Albania contasse poco più di un milione di abitanti prima dell’inizio della guerra, il popolo albanese abbia sacrificato 28.000 martiri alla causa dell’eliminazione del nazifascismo. A ciò si aggiunga che, nonostante le condizioni sfavorevoli, il FLN riuscì a contare su circa 70.000 guerriglieri, i quali riuscirono a eliminare 27.000 soldati fascisti, ferirne più di 21.000 e farne prigionieri 20.800, a cui si aggiunge anche un numero significativo di danni materiali.

Come se non bastasse, una volta ottenuta la ritirata dell’esercito tedesco, il FLN mobilitò 20.000 combattenti per la totale liberazione dei Balcani. («Il popolo albanese, partecipante attivo alla coalizione antifascista mondiale», 1985)

Una volta espulsi gli invasori nazifascisti, con lo stimolo e il finanziamento degli imperialisti anglo-americani, i rappresentanti degli interessi della piccola borghesia alleati con i «nazionalisti» collaborazionisti delle truppe invasori, dimostrarono la loro disperazione nel vedere minacciati i propri interessi di classe scatenando la guerra civile, il che avrebbe costretto ancora una volta il FLN a prendere le armi e a scegliere tra la via della dipendenza economica e della sottomissione all’imperialismo anglo-americano, proprio come aveva fatto re Zog con l’imperialismo italiano, oppure intraprendere una dura lotta per l’instaurazione di un nuovo regime di Democrazia Popolare.

Lontani dall’immobilismo e dall’attesa passiva, emerge la solida convinzione dei comunisti albanesi nel difendere il territorio albanese e nell’organizzare non solo la resistenza, ma anche il passaggio alla Repubblica Popolare Democratica.

I partigiani, con il Partito Comunista in testa, non esitarono un istante, e segno di ciò fu il fatto che il 29 novembre 1944 venne instaurato lo Stato del Potere Popolare albanese, entrando in questa forma nel cammino della Rivoluzione Operaio-Contadina e della costruzione del socialismo.

Senza concedere tregua nella promozione della rivoluzione socialista, fu immediatamente promulgata la legge di riforma agraria, accompagnata da un ambizioso piano di industrializzazione nel settore agricolo.

Questo non fu un evento di secondaria importanza per quanto riguarda il progresso del popolo albanese nella lotta per i propri diritti, poiché per la prima volta le terre sarebbero state distribuite ai contadini, mentre venivano completamente eliminati il latifondo e la proprietà feudale della terra.

Ciò avrebbe portato a un rapido compimento dei compiti democratico-borghesi e al consolidamento dell’alleanza operaio-contadina, creando così le condizioni per avanzare verso il socialismo in un paese a maggioranza contadina.

Per farsi un’idea: prima dell’applicazione della legge, il 52,4% di tutte le terre dell’Albania era nelle mani dei grandi proprietari terrieri, mentre solo il 18,7% era distribuito tra i piccoli agricoltori e lo Stato; dopo questa misura i grandi proprietari terrieri possedevano solo il 16,4% del totale, il 43,17% sarebbe rimasto nelle mani dei piccoli contadini e il 34,6% era destinato agli ex contadini senza terra. Questo sarebbe stato il primo dei grandi passi da compiere da parte del nuovo Stato in materia di agricoltura.

Parallelamente a queste misure, nelle città si cominciò ad attuare il Piano di industrializzazione dell’economia nazionale, che prese il via con la nazionalizzazione delle poche grandi industrie rimaste nel Paese.

Questo settore dell’economia passò dal rappresentare il 3% del totale in mano allo Stato prima del processo di nazionalizzazione al 17% nel 1945 e all’89% nel 1946, dando chiari segnali della grande determinazione con cui il PLA e lo Stato albanese si erano assunti il compito di nazionalizzare e ricostruire il settore industriale.

Come era prevedibile, i risultati si fecero visibili in modo notevole quasi immediatamente: già nel 1945 si riuscì a eguagliare la produzione prebellica e nel 1948 si riuscì a raddoppiarla, il che dava anche segnali del successo della strategia di ripresa dell’economia nazionale albanese.

Con queste misure, la Repubblica Popolare d’Albania intraprendeva il percorso di costruzione del socialismo e si prefiggeva l’obiettivo di passare da un’economia caratterizzata da rapporti feudali a un’economia agro-industriale. Fin dal Primo Congresso del Partito del Lavoro d’Albania, il piano di sviluppo dell’economia si basava sui seguenti principi:

“1) Lo sviluppo simultaneo e armonioso dell’industria e dell’agricoltura, considerando l’industria come il ramo trainante dell’economia e l’agricoltura come il suo ramo di base.

2) Lo sviluppo prioritario dell’industria pesante, che è il cuore dell’industrializzazione socialista.

3) I ritmi accelerati di sviluppo dell’industria.

4) Lo sviluppo dell’industria in quelle direzioni che garantiscano e rafforzino il principio di affidarci alle nostre forze.

5) Lo sviluppo prioritario dell’industria pesante, senza trascurare l’industria leggera e dei beni di consumo”. (Banja – Toci).

In questo percorso si cominciavano a gettare le fondamenta della nuova Albania sul piano materiale, mentre sul piano politico si rafforzava il governo degli operai e dei contadini, si stringevano i legami con i nuovi regimi di Democrazia Popolare e con l’Unione Sovietica, e si respingevano le vessazioni degli imperialisti anglo-americani e dei loro burattini, i monarchico-fascisti greci, gli imperialisti italiani e successivamente la Jugoslavia di Tito, che non esitò a preparare le proprie truppe per impedire l’indipendenza dell’Albania.

Seguendo questa strada, sotto la guida del Partito del Lavoro d’Albania, quel paese un tempo semifeudale con il reddito nazionale più basso d’Europa, sprofondato nell’arretratezza, nella fame e nello sfruttamento, riesce ad entrare negli anni ’60 avendo consolidato la costruzione della base economica del socialismo e comincia a proporsi di compiere un salto da un’economia agro-industriale a un’economia industriale-agricola.

A tal fine, migliorò la propria tecnica, sviluppò la propria industria e migliorò anche le condizioni di vita del proprio popolo, che all’epoca non conosceva affatto la disoccupazione, aveva libero accesso a tutti i livelli di istruzione e, soprattutto, aveva i mezzi di produzione e il potere dello Stato nelle proprie mani.

A testimonianza di questi risultati, la produzione agricola, che aveva iniziato a progredire con la collettivizzazione nel 1956, completò questo processo nel 1967.

Passò così da 201.000 tonnellate nel 1950 a 887.000 tonnellate nel 1985, triplicando la resa per ogni ettaro coltivato, un dato che la dice lunga sui magnifici progressi tecnici della produzione agricola albanese, che nel 1976 raggiunse l’autosufficienza nella produzione di cereali da panificazione, assicurandosi così gran parte della propria sovranità alimentare.

Per quanto riguarda la produzione industriale, passò da 442 milioni di lek (moneta della RPA) nel 1950 a 16.082 milioni nel 1985, di cui 10.224 relativi all’industria pesante. A dimostrazione dell’importanza di questi successi, un articolo dell’epoca sottolineava nel 1981 che in soli tre giorni si raggiungeva la produzione totale prebellica.

In un articolo pubblicato sulla rivista «Albania Oggi», il professor Papajorgji sottolineava che «gli elevati indici di sviluppo dei principali settori industriali sono illustrati dai seguenti dati comparativi: nel 1980 la produzione di energia elettrica è aumentata di 14 volte, l’estrazione di carbone di 4,5 volte, quella di cromo di 4 volte, quella di rame di 25 volte, la produzione dell’industria chimica di 50 volte, quella dell’industria meccanica di 21 volte, ecc., rispetto al livello del 1960».

Con questo riteniamo di poter mostrare chiaramente i successi della costruzione socialista in materia economica. Vale solo la pena chiarire una questione: non sono pochi i “critici” che sottolineano che il successo dell’economia albanese e i risultati del socialismo in Albania furono dovuti all’aiuto prestato prima dalla Jugoslavia e poi dall’URSS e dalla Cina. Questo è totalmente falso.

Sebbene non si possa assolutamente sottovalutare l’aiuto internazionalista fornito dal popolo sovietico una volta liberato il Paese dagli occupanti nazifascisti, né gli incentivi materiali concessi dai revisionisti jugoslavi insieme agli accordi commerciali vantaggiosi raggiunti con la Cina, bisogna riconoscere il merito strategico del Partito del Lavoro d’Albania nel stringere le sue alleanze e nell’utilizzare gli aiuti economici come dimostrazione dell’importanza di saper sfruttare le contraddizioni secondo il principio della flessibilità tattica e della tenacia nei principi: l’aspetto principale è sempre stato la costruzione del socialismo e il mantenimento del potere popolare.

In questo senso, a differenza di altri paesi membri del COMECON o della stessa Jugoslavia, il PLA ha sempre confidato nelle capacità del proprio popolo e nelle risorse dei propri territori e si è attenuto alle leggi fondamentali del marxismo-leninismo per quanto riguarda la costruzione economica del socialismo. Nonostante i ricatti esterni, ha dato priorità allo sviluppo della propria industria pesante come motore dell’economia, applicando la legge dello sviluppo sostenuto delle forze produttive e della loro crescita ampliata come unica forma per raggiungere la sovranità economica e politica.

Dopo aver interrotto le relazioni con la Cina nel 1978, lo Stato albanese è stato un esempio di autosufficienza, sopravvivendo a un feroce blocco da parte delle potenze occidentali, dell’Unione Sovietica e della Cina, accompagnato da azioni di sabotaggio interno ed esterno da parte dei nemici del socialismo.

Durante tutto quel periodo, la piccola Albania ha mostrato come si debba commerciare da pari a pari con i paesi capitalisti, come difendere la propria sovranità e, fondamentalmente, come sviluppare il socialismo basandosi sulle proprie forze, cosa che senza dubbio è stata possibile grazie alle scelte giuste e al buon uso della crescita economica di altri periodi.

In definitiva, la grande eredità dell’Albania socialista e del Partito del Lavoro è questa: credere e dimostrare nella pratica l’assoluta superiorità del socialismo come modo di produzione nelle condizioni di un piccolo paese montuoso, semifeudale e sperduto nei Balcani, che in meno di 50 anni si è trasformato da paese semifeudale a paese altamente sviluppato in cui il popolo decideva del proprio destino.

Alla luce della Storia, vediamo come la Repubblica Popolare d’Albania non abbia esitato né si sia nascosta dietro scuse quando si è trattato di unire, organizzare e armare il proprio popolo, prima contro gli occupanti, poi contro la reazione interna e gli attacchi incessanti dell’accerchiamento imperialista-revisionista.

Inoltre, nonostante la sua esigua estensione territoriale e lo scarso sviluppo delle sue forze produttive, è stata in grado di andare avanti e superare i limiti della Rivoluzione Democratica Popolare senza fermarsi a metà strada, evitando così di mandare all’aria la lotta come è invece accaduto ad altre Repubbliche Popolari che non sono mai passate all’edificazione della Società Socialista [2].

In definitiva, questa esperienza ci dimostra e ci serve da esempio di come un popolo e il suo Partito Marxista-Leninista possano, attraverso una corretta assimilazione e applicazione delle leggi fondamentali del marxismo-leninismo, superare i limiti geografici (la superficie dell’Albania può essere paragonabile a quella della Galizia e della Catalogna in Spagna, alle province di Misiones e Tucumán in Argentina o a un sesto di un piccolo paese come l’Uruguay), un’eredità economica povera e un accerchiamento imperialista-revisionista estremamente ostile.

Quanto sopra ci insegna oggi che di fronte alle peggiori difficoltà è necessario confidare nel popolo, unirsi e poter così avanzare verso gli obiettivi della Rivoluzione Socialista.

L’Albania socialista non si arrese di fronte alla superiorità numerica ed economica dei nazifascisti, costruì le basi economiche del socialismo nonostante le pressioni del socialimperialismo sovietico e raggiunse l’indipendenza economica nonostante le pretese dei revisionisti cinesi.

L’eroica lotta del popolo albanese fu anche un faro per migliaia e migliaia di rivoluzionari che combatterono contro l’imperialismo e la borghesia nel corso del XX secolo e una guida per i nuovi partiti marxisti-leninisti formatisi in quell’epoca.

Bisogna anche menzionare brevemente l’eredità teorica formulata dal PLA e dal compagno Enver Hoxha durante questa esperienza, anch’essa di inestimabile valore.

Se si esamina nell’insieme l’opera sia di Enver Hoxha che dei vari quadri del PLA, si può constatare che l’Albania non era affatto lo «Stato socialista ribelle e isolato» né Hoxha «colui che le cantava a Krusciov».  Questo non è altro che parte della caricatura rimasta come eredità della nostalgia e della rivendicazione folcloristica.

In oltre 40 anni il PLA ha lasciato un’eredità teorica inestimabile per i partiti marxisti-leninisti di oggi, poiché essa spazia dai primi passi della costruzione del partito marxista-leninista, al suo processo di rivoluzionarizzazione e alla lotta contro la burocrazia; tutto ciò che riguarda l’unità del Partito e della classe operaia con le altre classi, il contributo notevole rappresentato dagli scritti sul rapporto tra il Partito e le masse, il ruolo dei quadri e il lavoro della gioventù manifestatosi soprattutto nelle lotte interne del decennio degli anni ’70; le vie per il superamento della contraddizione tra campagna e città e tra lavoro intellettuale e lavoro manuale; per non parlare di tutto ciò che riguarda la lotta contro il revisionismo e la costruzione economica del socialismo.

Va da sé che quanto detto sopra è solo un accenno e che l’intero patrimonio teorico e politico meriterebbe un’opera a sé stante, ma senza ombra di dubbio si può affermare mille volte che l’opera del PLA non ha nulla da invidiare a nessuno e mantiene una particolare attualità anche oggi.

Per quanto lontani possano sembrare, i successi conquistati dal proletariato albanese e dal suo Partito, lungi dall’essere oggetto di una rivendicazione nostalgica,devono necessariamente costituire un faro costante, un orientamento più che pertinente per i Partiti marxisti-leninisti di oggi.

Ciò ci insegna la grande capacità che hanno i popoli di superare le difficoltà più dure, purché siano guidati da un Partito comunista ispirato al marxismo-leninismo.

Non esistono infatti limiti geografici né legati allo sviluppo economico che impediscano alla classe operaia di prendere il potere e costruire il proprio destino.

Oggi, in un contesto in cui prevalgono interpretazioni che riducono i problemi delle masse all’adattamento individuale e indeboliscono la prospettiva di trasformazione sociale, l’esperienza dell’Albania socialista ripropone un tema centrale: la possibilità concreta di costruire il socialismo in condizioni avverse, basandosi sull’organizzazione consapevole della classe operaia e sulla guida del suo Partito marxista-leninista.

Lungi dall’essere un aneddoto del passato o un riferimento meramente storico, lo sviluppo promosso dal Partito del Lavoro d’Albania dimostra che la costruzione socialista non è un’astrazione, ma un processo reale, con risultati verificabili nella trasformazione delle condizioni materiali della società.

In questo senso, difendere la sua eredità non implica una rivendicazione formale né la ripetizione di slogan, ma il recupero di un’esperienza concreta che permetta di riportare al centro la questione della costruzione del socialismo come problema pratico e attuale.

Ricostruzione Comunista – Uruguay

Aprile 2026

Note:

[1] Il Balli Kombëtar era un’organizzazione “nazionalista” borghese fondata nel 1942 come presunta resistenza repubblicana, ma dal profilo marcatamente anticomunista. Durante la Seconda Guerra Mondiale, collaborò con l’occupazione nazista tedesca nella lotta contro il movimento partigiano guidato dal Partito del Lavoro d’Albania. Il suo programma coniugava il nazionalismo territoriale (compresa l’idea di una «Grande Albania») con la difesa della proprietà privata, il che lo collocava oggettivamente nel campo controrivoluzionario di fronte all’avanzata della lotta del Fronte di Liberazione guidato dal PLA.

[2] La questione meriterebbe un articolo a sé stante, ma lo studio delle democrazie popolari è un esempio molto chiaro di come la presa del potere da parte delle masse popolari sia solo il primo passo. Bisogna riconoscere come le democrazie popolari dell’Europa dell’Est abbiano vacillato rapidamente di fronte alle pressioni della reazione interna ed esterna, senza riuscire a compiere il salto dalla repubblica popolare alla repubblica socialista. La storiografia revisionista attribuisce sempre alla reazione la responsabilità della degenerazione dei processi rivoluzionari (soprattutto in Ungheria e Cecoslovacchia) minimizzando i costanti tentativi di attenuare la lotta di classe. La coerenza e la perseveranza sulla via rivoluzionaria da parte dell’Albania socialista non sono altro che il risultato dell’innumerevole serie di epurazioni per le quali vengono tanto criticati il PLA e, in particolare, Enver Hoxha.

Da “Unità e Lotta” n. 52, Organo della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti  – CIPOML

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