Francia: Lotta contro la militarizzazione in Francia e in Europa
Partito Comunista degli Operai di Francia (PCOF)
La militarizzazione è intrinseca al sistema capitalistico e raggiunge proporzioni considerevoli nella fase imperialista.
L’imperialismo francese ne è un esempio, con un complesso militare-industriale che ha grande peso sull’economia e sulle decisioni politiche nazionali e internazionali.
Il concetto di complesso militare-industriale si riferisce all’interconnessione tra i monopoli della base industriale e tecnologica della difesa, le forze armate che utilizzano gli armamenti e lo Stato, in particolare il potere esecutivo, che prende le decisioni in merito all’acquisto di programmi di armamento. Questa è una prerogativa esclusiva del potere esecutivo, in particolare del capo dello Stato, il Parlamento non ne è informato che a posteriori delle decisioni più importanti.
Questo esercito è equipaggiato con armi che vanno dalle più «rudimentali » alle più sofisticate, prodotte da una decina di monopoli degli armamenti (terrestri, navali, aerei, satellitari, delle comunicazioni, ecc.) e dai loro 4.000 subappaltatori, occasionali o permanenti. Essi sono situati nelle principali regioni industriali (20% in Rhône-Alpi-Costa Azzurra, 12% nella Île-de-France, 11% in Bretagna, 10% nel Centro-Valle della Loira).
Questo è l’unico settore in cui lo Stato è al contempo l’acquirente quasi unico di questa produzione, interamente nelle mani da pochi monopoli, e il controllore di tutte le esportazioni, che rappresentano il 30% della produzione. Nel 2024, la Francia era il secondo esportatore di armi al mondo, secondo i dati dell’autorevole SIPRI (Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma – www.sipri.org). L’immagine del capo di Stato come commesso viaggiatore per i monopoli delle armi, che portano con sé i loro manager e gli alti ufficiali militari nei suoi tour per negoziare la vendita di aerei, è diventata ricorrente.
La militarizzazione non è un fenomeno nuovo, ma la sua portata è motivo di seria e legittima preoccupazione
L’imperialismo francese ha la particolarità di produrre praticamente tutti i tipi di armi utilizzate dalle sue forze armate e le dispiega sul proprio territorio nazionale, nelle sue colonie (1), in diverse neocolonie in Africa, nelle basi in Medio Oriente (2) e in operazioni militari internazionali (3) sotto l’egida della NATO, dell’UE, dell’ONU …
La produzione e il controllo della maggior parte dei tipi di armamenti, delle forze armate dispiegate in vaste regioni del mondo, la partecipazione alla più grande alleanza militare del mondo, la NATO, collocano l’imperialismo francese tra le potenze imperialiste più militarizzate e aggressive, attiva contro i popoli.
La sua aggressività è legata alle crescenti difficoltà che incontra nel mantenere la propria posizione di fronte ad altre potenze imperialiste. Tra queste difficoltà vi è il rifiuto da parte dei popoli, in particolare in Africa, della sua presenza militare (4), che ha portato al ritiro da diversi paesi, ciò non significa la fine del dominio imperialista francese su questi paesi, né la fine del saccheggio delle loro risorse naturali. Il ritiro della presenza delle forze armate francesi in questi paesi lascia il campo più libero campo ai rivali: l’imperialismo russo, ma anche quello statunitense, tedesco e cinese… e tutta una serie di potenze regionali, come la Turchia.
La militarizzazione a livello europeo
Macron ha cercato di essere il leader nell’accelerata militarizzazione dell’Europa. I monopoli francesi nel settore degli armamenti hanno stretto numerosi legami con i monopoli degli stati imperialisti membri dell’UE. Sono stati lanciati numerosi progetti congiunti in tutti i settori: armamenti terrestri (carri armati), missili di ogni calibro (missili cruise ecc.), nel dominio dello spazio (razzi Ariane), in quello dei droni, nelle navi militari (corvette) e nell’aeronautica (Airbus civili e militari ) … tutti progetti che coinvolgono i monopoli dei vari Stati.
La militarizzazione a livello europeo mobilita somme considerevoli. Essa si realizza a tappe forzate: l’imperialismo francese è uno dei motori, ma l’imperialismo tedesco, che sta rapidamente rafforzando i propri mezzi militari e consegna miliardi allo sviluppo di monopoli tedeschi di taglia mondiale, disputa la leadership.
Le pretese dell’imperialismo francese si scontrano anche con una realtà: la dipendenza dell’UE dai monopoli statunitensi nel settore degli armamenti. Gli acquisti di armi statunitensi da parte degli Stati membri dell’UE sono aumentati tra il 2020 e il 2024, passando dal 52% al 64%, con un incremento da 50 a 70 miliardi di dollari (5). Ciò mostra che ogni discorso sulla necessità di rafforzare la difesa europea ha un solo obiettivo: giustificare una politica di militarizzazione a lungo termine e continuare a iscriverla nel rafforzamento della NATO, anche se l’imperialismo statunitense, che antepone i propri interessi a tutto il resto, sta facendo pagare un prezzo sempre più caro alla sua partecipazione alla difesa degli alleati europei.
La guerra in Ucraina ha comportato un considerevole aumento della spesa per armamenti in tutti gli Stati membri dell’UE. La Commissione europea, guidata da Ursula von den Leyen, ha intrapreso iniziative per mobilitare risorse finanziarie al fine di acquistare armi e consegnarle all’Ucraina per conto dell’UE. Ha inoltre istituito meccanismi finanziari per incoraggiare gli Stati membri ad aumentare i propri bilanci per gli armamenti e a promuovere la militarizzazione delle loro economie e dell’UE nel suo complesso.
Questa tendenza è proseguita con continuità sin dal Trattato di Lisbona, che è passata sopra il «Trattato della Costituzione Europea» (6) e ha istituito la «Politica di sicurezza e di difesa comune» (PSDC).
È stato istituito uno “stato maggiore militare dell’UE”: “un quartier generale embrionale per le forze armate dell’UE”, secondo il sito web « touteleurope.eu ». Poi è arrivata l’Agenzia europea per la difesa (2004) “per rafforzare la base industriale e tecnologica europea nel settore della difesa e creare un mercato europeo competitivo per le attrezzature militari”.
Nel marzo 2025, la Commissione ha presentato un piano da 800 miliardi di euro (ReArm Europe), che prevede un meccanismo di prestito per i paesi dell’UE per spingerli ad aumentare le spese per la difesa. Queste somme non saranno prese in considerazione nel calcolo del deficit di bilancio “eccessivo”, una importante distorsione del “Patto di stabilità e crescita”. Ursula von den Leyen annunciò questo piano lo stesso giorno in cui l’amministrazione Trump annunciò la sospensione degli aiuti militari all’Ucraina. Questo, in un certo senso, equivaleva ad attuare la richiesta di Trump di fronte agli Stati europei che si prendessero in carico gli aiuti militari all’Ucraina.
L’accelerazione della militarizzazione è chiaramente legata all’inasprimento delle contraddizioni interimperialiste, che si traducono in conflitti e guerre regionali, che hanno conseguenze internazionali, come nel caso della guerra di aggressione imperialista contro l’Iran.
La militarizzazione si traduce anche nell’economia. Essa pone il movimento operaio e sindacale davanti alla necessità di comprenderla correttamente e di prendere posizione, in particolare affermando la propria opposizione alla militarizzazione e alla guerra.
Il sindacalismo di classe di fronte alla militarizzazione dell’economia
Le industrie che partecipano direttamente o indirettamente alla produzione di armi impiegano centinaia di migliaia di lavoratori. La militarizzazione dell’economia è una questione che il movimento sindacale non può ignorare, con numerose questioni alle quali deve rispondere, delle resistenze su cui deve lavorare, delle numerose pressioni alle quali deve resistere.
La produzione di armi viene presentata come una maggiore opportunità per rilanciare l’economia e l’occupazione.
Nell’aprile del 2024 Macron, venuto ad inaugurare l’ampliamento dello stabilimento Eurenco nella regione della Dordogna, produttore di polvere da sparo per munizioni, ha elogiato la ripresa di un’attività che “genera ricchezza“. Il sindaco di LR (Partito Repubblicano, n.d.t) della città ha subito aggiunto che “l’insieme dell’economia locale trarrà beneficio dal riarmo della Francia, perché sappiamo che ci saranno posti di lavoro indiretti“. Queste sono forti pressioni sul movimento sindacale.
Il 12 dicembre 2024, quando Sophie Binet (Segretaria Generale della CGT) ha visitato la Fonderie de Bretagne nel Morbihan, ha adottato la stessa posizione a difesa dei posti di lavoro. Ciò le è valso un sorprendente elogio da parte del direttore dello stabilimento, che ha dichiarato: “Non sono sempre d’accordo con la CGT, ma su questo tema abbiamo un obiettivo comune … condividiamo un punto di vista comune su questo argomento, sulla salvaguardia dell’occupazione, delle competenze”. Nel maggio 2025, dopo che il sito produttivo è stato rilevato da Europlasma e convertito da questo ex subappaltatore della Renault nella produzione di proiettili, Sophie Binet ha salutato “una vittoria [che] dimostra l’utilità del sindacalismo” e “una speranza per molti dipendenti in altre parti della Francia”. Il segretario del sindacato CGT presso le fonderie della Bretagna ha specificato che questa riconversione alla produzione di proiettili non era “motivo di orgoglio, ma una necessità per permettere a 266 famiglie di continuare a provvedere al proprio sostentamento“.
Lo sfruttamento capitalistico si intensifica nelle aziende che lavorano per l’esercito.
L'”economia di guerra”, come la definiscono Macron e Lecornu – il quale, prima di diventare Primo Ministro, era stato a lungo il suo fervente Ministro delle Forze Armate – lancia pressanti appelli a produrre di più e in maggiori quantità. Ciò implica un’intensificazione dello sfruttamento, un aumento dei ritmi di produzione, un allungamento dell’orario di lavoro, la generalizzazione dei turni continui e un irrigidimento della “direzione”. Questo è il principale campo di battaglia per i sindacalisti impegnati nella lotta di classe per la difesa degli interessi di quanti “sono costretti a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere“. (7) In queste aziende, come in tutte le altre, la lotta per salari e condizioni di lavoro, e la resistenza all’intensificazione del lavoro, non possono essere sospese.
Le condanne “morali” provenienti dall’esterno del movimento operaio e sindacale sono inaccettabili. Nel modo di produzione capitalistico, il valore d’uso delle merci svanisce dietro il loro valore di scambio; non sono i lavoratori a decidere ciò che producono. Pochi, avendo a disposizione solo la propria forza lavoro da vendere, possono “scegliere” il proprio datore di lavoro, per non parlare della natura della produzione che andranno a svolgere.
Produzione esclusivamente per assicurare la difesa del Paese?
Nel documento programmatico per il suo 53° congresso, la CGT ha affermato che “le armi non sono merci” e che “il loro commercio deve essere regolamentato ed esentato dalle forze di mercato“. Specifica inoltre che la Francia deve ritirarsi dalla NATO e che “i bilanci militari, in Francia e nel mondo, devono essere ridotti al minimo indispensabile per garantire solo la difesa e la sicurezza del territorio” e che “i fondi così liberati devono essere riorientati in particolare verso l’istruzione, la sanità e la cultura“. Quest’ultimo punto, che si riflette specialmente in slogan come: “soldi per scuole, sanità, servizi sociali… non per gli azionisti e non per la guerra“, è una rivendicazione legittima che è stata espressa in diversi modi durante le mobilitazioni contro i bilanci di austerità. Ma l’idea di produrre armi esclusivamente a scopo di “difesa” è illusoria.
La realtà è che la Francia è un paese imperialista, un attore chiave nel sistema imperialista globale, caratterizzato da un brutale acuirsi delle contraddizioni interimperialiste: è impegnata nella corsa agli armamenti per difendere i propri interessi di potenza imperialista nel quadro della feroce lotta tra potenze imperialiste per la ridistribuzione delle risorse e dei mercati strategici.
La realtà è anche che, nel quadro di un’economia di mercato, l’industria militare francese, arrivata a questo livello tecnologico e quindi di connesso investimento, non può sopravvivere senza le esportazioni di armi, settore in cui la Francia è leader mondiale (8).
La lotta dei sindacalisti di classe contro l’“economia di guerra”
Questa lotta è una lotta sindacale collettiva contro l’intensificarsi dello sfruttamento capitalistico, il controllo e la repressione dei lavoratori in questi settori.
È anche una lotta con una dimensione politica e ideologica. È una lotta di resistenza contro coloro che rifiutano qualsiasi dibattito sulla finalità politica delle armi e dei componenti prodotti, che si rifugiano dietro un approccio ristretto e strettamente corporativo. È una lotta contro coloro che vogliono trascinare i lavoratori in un’unità nazionale a sostegno dei guerrafondai, cercando di renderli complici delle politiche imperialiste.
In questa lotta di classe, si tratta di far aumentare la coscienza sulla natura della politica dello Stato francese al servizio dei ricchi, dei padroni e dei trafficanti d’armi, sulla natura del sistema capitalista-imperialista e sulla necessità di porre fine a questo sistema, di instaurare il socialismo, perché è l’unica soluzione affinché i lavoratori abbiano il controllo su ciò che producono.
In diversi numeri di “La Forge”, abbiamo affrontato la questione della “denuncia e della resistenza contro la normalizzazione e la generalizzazione della produzione diretta e indiretta di armi e di tutto ciò che contribuisce allo sviluppo del complesso militare-industriale”. In questo quadro abbiamo sottolineato l’importante ruolo svolto dalle mobilitazioni contro le forniture di armi allo Stato sionista di Israele, che “contribuiscono in modo potente allo sviluppo di una coscienza antimperialista all’interno del movimento operaio”.
L’esempio dei portuali italiani
È stato in questo paese che le mobilitazioni operaie e quelle di una parte del movimento sindacale sono state più forti. Non le descriveremo qui nel dettaglio; rimandiamo il lettore ai testi dei nostri compagni dell’Organizzazione per il partito comunista del proletariato (d’Italia). Vogliamo però sottolineare l’importanza degli scioperi, in particolare dello sciopero generale del 28 novembre 2025 contro i bassi salari, la legge finanziaria e le politiche belliche, a cui hanno fatto seguito il giorno successivo potenti manifestazioni a Roma e Milano in solidarietà con il popolo palestinese, con una una forte partecipazione di settori operai, in particolare dei portuali, negli scioperi, nelle manifestazioni e nei blocchi delle forniture militari destinate allo stato genocida di Israele!
In Francia, lo scorso giugno, i lavoratori portuali di Fos-sur-Mer hanno impedito la spedizione di equipaggiamento militare francese in Israele. Si sono rifiutati di caricare componenti per mitragliatrici prodotte dall’azienda marsigliese Eurolinks su una nave diretta ad Haifa.
Il 6 febbraio 2026, uno sciopero internazionale dei lavoratori portuali ha interessato una ventina di porti in Italia, Grecia, Spagna, Turchia, Francia e Marocco con lo slogan “I lavoratori portuali non lavorano per la guerra“.
Nel settore manifatturiero, diversi sindacati hanno intrapreso iniziative di informazione e mobilitazione per denunciare la partecipazione diretta o indiretta delle proprie aziende alla guerra genocidaria condotta da Israele contro il popolo palestinese. È il caso, in particolare, del sindacato CGT-STMicroelectronics: in risposta all’appello dei sindacati palestinesi nell’ottobre 2023, il sindacato ha condotto una lunga indagine per scoprire i numerosi legami del gruppo con Israele, prima di interpellare la dirigenza, intervenire nel consiglio di fabbrica centrale e infine organizzare una manifestazione davanti allo stabilimento di Crolles nell’aprile 2025. Un lavoro simile è stato svolto anche dai sindacati CGT-Thales e CGT Airbus, tra gli altri.
Questo è un modo concreto per sviluppare una consapevolezza antimperialista all’interno del movimento sindacale e della classe lavoratrice.
NOTE
1) Antille francesi (FAA): 1.100 militari, Guyana francese (FAG): 2.650 militari, Mayotte/Réunion (FAZSOI): 2.100 militari, Nuova Caledonia (FANC): 2.200 militari, Polinesia francese (FAPF): 1.000 militari.
2) Costa d’Avorio: 80 militari, Gabon: 100 militari, forze preposizionate a Gibuti: 1.500 militari, negli Emirati Arabi Uniti: 750 militari. Ciò rappresenta un totale di 2.430 militari.
3) In Iraq, Operazione CHAMMAL, 1.100 militari; in Estonia: 350 militari, Romania: 1.400 militari, nei Paesi baltici, in Kosovo; in operazioni internazionali: 2.500 militari nell’ambito della NATO; missioni UE: 600 militari; in missioni ONU: Daman (Libano): 800 militari, nel Sahara, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo.
4) Ritiri delle truppe francesi: Mali (17/02/2022), Burkina Faso (19/02/2022), Niger (22/12/2023), Ciad (31/01/2025), Costa d’Avorio (15/02/2025), Senegal (17/07/2025).
5) Valore determinato sulla base dei calcoli SIPRI.
6) Durante i dibattiti sulla proposta di Costituzione europea (TCE), promossa da Giscard d’Estaing e sostenuta da Mitterrand e dall’élite al potere, la questione della difesa europea è stata un tema centrale della più ampia campagna per il “no” alla Costituzione, campagna che alla fine ha prevalso il 29 maggio 2005. Il progetto di Costituzione mirava a stabilire una politica di difesa europea allineata a quella della NATO (di cui fanno parte quasi tutti gli Stati membri dell’UE). Questo è stato uno degli argomenti utilizzati a sostegno del voto contrario.
7) “Per borghesia si intende la classe dei capitalisti moderni, che sono proprietari dei mezzi della produzione sociale e impiegano lavoro salariato. Per proletariato si intende la classe dei moderni lavoratori salariati, che non possedendo nessun mezzo di produzione sono costretti a vendere la loro forza-lavoro per vivere”. (Nota di Engels nell’edizione inglese del 1888 del Manifesto del Partito Comunista).
8) Questo punto è evidenziato nel Rapporto al Parlamento del 2025 sulle esportazioni di armi francesi. Sottolineando “il ruolo essenziale delle esportazioni per la sostenibilità della base industriale e tecnologica della difesa francese” (BITD), la relazione precisa: “Un settore di questo tipo non è sostenibile con i soli ordini interni“.
Da “Unità e Lotta”, n. 52, Organo della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti – CIPOML
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