Cosa è e cosa non è il fascismo?
di Mustafa Yalciner
Roger Bourderon in Le Fascisme, idéologie et pratiques [Fascismo, Ideologia e pratiche] descrive il fascismo italiano nel suo periodo iniziale con le “Camice nere”,:
«Le “Camicie Nere” si spostano in camion […] per compiere le loro incursioni. Appena arrivano, picchiano chiunque per strada non si tolga il cappello al passaggio dei loro stendardi, o indossi una cravatta rossa, una sciarpa rossa o una camicia rossa. Se qualcuno protesta, fa un gesto di difesa, ferisce o anche solo picchia leggermente un fascista, la “punizione” si prolunga. Gli uffici di collocamento, i sindacati, le cooperative e le case del popolo vengono presi d’assalto; le porte vengono sfondate, mobili, libri e altri oggetti vengono gettati in strada e cosparsi di benzina; pochi minuti dopo, tutto viene dato alle fiamme. Coloro che si trovano all’interno degli edifici presi d’assalto vengono brutalmente picchiati o uccisi. Le bandiere vengono bruciate o portate via come trofei. Spesso l’incursione viene condotta con uno scopo specifico, ovvero la “pulizia” del luogo che è stato attaccato. I camion si fermano quindi proprio davanti alle sedi delle organizzazioni “rosse”, che vengono rase al suolo. I gruppi fascisti danno la caccia ai “leader”, quali sindaci e consiglieri comunali, segretari di associazioni e presidenti di cooperative; li costringono a dimettersi, minacciano di ucciderli o di demolire le loro case e li cacciano dalle loro abitazioni affinché non vi facciano mai più ritorno. Se riescono a fuggire e a salvarsi, le loro famiglie subiscono rappresaglie.” (Bourderon, 1989, pagg. 146–147)
È inoltre ben noto ciò che le squadre della morte, istituzionalizzate sotto le dittature fasciste, misero in atto attraverso omicidi individuali e di massa, tramite i campi di concentramento e, ad esempio, tramite le camere a gas.
L’Italia era appena uscita dalla prima guerra imperialista di spartizione, e i quattro anni precedenti erano stati estremamente difficili. Oltre alle aspirazioni “nazionali” deluse, la guerra — durante la quale le promesse fatte alla borghesia italiana non furono mantenute e dalla quale essa non ottenne ciò che si aspettava — lasciò dietro di sé distruzione, alta inflazione, disoccupazione, miseria e veterani di guerra che dovevano lottare per la sopravvivenza e venivano consolati con storie di “eroismo“. La classe operaia, rafforzata dalla lotta contro la distruzione, la disoccupazione e la miseria, nel 1921 stava ancora conducendo ampi scioperi, organizzandosi in “consigli operai” e ricorrendo a occupazioni di fabbrica su larga scala. Lo stesso valeva nelle campagne, tra i braccianti agricoli e i contadini poveri. Tuttavia, la classe operaia non solo non riuscì a unirsi e ad avanzare politicamente, ma l’ondata di lotta cominciò anche a rifluire. In generale, la socialdemocrazia e il Partito Socialista, che un tempo era stato membro della Terza Internazionale, svolsero un ruolo disgregante, mentre i comunisti di recente formazione, che commisero errori “di sinistra”, non furono in grado di fermare il fascismo.
Gli sviluppi in Germania furono simili, sebbene il corso degli eventi sia stato più o meno diverso. In quel paese, dove dopo la guerra si svilupparono rivolte e consigli di operai e soldati, presto repressi dal governo socialdemocratico, continuarono a verificarsi rivolte di varia entità fino al 1923. I socialdemocratici, che con i loro “Freikorps” rovesciarono i consigli operai e di soldati a Berlino e Monaco alla fine del 1918 e nella primavera del 1919, abbandonarono gli scioperanti di Berlino che avevano fermato i putschisti di Kapp nel 1920, per schiacciare l’Esercito Rosso della Ruhr e scatenare il terrore controrivoluzionario nella Ruhr e nella Germania centrale nel 1921; essi sono difensori della borghesia, sia che agiscano da soli sia che lo facciano insieme ai partiti borghesi di destra. Questo partito, che era stato votato dai lavoratori e dalla classe media, non solo perse più della metà dei suoi voti e il sostegno di milioni di lavoratori a causa delle sue politiche, ma contribuì anche a spegnere le speranze dei lavoratori nel socialismo e a creare tra la classe operaia l’impressione che il socialismo non fosse la soluzione alle loro richieste urgenti. Infine, nel 1923, l’SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands/Partito Socialdemocratico Tedesco, ndt) abbandonò ancora una volta i consigli di fabbrica al loro destino, nonostante il KPD (Kommunistische Partei Deutschlands/Partito Comunista Tedesco, ndt), in crescita, fosse riuscito a formare con essi dei “governi operai” in due stati. Eppure nel 1923 i lavoratori e la piccola borghesia, martoriati dalla crisi, si erano mobilitati sia nelle città che nelle campagne, alla ricerca di forze che difendessero le loro rivendicazioni e non li abbandonassero – ad esempio, quando il pane che a gennaio costava 250 marchi veniva venduto a 200 milioni di marchi a novembre. Tuttavia, sia in Italia che in Germania, i socialdemocratici, che non erano riusciti a difendere le rivendicazioni delle masse e avevano lasciato i comunisti soli nella lotta contro l’aggressione fascista, persero il controllo sulle masse, cessando così di interessare la borghesia come alternativa e venendo allontanati dal governo.
In Italia, Mussolini fu rapidamente invitato a formare un governo. In Germania, invece, mentre l’ondata rivoluzionaria si placava con la relativa stabilizzazione del capitalismo, Hitler dovette attendere altri dieci anni prima di poter soddisfare le esigenze dei monopoli.
Il fascismo, che era salito al potere in Italia e minacciava di trasformarsi in un potente movimento di massa in Germania, sfruttò comunque le possibilità offerte dalla situazione combinando la strumentalizzazione delle rivendicazioni dei lavoratori, dei poveri delle città e delle campagne e della classe media piccolo-borghese – che si stava sempre più allontanando dalla socialdemocrazia e dagli altri partiti del sistema perché questi ultimi non erano in grado di soddisfare le loro richieste nelle condizioni di distruzione bellica e di crisi con cui si trovavano – con l’escalation del nazionalismo legata alla guerra e alle sue conseguenze, come l’imposizione del Trattato di Versailles in Germania, contro cui i comunisti non furono in grado di sviluppare un’agitazione tempestiva.
Il carattere di classe del fascismo
- Il fascismo è una peculiarità dell’epoca dell’imperialismo e delle rivoluzioni proletarie
Nel capitalismo monopolistico dominano il capitale finanziario e la borghesia monopolistica. Il fascismo, in quanto corrente dell’epoca dell’imperialismo e delle rivoluzioni proletarie, è la corrente più reazionaria, aggressiva e terroristica della borghesia monopolistica; la dittatura fascista, in quanto forma borghese di Stato, è la più reazionaria tra una serie di forme reazionarie di Stato caratterizzate dai monopoli in quanto rappresentanti della reazione e contraddistinte dal loro carattere terroristico e sanguinario.
Come affermò Lenin, il monopolio, come indica il nome stesso, si è posto accanto, ma al di sopra, della concorrenza – che costituisce la dinamica dello sviluppo capitalistico – grazie alla sua tendenza a monopolizzare e controllare ogni cosa; ha acquisito la capacità di determinare in modo selettivo gli investimenti, compresa la loro portata, la produzione e i mercati, con l’obiettivo di massimizzare i profitti.
«Imperialismo significa, in generale, tendenza alla violenza e alla reazione» (Lenin), perchè:
«L’imperialismo è l’era del capitale finanziario e poi dei monopoli, che sviluppano dappertutto la tendenza al dominio, non già alla libertà. Da tali tendenze risulta una intensa reazione, in tutti i campi, in qualsiasi regime politico, come pure uno straordinario acuirsi di tutti i contrasti anche in questo campo.»
«Le particolarità dell’imperialismo sono: reazione politica su tutta la linea e intensificazione dell’oppressione nazionale, conseguenze del giogo dell’oligarchia finanziaria e dell’eliminazione della libera concorrenza.»
«La contraddizione tra l’imperialismo e la repubblica è una contraddizione tra l’economia del capitalismo contemporaneo (ossia del capitalismo monopolistico) e la democrazia politica in generale.»
«Tutto consiste nel monopolio economico. La sovrastruttura politica di questa nuova economia, del capitalismo monopolistico (l’imperialismo è capitalismo monopolistico), consiste nel trapasso dalla democrazia alla reazione politica. Alla libera concorrenza corrisponde la democrazia. Al monopolio corrisponde la reazione politica […] Tanto nella politica estera quanto in quella interna l’imperialismo tende a violare la democrazia, tende alla reazione. In questo senso, è incontestabile che l’imperialismo è “negazione” della democrazia in generale, di tutta la democrazia, e non già solo di una sua rivendicazione: l’autodecisione delle nazioni […] tende cioè a violarla [la democrazia].» (Lenin)
L’espressione più marcata del dominio del capitale finanziario e della tendenza dei monopoli a violare la democrazia e a instaurare la reazione è il fascismo, mentre la forma più reazionaria della sovrastruttura politica, dell’organizzazione statale borghese, è la dittatura fascista. Naturalmente, da questo punto di vista, non si può affermare che la dittatura fascista sia una conseguenza automatica e necessaria della tendenza reazionaria del capitale finanziario; il fatto che questa tendenza conduca o meno a una forma fascista di Stato dipende dalle condizioni oggettive concrete, dall’equilibrio di potere tra le classi e dalle esigenze dei monopoli.
La dittatura fascista non è caratterizzata dall’appartenenza di classe delle masse trascinate e mobilitate dal movimento fascista, né dalle origini di classe dei suoi leader, ma dal capitale finanziario e dai monopoli economicamente dominanti e dalla reazione corrispondente ai loro oggettivi interessi di classe.
- Il fascismo come fenomeno internazionale
Il fascismo, in quanto fenomeno dell’epoca dell’imperialismo e delle rivoluzioni proletarie, possiede un marcato carattere internazionale, non appartiene a nessuna singola nazione o gruppo di nazioni; può essere compreso solo nel suo contesto internazionale. Non può essere spiegato come una realtà locale e isolata dei singoli paesi.
Il fascismo, emerso come corrente, movimento e forma di Stato in determinati paesi, assume una forma nazionale attraverso il suo nazionalismo sciovinista esaltato e intensificato, e persino il razzismo. I valori nazionali occupano un posto particolarmente importante tra quelli che esso strumentalizza in modo più esteso, e il fascismo di ciascun paese presenta caratteristiche nazionali sia nei suoi fondamenti che nelle sue manifestazioni concrete, che lo distinguono dal fascismo degli altri paesi.
Tuttavia, esso si limita a strumentalizzare i valori nazionali. Per i paesi imperialisti e le loro borghesie monopolistiche, il fascismo non solo incarna la tendenza internazionale che è la tendenza dominante del capitalismo sviluppato; esso corrisponde pienamente a questa tendenza attraverso l’applicazione dell’aggressione monopolistica, del saccheggio, della forza bruta e della guerra, e attraverso la spartizione economica e territoriale del mondo, soprattutto tramite l’esportazione di capitali.
La stessa tendenza internazionale opera anche nei paesi dipendenti dall’imperialismo e nei loro monopoli. Tra questi paesi, quelli che hanno raggiunto un certo livello di sviluppo, dimensioni e potere cercano di esportare capitale in accordo con i propri crimini e di partecipare alle ripartizioni economiche e territoriali regionali – anche se importano molto più di quanto esportino – sia in nome dei propri monopoli, sia come agenti degli imperialisti. All’estero esaltano il nazionalismo, sventolando le loro bandiere nazionali, per radunare i propri popoli dietro di sé. Man mano che aumentano le dimensioni del paese e il livello di sviluppo del capitalismo, aumentano anche le aspirazioni all’estero come un fattore nello sviluppo del fascismo. L’unica differenza è che, pur adottando l’ingiustizia, l’espansionismo e la violenza nei confronti delle nazioni oppresse e dei popoli vicini più deboli, essi hanno difficoltà a difendere i propri interessi in qualità di agenti degli imperialisti contro gli stessi imperialisti, e cercano di crearsi spazio utilizzando le contraddizioni tra gli imperialisti come base per le loro manovre.
- Il fascismo è connesso alla crisi del capitalismo
All’inizio del secolo scorso, il movimento fascista emerse in concomitanza con la crisi del capitalismo, ulteriormente aggravata dalla distruzione causata dalla guerra imperialista, dalla presa del potere da parte del proletariato in Russia, che mirava a costruire un sistema mondiale alternativo, e dalla disintegrazione del mercato capitalista. In Italia, il movimento fascista salì al potere grazie alla forza accumulata nelle condizioni della crisi del 1922–23, mentre in Germania lo fece dopo la crisi del 1929.
Le crisi del capitalismo, che intensificano la disoccupazione e la povertà, si acuiscono nella misura in cui le condizioni per lo sfruttamento e la sua continuazione diventano più difficili, anche in assenza di uno o più paesi socialisti, in particolare quando si combinano con la crisi generale del capitalismo, che intensifica tutte le principali contraddizioni del capitalismo e ne aggrava le conseguenze, colpendo così anche la borghesia, compresi i monopoli. Questi stessi fattori, innanzitutto attraverso le loro conseguenze nell’aggravare la disoccupazione e la miseria, rendono le masse dei lavoratori e del popolo stanche della propria esistenza.
Mentre la borghesia monopolistica tende a trasformare le condizioni di crisi in preparazione per una nuova ripresa, acquisendo a basso costo le imprese in difficoltà e i loro beni, essa è frenata dalla crescente opposizione dei lavoratori e del popolo, il cui malcontento sta aumentando e cominciano a esprimerlo apertamente e a mobilitarsi. Quando il mantenimento del dominio del capitale e dello sfruttamento nel quadro delle vecchie forme politiche diventa difficile a causa delle condizioni interne ed esterne, il fascismo emerge in tale contesto come uno sforzo dei monopoli per “garantire e consolidare la continuità del capitalismo e del proprio dominio”.
A parte la fraudolenta agitazione anticapitalista che conduce strumentalizzando le loro rivendicazioni per conquistare i lavoratori e le classi medie, inclini a rompere con l’ordine esistente e a cercare nuove vie, il fascismo è l’organizzazione immediata dell’esigenza dei monopoli di stabilizzare il capitalismo con la forza, sia sul piano interno che all’estero – anche attraverso la conquista di nuovi mercati.
Si deve tuttavia evitare di stabilire una relazione diretta e meccanica tra ogni crisi del capitalismo e il fascismo. Sappiamo per esperienza che il capitalismo può superare le sue crisi ordinarie con metodi più o meno ordinari; per il fascismo, invece, devono convergere altre condizioni, e le crisi in questione devono raggiungere una portata e avere un impatto tali, ad esempio, da generare crisi politiche. Il fascismo spagnolo, ad esempio, è legato alla famigerata crisi del 1929, quando il “Fronte Popolare” vinse le elezioni del ’36, ma i generali si ribellarono e trascinarono con sé il movimento fascista. Lo stesso vale per il Cile: la crisi del 1973, collegata al crollo del sistema monetario internazionale del 1971, quando gli Stati Uniti abolirono unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro, nonché alla crisi alimentare ed energetica. Le crisi con ripercussioni internazionali hanno prodotto potenti ondate fasciste, mentre quelle con ripercussioni più limitate, o le crisi regionali e nazionali, hanno generalmente prodotto effetti più limitati, sebbene comunque percepibili. Più recentemente, si è registrato un aumento dei movimenti fascisti in relazione agli anni 2001 e 2008, scaturito dalle misure e dalle conseguenze ad essi associate.
- La possibilità di una rivoluzione spinge i monopoli verso il fascismo
L’esperienza delle lotte di classe nel corso dell’ultimo secolo dimostra che le dittature fasciste emergono generalmente quando si verificano situazioni rivoluzionarie e l’ascesa del movimento dei lavoratori e delle classi lavoratrici pone la questione del potere, oppure quando la tensione tra le classi in conflitto porta la situazione vicino a questo punto.
Il capitalismo monopolistico, in quanto “stadio più alto del capitalismo“, che, in quanto rapporto di capitale, non riconosce uno stadio ancora superiore, è stato descritto da Lenin come “capitalismo di transizione o, più correttamente, capitalismo morente“. Per il capitale finanziario e il suo dominio, ciò significa che l’emergere della questione del potere diventa una questione di vita o di morte. La borghesia monopolistica dominante ne ha fatto esperienza in modo decisivo con la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e, dopo il ’17, ogni volta che si è trovata di fronte alla questione del potere o anche solo alla possibilità che tale questione sorgesse, non ha esitato ad adottare le posizioni più estreme e ad attuare le politiche più reazionarie.
Il fascismo e la dittatura fascista sono la reazione e la risposta controrivoluzionaria dei monopoli nelle condizioni in cui la rivoluzione sta sorgendo, o la possibilità di una rivoluzione minaccia di emergere, e il loro predominio tende quindi a essere messo in discussione. Questa risposta, diretta contro la rivoluzione e le sue fondamenta, si manifesta come un’intensificazione della tendenza reazionaria dei monopoli in relazione alla questione del potere.
Ciò si è verificato in Italia, Germania e Spagna, in Polonia, Bulgaria e Grecia, e successivamente in Cile e in altri paesi dell’America Latina come Brasile, Uruguay e Guatemala. E nulla potrebbe essere più naturale. Nella nostra epoca, l’epoca delle rivoluzioni sociali, è del tutto comprensibile che la borghesia monopolistica, che ha concentrato il potere nelle proprie mani all’interno delle società capitalistiche e lo ha esteso fino ai confini più remoti della società, quando il suo potere è minacciato, cerchi nella forma più reazionaria di riorganizzare la dittatura borghese al fine di preservare il proprio dominio.
- Il fascismo è il prodotto della contraddizione tra i grandi monopoli e la classe operaia e il popolo
Non c’è dubbio che, nello sviluppo del fascismo come necessità per le classi dominanti, non si debba ignorare la straordinaria intensificazione della contraddizione interimperialista. Ciò si riflette nel fatto che i monopoli imperialisti, incapaci di ottenere ciò che si aspettavano dall’attuale spartizione del mondo, esigono una nuova spartizione per consolidare il “fronte interno“, orientandosi verso un’economia di guerra e il militarismo. Tuttavia, sebbene la contraddizione tra imperialisti e reazionari svolga un certo ruolo nel rovesciamento del fascismo e della dittatura fascista, cos come nella loro instaurazione, è soprattutto la contraddizione tra imperialismo e reazione da un lato e gli operai e i lavoratori da un altro, nonché la lotta che si svolge in questo contesto, ad essere decisiva.
Il fascismo, a prescindere dalle sue esigenze e dai suoi orientamenti internazionali, non è un fenomeno che emerge come soluzione alla lotta tra le classi dominanti. Piuttosto, in condizioni in cui queste ultime hanno difficoltà a mantenere il proprio dominio con i vecchi metodi, esso viene alla ribalta come prodotto della necessità del capitale finanziario e dei monopoli di controllare gli operai i lavoratori e, a tal fine, di eliminare la minaccia rappresentata dalla loro lotta.
6. L’abolizione della democrazia borghese
La forma concreta della “violazione della democrazia” per la quale i monopoli “cercano vie” non è solo l’espressione intensificata della reazione e la tendenza verso l’affermazione della reazione; è anche il fascismo e l’instaurazione di una dittatura fascista, che accompagna i periodi di crisi, in particolare una crisi politica nazionale o la possibilità di una rivoluzione sociale.
Quando la democrazia borghese, ovvero la dittatura della borghesia in forma democratica, organizzata principalmente come sistema parlamentare corrispondente alla libera concorrenza, si rivela insufficiente a superare la crisi economica e politica del capitalismo attraverso la repressione dell’opposizione degli operai e delle classi lavoratrici, insieme alle difficoltà causate dai conflitti interni alla borghesia, e quando sorge il problema dell’incapacità di governo, i diritti e le libertà democratiche vengono aboliti e scartati come mezzi per violare la democrazia, e la forma della dittatura viene modificata.
Si raggiunge uno stadio di sviluppo in cui la borghesia non può più governare con i vecchi metodi parlamentari, che prevedono la disponibilità dei diritti democratici, e il capitale finanziario e i monopoli, che in quanto fonte di reazione tendono a violare la democrazia, abbandonano il parlamento borghese, insieme ai diritti democratici e al principio delle elezioni, una volta che questi sono diventati ostacoli al loro dominio.
Il parlamento, che in ogni caso non è la sede in cui si decidono gli affari di Stato, rende più difficile il governo prolungando il processo decisionale e quindi non può soddisfare l’esigenza dei monopoli di un processo decisionale centralizzato e rapido o di una imposizione, diventando così superfluo.
Né i diritti democratici – che, se esercitati con sufficiente forza, ostacolano e ritardano, e talvolta addirittura impediscono, la realizzazione degli interessi monopolistici, e che inoltre servono a promuovere l’educazione socialista del proletariato essendo utilizzati per intervenire in politica – né i dibattiti prolungati e infruttuosi sono ciò che occorre. Ciò che occorre è la coercizione, il divieto e la forza bruta. La violenza e un regno di intimidazione e terrore.
- “Capi/leader nazionali”, nomine e amministrazione forzata al posto del principio delle elezioni
Le decisioni ostili ai lavoratori e al popolo, che non devono essere impedite da un dibattito democratico, né dall’intervento volto a contrastare il riflesso degli interessi dei monopoli, richiedono una centralizzazione politica corrispondente alla centralizzazione del monopolio nell’economia: il monopolio politico, il monopolio della politica. Il fascismo è un monopolio politico e non riconosce alcuna altra organizzazione politica.
Ciò che consente alla borghesia monopolistica di garantire decisioni rapide e pienamente conformi ai propri interessi è la trasformazione dello Stato borghese in una dittatura fascista. Questa trasformazione non è semplicemente un processo di centralizzazione e accelerazione; essa procede gradualmente attraverso la riduzione della consultazione, con le decisioni determinate da una sola persona – insieme alla sua cerchia ristretta – il capo/leader; la sostituzione del principio dell’elezione con quello della nomina; la generalizzazione del diktat; e la distruzione forzata dell’opposizione, alla quale viene negato ogni diritto di esistere.
La nomina da parte del capo/leader dei vertici di tutti i livelli organizzativi e delle istituzioni statali, compreso il livello dirigenziale dello stesso movimento fascista, è una regola intrinseca del fascismo. In Italia e in Germania, ad esempio, i leader subordinati, in precedenza eletti, furono ben presto nominati dal capo. Anche quando erano stati precedentemente propagandati, i principi della “volontà del popolo” e della “volontà nazionale“, del suffragio universale e delle elezioni vengono scartati in quanto fenomeni appartenenti alla vecchia forma democratica di Stato.
Le vecchie tradizioni e procedure democratiche, o più o meno democratiche, vengono modificate tramite leggi e decreti. A partire dalle misure meno popolari, i funzionari eletti vengono rimossi dalle posizioni di leadership e sostituiti da nuovi incaricati “affidabili“. L’amministrazione forzata diventa uno dei metodi più frequentemente impiegati nel processo di transizione.
- La dittatura fascista è l’esclusione delle masse dalla politica
Il feudalesimo richiede e si basa sulla coercizione extraeconomica: i rapporti di proprietà tra contadino servo e proprietà terriera costituiscono la base dei rapporti di produzione della società feudale.
Il capitalismo, al contrario, non conosce coercizione extraeconomica, ad eccezione, per esempio, del lavoro schiavistico intensivo a cui si ricorse durante lo sviluppo del capitalismo negli Stati del Sud degli Stati Uniti. Il lavoratore è libero di vendere la propria forza-lavoro e di negoziarne il prezzo, anche se la scelta, in ultima analisi, equivale a decidere se morire di fame o meno. Ma prevalgono le leggi dell’economia: egli vende la propria forza-lavoro per non morire, e il prezzo della forza lavoro è determinato – naturalmente sotto l’influenza della sua lotta organizzata – dall’esistenza di un esercito di riserva della manodopera e dalle fluttuazioni della domanda e dell’offerta di forza lavoro.
Il capitale è innanzitutto dominante dal punto di vista economico. Finché persiste il dominio economico del capitale, questo fatto non cambia e, indipendentemente dalla natura del regime politico, il dominio economico del capitale e l’appropriazione non retribuita di una parte del valore creato dalla forza-lavoro continueranno. Per questo motivo, fino all’era del capitalismo monopolistico, la democrazia borghese, ovvero il sistema parlamentare democratico, costituiva la normale sovrastruttura del capitalismo.
Tuttavia, sebbene la democrazia borghese sia una forma di dittatura borghese, anche quando “conferisce diritti” e costituisce l’organizzazione della tirannia sulla classe operaia e sui lavoratori, la classe operaia nelle condizioni della democrazia borghese, attraverso la sua lotta, non solo gode dei diritti democratici, ma diventa anche la garante di tali diritti lottando per il loro esercizio, promuovendo al contempo la propria educazione socialista e, inoltre, fondando sindacati e organizzazioni politiche di massa e organizzandosi.
La possibilità di una rivoluzione sociale e il pericolo della sua realizzazione concreta, che essa rappresenta in condizioni di crisi, costringono la borghesia a smantellare la propria democrazia nell’interesse di mantenere e garantire il proprio dominio e a trasformare la forza extraeconomica – cioè la forza politica – in un sostegno del capitalismo.
Il fascismo, la dittatura fascista, significa:
- l’esclusione delle masse sfruttate dalla politica attraverso la loro disorganizzazione, mediante lo scioglimento e la messa al bando delle loro organizzazioni, al fine di costringerle ad accettare imposizioni economiche e sociali;
- il consolidamento della coercizione economica attraverso la combinazione di coercizione economica e politica, sotto forma di costrizione imposta politicamente ai lavoratori e alla classe operaia ad accettare salari estremamente bassi, nonché il lavoro forzato dei prigionieri di guerra e, ad esempio, degli ebrei in Germania (e nei paesi occupati dalla Germania) sotto forma di “lavoro servile”.[1]
Il fascismo è quindi, in pratica, la “negazione” del capitalismo stesso, poiché si basa sulla coercizione economica, mentre la difficile situazione della borghesia di dover riconoscere il carattere sociale delle forze produttive si manifesta nel capitalismo non come una negazione della proprietà privata, ma come una tendenza al ristabilimento dell’acquisizione della proprietà basata sulla coercizione politica.
Un altro elemento ed esempio che dimostra come il fascismo, in quanto forma di dominio capitalista, si basi sulla violenza politica è, oltre alle camere a gas, lo sterminio di massa del popolo sovietico, che era prassi comune soprattutto nei territori occupati, dove il numero di cittadini sovietici uccisi al di fuori dei campi di battaglia ammontava ad almeno 20 milioni. La stragrande maggioranza di queste vittime fu assassinata in conformità con il principio della «messa in sicurezza delle retrovie» e con la politica del «non lasciare sopravvissuti».
- La dittatura fascista è la forma apertamente terroristica dello Stato borghese
Dovrebbe ormai essere chiaro che la dittatura fascista non è né il dominio della piccola borghesia, le cui rivendicazioni vengono strumentalizzate dai monopoli, né il dominio di elementi estranei alle classi, in particolare quelli sviati dalla guerra e dalla crisi, né il dominio di “capi” di tipo bonapartista, ai quali la borghesia monopolistica, troppo debole per governare di fronte a una classe operaia troppo debole per prendere il potere, affida il proprio potere affinché governino al suo posto.
La dittatura fascista è una dittatura della borghesia. In quanto dittatura borghese nell’epoca del capitalismo monopolistico, la dittatura fascista è una forma dello Stato borghese, in quanto strumento di dominio del capitale finanziario, che la trasforma in un dominio oligarchico escludendo gli strati borghesi al di fuori di sé stesso [2] e concentrando il potere nelle proprie mani: la sua forma più reazionaria, apertamente sanguinaria e terroristica, non frenata da alcuno Stato di diritto.
È un’espressione degli interessi della borghesia monopolistica, il suo strumento di dominio; crea e garantisce le condizioni esterne per lo sfruttamento e il saccheggio monopolistici; persegue politiche corrispondenti alle sue esigenze; e le sue azioni sono dirette a soddisfare tali esigenze. La dittatura fascista è uno strumento di dominio del capitale finanziario, l’organizzazione della tirannia e del terrore aperto della borghesia monopolistica.
Sono false le affermazioni secondo cui il Comintern, e Dimitrov in particolare, non avrebbero valutato e definito la dittatura fascista nel rapporto al VII Congresso come la dittatura del capitale finanziario e dei suoi monopoli, ma piuttosto come la dittatura ristretta di alcune sue sezioni o gruppi “più reazionari“, “più brutali“, ecc., che ne escludono altri.
Dimitrov, che in precedenza aveva affermato che «il fascismo […] rappresenta un sistema di dominio di classe da parte della borghesia capitalista e la sua dittatura nell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione sociale», dichiarò nella relazione non solo che «La dittatura fascista della borghesia è un potere feroce, ma instabile», ma anche quanto segue:
«Il fascismo si è proclamato l’unico rappresentante di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione […] Finge di difendere gli interessi di tutti questi strati, gli interessi della nazione. Ma il fascismo, che è la dittatura della grande borghesia, deve entrare inevitabilmente in conflitto con la propria base sociale di massa» (Dimitrov).
Nel lungo rapporto del Comitato Centrale al V Congresso del Partito Comunista di Bulgaria del 1948, lo stesso Dimitrov affermò:
«Il fascismo non è altro che una dittatura spietata, terroristica del grande capitale.»
D’altra parte, il fatto che la dittatura fascista sia una forma di Stato significa anche che la presa del potere da parte del fascismo e la transizione tra forme borghesi di Stato non costituiscono semplicemente un cambio di governo:
«L’avvento del fascismo al potere non è l’ordinaria sostituzione di un governo borghese con un altro, ma è il cambiamento di una forma statale del dominio di classe della borghesia – la democrazia borghese – con una altra sua forma, con la dittatura terroristica aperta.» (Dimitrov)
Pertanto, non ogni governo che si limiti ad adottare misure reazionarie, fasciste e spesso favorevoli al fascismo dovrebbe essere definito “fascista”. [3]
Dittatura fascista e monopoli
D’altro canto, Dimitrov non definisce senza motivo il fascismo tedesco, con la sua enfasi sul “fascismo al potere”, né le dittature fasciste in generale, come la “dittatura degli elementi più reazionari, […] più imperialisti del capitale finanziario”. Il fatto che la dittatura fascista sia uno strumento di dominio dei monopoli e la forma più reazionaria e apertamente terroristica dello Stato borghese non significa, né richiede, che tutti i monopoli e i gruppi del capitale finanziario siano ugualmente vicini al fascismo in tutte le sue avventure reazionarie.
Al contrario, la realtà dei processi di fascistizzazione dimostra chiaramente le differenze negli approcci e nelle preferenze dei gruppi del capitale finanziario e dei monopoli nei confronti del fascismo, il che è del tutto naturale.
Non solo è comune, ma anche inevitabile che, sebbene i gruppi del capitale finanziario e i monopoli siano uniti nei loro interessi generali contro la classe operaia, le masse lavoratrici e i popoli, esistano tra loro differenze di interesse e che i loro interessi particolari non coincidano; che presentino differenze di interesse che, oltre alla concorrenza monopolistica, possono derivare dalla loro concentrazione in diversi settori con posizioni diverse riguardo agli investimenti, alla produzione, alle materie prime, ai mercati e al credito. Queste divergenze di interesse si riflettono nei diversi atteggiamenti dei vari monopoli e gruppi durante l’emergere e il consolidamento del fascismo.
In che modo e in base a quali criteri i monopoli e i gruppi si differenzino gli uni dagli altri è un’altra questione. Tuttavia, il contrasto spesso posto, ad esempio, tra “monopoli industriali” e le banche o “monopoli finanziari”, oppure tra “monopoli dell’industria leggera” e i “monopoli dell’industria pesante”, ecc., si spiega con una mancanza di comprensione della genesi e della natura dei monopoli e del capitale finanziario, che si formano attraverso l’interpenetrazione del capitale industriale e di quello bancario.
Ciò risulta evidente sia nelle opere di Lenin che nella pratica capitalista. Lenin afferma:
«fusione e simbiosi delle banche con l’industria: in ciò si compendia la storia della formazione del capitale finanziario e il contenuto del relativo concetto.» (Lenin)
E non si limita alla generalizzazione di “simbiosi”:
«Tre o cinque grandi banche, di uno qualunque tra i paesi più evoluti, attuarono l’”unione personale” del capitale industriale e bancario, e concentrarono nelle loro mani la disponibilità di miliardi e miliardi che costituiscono la massima parte dei capitali e delle entrate in denaro di tutto il paese.»
Sia questa “simbiosi” tra l’industria e le banche, sia la loro “unione personale” sono profondamente e indissolubilmente interconnesse e si estendono anche alla sfera politica:
«Nello stesso tempo si sviluppa, per così dire, un’unione personale della banca con le maggiori imprese industriali e commerciali, una loro fusione mediante il possesso di azioni o l’entrata dei direttori di banche nei Consigli di amministrazione delle imprese industriali e commerciali e viceversa. […] L’”unione personale” delle banche con l’industria è completata dall’”unione personale” di entrambe col governo.» (Lenin)
Questa è la realtà nei paesi capitalisti. Le banche sono il cuore del capitale finanziario, e la vita economica delle società capitalistiche e del mondo è controllata da gruppi del capitale finanziario e da monopoli concentrati attorno a un numero ristretto di banche.
L’economia capitalistica monopolistica, organizzata sotto il dominio dei gruppi del capitale finanziario, così come gli Stati capitalisti, rappresentano la supremazia politica di questi stessi gruppi, che competono tra loro, concordando su alcune questioni e contrastando su altre.
Sebbene, a seguito della loro avanzata internazionalizzazione, siano più o meno intrecciati tra loro, le divergenze di interesse e le rivalità – che sono generalmente molto diverse e protratte e portano a scontri in quasi ogni ambito – esistono tra i gruppi del capitale finanziario (oggi statunitensi, cinesi, russi, tedeschi, ecc.), i quali, da un punto di vista “nazionale”, si concentrano su mercati diversi.
Queste divergenze di interessi e questi scontri sono anch’essi inevitabili e si verificano, in misura minore e su scala più ridotta, ad esempio, tra i gruppi del capitale finanziario statunitense (e senza dubbio anche in altri paesi) e i monopoli quali Rockefeller, Morgan, DuPont, ecc.[4] Anche le differenze nei settori privilegiati per gli investimenti dei gruppi giocano un ruolo in queste divergenze di interessi. Tuttavia, i gruppi del capitale finanziario si differenziano dai singoli industriali e commercianti dell’epoca della libera concorrenza in quanto non investono e operano in uno o pochi settori, ma in una moltitudine di settori.
A causa di queste divergenze di interessi e delle conseguenti differenze di orientamento, anche i gruppi del capitale finanziario e i monopoli manifestano atteggiamenti diversi nei confronti del fascismo.
Il movimento fascista, che all’inizio degli anni Venti – quando numerose bande fasciste si unirono e fondarono il NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei/Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, ndt) – era riuscito a respingere il suo nemico di classe attraverso attacchi contro gli operai in rivolta, per i quali aveva ricevuto una certa assistenza finanziaria e sostegno dai capi dei monopoli, sembra aver perso questa sua funzione tra il 1924 e il 1927.
Con la ripresa dell’economia tedesca, il movimento operaio subì una battuta d’arresto e, con esso, diminuì anche il bisogno dei monopoli di ricorrere alle bande fasciste. La disoccupazione, che aveva iniziato a crescere nel 1927, esplose con la crisi del 1929; la produzione industriale si dimezzò e, quando a ciò si aggiunse la crisi finanziaria, gli operai scesero nuovamente in piazza. Così, man mano che cresceva il bisogno dei monopoli nei confronti del movimento fascista, aumentava anche il loro sostegno nei suoi confronti, e fasce sempre più ampie di essi si orientarono verso il fascismo.
Hitler e il suo partito, che nel 1928 avevano ottenuto solo 800.000 voti, ottennero ben presto il sostegno di E. Kirdorf, direttore della Gelsenkirchener Bergwerks-AG (società mineraria, ndt); del capo della Thyssen (famiglia imprenditoriale industriale, ndt), che rimase fedele a Hitler per tutto il tempo; di H. Stinnes, uno dei produttori tedeschi di materiale bellico, proprietario di oltre 60 giornali e con interessi nel settore marittimo, nell’estrazione del carbone, nell’industria siderurgica ed elettrica, oltre che in una banca; della Borsig, un’azienda produttrice di locomotive che si fuse con l’AEG (azienda che operava nei settori dell’elettromeccanica e dell’elettrotecnica, ndt) che nel 1931 e in seguito produsse materiale bellico; del monopolio elettrochimico IG Farben; e delle banche.
Grazie alle sue crescenti risorse finanziarie, il NSDAP uscì dalle elezioni del 1930 come secondo partito per forza, con circa 6,5 milioni di voti e 107 deputati. Ora era sostenuto anche da Krupp e da altri che inizialmente si erano rifiutati di appoggiarlo. Nelle elezioni del luglio 1932 divenne il partito più forte con 13,5 milioni di voti (37%) e 230 deputati.
I sostenitori, padre e figlio Krupp, comparvero davanti al Tribunale di Norimberga:
«Il 25 aprile 1931, von Bohlen, in qualità di presidente dell’Associazione dell’Industria Tedesca, si adoperò per allinearla alla politica nazista. Il 30 maggio 1933 scrisse a Schacht: “… è stato proposto di organizzare una raccolta fondi tra i più ampi circoli dell’industria tedesca, compresi l’agricoltura e il settore bancario, da mettere a disposizione del capo del NSDAP con il nome di “Fondo Hitler”. … Ho accettato la presidenza del consiglio di amministrazione…” Krupp contribuì al fondo del partito nazista con 4.738.446 marchi provenienti dalla tesoreria della società madre Krupp. Nel giugno 1935 donò al partito nazista 100.000 marchi attingendo dal proprio patrimonio privato.»
«Il partito nazista non sarebbe riuscito a conquistare il controllo della Germania se non avesse ottenuto il sostegno dell’industria, che ricevette principalmente grazie all’influenza di Krupp. Per primo Alfried [figlio, nota dell’autore] divenne membro del partito nazista, e in seguito anche Gustav Krupp von Bohlen [padre, nota dell’autore] vi aderì.» (Tribunale Militare Internazionale 1945)
C’era, tuttavia, anche un numero considerevole di monopoli, tra cui l’AEG, noti per i loro investimenti nell’industria chimica, farmaceutica e alimentare, nonché banche, che non sostenevano questa linea.
Il presidente dell’AEG, Rathenau, ricoprì persino la carica di ministro in un governo del SPD fino a quando non fu assassinato dai fascisti nel 1922. I sostenitori del fascismo si moltiplicarono e il fascismo, che alla fine salì al potere, unì i monopoli attorno al proprio programma.
La conclusione è che il fascismo e l’instaurazione di una dittatura fascista possono essere sostenuti e appoggiati come soluzione da alcuni monopoli, mentre altri monopoli, il cui carattere reazionario è fuori dubbio, potrebbero non sostenerlo.
Andando oltre, è noto che i monopoli in paesi come l’Italia e la Germania si schierarono a sostegno del programma del fascismo, mentre i monopoli in paesi come la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti non favorirono il fascismo nelle condizioni prevalenti all’epoca.
In condizioni concrete, certi gruppi del capitale finanziario e dei monopoli, che non possono più accontentarsi delle vecchie forme e hanno un bisogno urgente di metodi terroristici, possono e si rivolgeranno per primi al fascismo, svolgendo così il ruolo di ariete.
Questo riflette la definizione di “fascismo al potere” come «la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario.» (Dimitrov 2013: 10), una definizione formulata prima alla XIII Sessione plenaria del Comintern nel 1934 e successivamente nel VII Congresso nel 1935, riferendosi principalmente al fascismo tedesco.
Dittatura fascista e monopoli: l’autonomia della politica rispetto all’economia
Sebbene i monopoli si schierino a sostegno del programma fascista, tra loro persistono divergenze di interesse, contraddizioni e rivalità, e pertanto le differenze nelle loro posizioni non scompaiono. Al contrario, la relazione di relativa autonomia tra economia e politica, e tra i monopoli e lo Stato fascista, continua a svolgere un ruolo.
Il fascismo, che sale al potere come sforzo e soluzione dei monopoli per stabilizzare il capitalismo e garantirne il dominio, inizia tuttavia strumentalizzando una serie di rivendicazioni anticapitalistiche e persino avanzando la pretesa di una sorta di “socialismo” — che compariva persino nel nome del partito — e su questa base organizza milizie come le SA (Sturmabteilung /“battaglione d’assalto”, paramilitari nazisti, ndt) e le SS (Schutzstaffel/ Squadre di protezione, gruppo paramilitare fondato dal Partito nazista, ndt), creando così delle difficoltà.
Oltre alla difficoltà di essere salito al potere all’indomani della devastante crisi economica mondiale del 1929, le elevate spese pubbliche richieste dall’enorme industria bellica, rese necessarie dal rifiuto del Trattato di Versailles e dalla richiesta di una nuova spartizione del mondo, furono indubbiamente imposte in primo luogo sulla classe operaia. Tuttavia, anche gli strati “superiori“, compresi i monopoli, dovettero dare il proprio contributo.
Già nel 1934, dopo che il ministro delle finanze aveva dichiarato che «tutte le possibilità di risparmio del popolo tedesco devono essere messe al servizio dello sforzo di riarmo» (Krosigk 1934, citato in Guérin 2014, 259 e sgg.), tutte le casse di risparmio e le banche, con i loro ingenti depositi, furono poste sotto il controllo dello Stato. L’aliquota dell’imposta sul reddito per le società con un fatturato superiore a 100.000 marchi fu aumentata dal 20 al 30 per cento nel 1936, al 35 per cento nel 1938 e al 40 per cento in ciascuno dei due anni successivi. Nel 1938 fu introdotta anche una nuova “imposta di difesa” pari al 30 per cento di tale tassa; le importazioni furono soggette a requisiti di licenza e così via. Nello stesso periodo, gran parte di ciò si poteva osservare anche nei paesi “democratici”.
Sorge l’impressione che lo Stato fascista abbia problemi con i monopoli. Soprattutto nel periodo iniziale, ciò servì anche agli scopi del fascismo nell’ingannare e mobilitare le masse.
Per i monopoli come Thyssen e Krupp, che stavano riavviando i loro laminatoi chiusi durante la crisi, le cui fabbriche funzionavano a pieno regime producendo macchinari e veicoli militari e che assorbivano gran parte della spesa pubblica, la politica di riarmo era auspicabile e vantaggiosa. La sua attuazione stimolò l’economia nel suo complesso, anche se solo temporaneamente, rinviando la crisi, poiché non portò a una produzione orientata a fini produttivi.
I programmi, i piani e le politiche elaborati dal governo fascista per rispondere agli interessi generali dei monopoli e dei monopoli tedeschi – indubbiamente di concerto con i magnati del capitale finanziario e al fine di soddisfare le loro esigenze – inizialmente (e in parte anche in seguito) respinti da singole imprese, furono accettati da alcune volontariamente e da altre più o meno involontariamente.
Queste differenze, che appaiono come espressione della contraddizione tra gli interessi particolari e generali dei singoli monopoli e dell’economia capitalistica monopolistica, nonché della relazione di autonomia tra economia e politica, non sono esclusive delle condizioni della dittatura fascista.
Lo dimostrano esempi quali le pesanti multe inflitte a determinati monopoli in base alle leggi antimonopolistiche negli Stati Uniti e nei paesi europei, l’imposizione di pesanti sanzioni fiscali ad alcuni in Turchia, come Aydın Doğan, e l’esclusione di altri, come Koç, dalle gare d’appalto statali.
Né il fatto che la dittatura fascista, anch’essa legata alla concorrenza e alle contraddizioni tra i monopoli, favorisca gli interessi di determinati monopoli e, in particolare, li soddisfi, significa che essa non sia la forma più reazionaria dello Stato borghese sotto il dominio dei monopoli. Né significa, ad esempio, che si tratti di una dittatura bonapartista dei “fascisti”, dei “leader fascisti”, o di una dittatura “a metà” o, per esempio, “piccolo-borghese”, del tipo in cui determinati monopoli non hanno più l’ultima parola.
Al di là degli esempi di Doğan e Koç, la contraddizione tra i monopoli e la relazione di autonomia tra economia e politica portò, ad esempio, a sanguinosi scontri tra monopoli, generali e leader fascisti sotto la dittatura fascista in Germania; allo scioglimento di parte delle SA e delle SS e alla completa subordinazione del resto allo Stato; all’esecuzione del capo delle SA Röhm e di altri; e a numerosi tentativi di assassinio contro Hitler, l’ultimo dei quali, il 20 luglio 1944, fu seguito dall’esecuzione di numerosi generali, esponenti della borghesia e grandi proprietari terrieri.
La bonapartizzazione del fascismo
In passato, la tesi principale dei socialdemocratici era che il fascismo costituisse un regime bonapartista, e questa tesi ha ancora oggi i suoi sostenitori. La fonte delirante di questa tesi, che non può essere semplicemente interpretata come cecità politica, risiede nel fatto di essere così strettamente legati alla borghesia da non poter attribuire il fascismo ad essa. L’illusione elevata a teoria consiste nel presumere che le classi medie, persino i settori arretrati della classe operaia e, soprattutto, quegli elementi estranei alla classe che furono gettati nello scompiglio dalla distruzione e dalle conseguenze della guerra – che ha acuito tutti gli esiti positivi e negativi nazionali, fra cui l’umiliazione nazionale di tipo versagliese – nonché dalla crisi del capitalismo, e che cercavano una via d’uscita, costituiscano il carattere di classe del regime instaurato sulla base del movimento fascista, che li attira a sé e li trascina al suo seguito. Passare dalla relativa autonomia esistente tra lo Stato, il capitale finanziario e i monopoli all’affermazione secondo cui, di fronte a una classe operaia incapace di prendere il potere, i monopoli avrebbero ceduto il dominio – che essi stessi erano incapaci dir mantenere – a un “Leader/Duce/Reis”, anziché a un imperatore sul modello di un Bonaparte dell’epoca precedente, significa soprattutto non comprendere l’epoca!
- Thalheimer, uno dei leader dell’ala destra del SPD negli anni ’20, afferma quanto segue riguardo al regime fascista in Italia nel suo articolo “Sul fascismo”:
«Le caratteristiche essenziali sono inequivocabilmente comuni alla forma bonapartista di dittatura: ancora una volta l’“indipendenza del potere esecutivo”, la sottomissione politica di tutte le masse, compresa la stessa borghesia, al potere statale fascista, mentre il dominio sociale rimane nelle mani della grande borghesia e dei grandi proprietari terrieri. […] Il partito fascista è la controparte della ‘Banda di dicembre’ di Luigi Bonaparte. La sua composizione sociale: gli elementi declassati di tutte le classi, della nobiltà, della borghesia, della piccola borghesia urbana, dei contadini, della classe operaia. […] Nel caso del fascismo italiano, come in quello del bonapartismo, un assalto fallito da parte del proletariato, seguito da una delusione all’interno della classe operaia, con la borghesia esausta, disunita e impotente, alla ricerca di un salvatore che ne consolidasse il potere sociale.” (Thalheimer, 1930)
Tre autori che hanno raccolto e presentato articoli di Thalheimer e altri scrivono correttamente nella loro “Introduzione”:
“Al fine di stabilizzare il dominio sociale della borghesia, il suo dominio politico diretto è stato sostituito da quello del partito fascista; sotto il fascismo, l’apparato statale di dominio è diventato autonomo anche rispetto alla borghesia. La distinzione tra dominio politico e dominio sociale della classe borghese è una delle categorie più importanti della teoria di Thalheimer.” (Kliem e altri, 1967)
Il “padre dell’austro-marxismo” e socialdemocratico di sinistra Otto Bauer condivide una visione simile:
«Proprio come il bonapartismo del XIX secolo fu il risultato di quell’equilibrio temporaneo di forze tra la borghesia e la nobiltà da un lato, e tra il proletariato e la borghesia dall’altro, […] così anche il nuovo assolutismo fascista è il risultato di uno stato temporaneo di equilibrio in cui né la borghesia era in grado di imporre la propria volontà al proletariato con i vecchi metodi legali, né il proletariato era in grado di liberarsi dal dominio borghese, e entrambe le classi caddero quindi sotto la dittatura delle bande violente che la classe capitalista aveva utilizzato contro il proletariato, finché quest’ultimo non dovette infine sottomettersi alla loro dittatura». (Bauer, 1967)
Capi carismatici o leader alla guida di masse organizzate e di milizie terroristiche aggressive, la cui parola è legge, sfruttano l’incapacità della borghesia e del proletariato di sconfiggersi a vicenda e sottopongono entrambe le classi alla loro dittatura! Si tratta di un’esagerazione della relativa autonomia della politica rispetto all’economia e dello Stato rispetto alla classe dominante: la borghesia è socialmente dominante, ma politicamente geme sotto la dittatura fascista; «la dittatura fascista scioglie anche le organizzazioni capitalistiche o almeno le pone sotto la propria tutela» (Bauer, 1967)!
Riassumendo: la dittatura fascista non appartiene alla borghesia, almeno politicamente, né è una forma del suo Stato – questa è la formula squallida inventata dai socialdemocratici, e oggi avallata da alcuni intellettuali, per separare la lotta contro il fascismo dalla lotta contro il dominio del capitale finanziario e dei monopoli!
I “leader” populisti di destra con tendenze fasciste non sono scomparsi oggi; al contrario, sono molto in voga, sfruttano i lavoratori e il loro malcontento e li attirano dalla loro parte quando i tradizionali partiti borghesi di sistema, sia di sinistra che di destra, hanno difficoltà a mantenere il controllo sulle masse lavoratrici, e quando la resistenza al sistema – espressa, ad esempio, nell’indifferenza e nella non partecipazione ai parlamenti e alle elezioni – aumenta, ma non è diretta contro il capitalismo in forma organizzata. Una volta messe da parte le apparenze, tuttavia, essi non emulano nemmeno Bonaparte e sono inequivocabilmente difensori degli interessi del capitale finanziario e dei monopoli, indipendentemente da quanto efficacemente riescano a nascondere il loro vero volto.
Fascismo dal basso e dall’alto, la fascistizzazione dello Stato
«Lo sviluppo del fascismo e la dittatura fascista stessa assumono forme diverse nei diversi paesi, a seconda delle condizioni storiche, sociali e politiche, nonchè delle particolarità nazionali e della posizione internazionale dei singoli paesi.» (Dimitrov)
Nella storia esistono parallelismi, ma non ripetizioni. Tuttavia, per quanto riguarda le sue caratteristiche evolutive, il fascismo, nella sua diversità e con tutte le sue differenze, può essere suddiviso in due gruppi generali: “dal basso” e “dall’alto”. Mentre il primo rappresenta la presa del potere da parte del fascismo come movimento di massa dotato di organizzazioni di milizia, il secondo è l’organizzazione del fascismo dall’alto verso il basso attraverso un’organizzazione/partito fascista (o che sta diventando fascista) che occupa un posto specifico nel governo, avvalendosi o impiegando le forze dello Stato, soprattutto l’esercito (e altre forze armate dello Stato).
Ad un certo punto di ogni sviluppo “dal basso”, generalmente dopo l’assunzione del potere governativo, si verifica comunque in ogni caso un processo di fascistizzazione dello Stato (la costruzione del fascismo), cosicché i due processi evolutivi spesso si intrecciano.
L’Italia e la Germania sono esempi di uno sviluppo “dal basso”. Mussolini, che nel 1922 prese il governo grazie alle sue milizie fasciste e a un movimento di massa e portò il fascismo al potere, procedette con cautela. Il movimento operaio e i sindacati, i liberali e la socialdemocrazia erano ancora forti, e l’equilibrio delle forze di classe era sfavorevole; la fascistizzazione dello Stato richiese quindi quasi quattro anni.
Quando Mussolini formò un governo che includeva anche ministri provenienti dalle file dei liberali, emanò un ordine rivolto ai funzionari statali:
«Dobbiamo mantenere la disciplina e il rispetto per gli altri. In nessun caso possiamo violare le libertà personali.» (Mussolini 1922, citato in Guérin, 2014)
I liberali condividevano questa visione e, con il loro sostegno, fu approvata una nuova legge elettorale che assegnava i due terzi dei seggi al partito che avesse ottenuto il 25% dei voti validi. Nelle elezioni del 1924 si presentò una lista congiunta liberale-fascista e il partito fascista aumentò il numero dei propri deputati da 35 a 286.
Allo stesso tempo, tuttavia, i fascisti continuarono la violenta presa di potere nei comuni socialdemocratici, liberali e cattolici e organizzarono attacchi contro i lavoratori e i sindacati, in cui 166 antifascisti furono uccisi nel giro di un anno, tra cui il deputato Matteotti.
Quando i liberali ritirarono il loro sostegno, era ormai troppo tardi, poiché era stato imposto lo stato di emergenza con il pretesto di un presunto attentato contro Mussolini. Il Parlamento e i partiti politici continuarono tuttavia a esistere per qualche tempo.
In Germania, in seguito alla sua nomina a Cancelliere del Reich, Hitler fece in modo che Hindenburg sciogliesse il Reichstag e indisse le elezioni per il 5 marzo. Nel frattempo, la polizia di Berlino fu completamente riorganizzata, i nazisti furono nominati a posizioni di vertice e alla polizia fu concessa l’autorità di vietare le riunioni pubbliche e i giornali dell’opposizione, per cui le fu garantita protezione legale.
Assieme a una “forza di polizia presidenziale”, fu istituita una “Polizia Ausiliaria” forte di 50.000 uomini, composta da membri delle SA e delle SS. Nel giro di due mesi, 51 antifascisti furono uccisi in attacchi nazisti.
Alla vigilia delle elezioni furono diffuse voci su un “colpo di Stato” e, durante una perquisizione nella sede del KPD, sarebbero state rinvenute prove che lo avvaloravano. Poiché ciò non bastava, fu appiccato il fuoco al Reichstag, evento che fu dichiarato come il segnale di un “colpo di Stato comunista”, e lo stesso giorno il Presidente del Reich fu costretto a firmare un decreto che aboliva le libertà costituzionali e imponeva lo stato di emergenza.
La polizia, dotata di poteri illimitati, terrorizzò la popolazione insieme alla milizia fascista, la “Polizia Ausiliaria”. Nelle elezioni tenutesi, mentre venivano assassinati lavoratori militanti, i comizi elettorali dell’opposizione erano vietati e i deputati comunisti venivano arrestati, l’NSDAP ottenne 288 seggi.
Poiché ciò non era sufficiente per ottenere la maggioranza assoluta, il KPD fu messo al bando e diversi deputati socialdemocratici furono arrestati, assicurando così il quorum necessario; il 24 marzo Hitler fu “autorizzato” a governare per decreto in un parlamento occupato da milizie armate.
I partiti di opposizione e i sindacati indesiderati furono successivamente sciolti. Il varco della soglia verso la fascistizzazione dello Stato, che in Italia aveva richiesto anni, in Germania fu compiuto nel giro di due mesi.
Oggi assistiamo da vicino a un altro esempio del processo di “costruzione” o fascistizzazione dello Stato dall’alto, che si avvale di un governo e di istituzioni statali quali l’esercito, la polizia e le forze speciali che hanno preso il potere sia attraverso colpi di Stato militari, come l’11 settembre 1973 in Cile o il 12 settembre 1980 in Turchia, sia essenzialmente attraverso le elezioni, in un processo simile a quello perseguito da Mussolini.
Va osservato che la diversità dei processi di fascistizzazione e di costruzione della dittatura fascista comprende non solo la reciproca compenetrazione delle forme dall’alto e dal basso, ma anche il rapporto del fascismo con la forma democratica della dittatura borghese, il parlamentarismo borghese.
Se la costruzione della dittatura fascista si fonderà con il parlamentarismo borghese, se il fascismo utilizzerà il parlamento, o per quanto tempo il parlamento rimarrà aperto e verrà utilizzato, dipende interamente dall’equilibrio prevalente delle forze di classe.
Se, al di là di ciò, la costruzione fascista potrà effettivamente realizzarsi dipenderà da:
- se, e in che misura, sia possibile reprimere il malcontento e la mobilitazione delle masse operaie e sfruttate e delle loro organizzazioni;
- la misura in cui è possibile conquistare il sostegno delle classi medie; e
- la misura in cui la borghesia è divisa o unita dai conflitti di interesse.
A causa della relativa debolezza della base sociale del fascismo, in Italia negli anni ’20 il parlamento rimase aperto per un lungo periodo, mentre in Turchia, dopo il 12 marzo 1971, non fu mai chiuso; al contrario, fu chiuso in Grecia nel 1967, in Cile nel 1973, nella Germania di Hitler e in Turchia dopo il 12 settembre 1980.
Sia in Turchia che in Brasile, governato dall’indiscutibilmente fascista Bolsonaro, la concreta configurazione dell’equilibrio delle forze di classe determinerà ancora una volta se si instaurerà o meno una dittatura fascista.
La funzione della socialdemocrazia
Negli esempi storici, l’atteggiamento della reazione borghese in generale e della socialdemocrazia in particolare nei confronti del fascismo, con alcune eccezioni, consisteva semplicemente nel parlare invece di combattere, affidandosi allo Stato borghese e ai suoi organi, facilitando così il percorso del fascismo verso il potere.
In Italia, la socialdemocrazia banalizzò i fascisti quando questi contavano ancora solo 35 deputati in parlamento e parlò addirittura del crollo e dello scioglimento del fascismo. Lo stesso avvenne in Germania, e dopo che i voti della socialdemocrazia erano diminuiti nelle elezioni del 1932, scrissero sul loro organo centrale: «Avevamo previsto il crollo del nazionalsocialismo dieci anni fa». Eppure in entrambi i paesi le milizie fasciste stavano facendo vomitare sangue alle masse sfruttate e ai loro combattenti.
Di fronte all’avanzata del fascismo, la socialdemocrazia in entrambi i paesi difese l’ordine esistente, che stava spianando la strada al fascismo, e in Italia implorò il re, mentre in Germania fece appello al presidente del Reich e all’esercito affinché non consegnassero il potere ai fascisti.
In seguito, tuttavia, quando nel 1924 in Italia riponevano ancora le loro speranze nelle elezioni e consideravano una buona campagna elettorale la soluzione, la confederazione sindacale CGL da loro controllata, che chiedeva a Mussolini di porre fine alle atrocità delle bande fasciste, decise di partecipare agli organi consultivi statali e ai dibattiti e dichiarò che «la politica della confederazione sindacale non deve seguire opinioni preconcette» (d’Aragona 1923, citato in Guérin, 2014). Mussolini, al contrario, derise l’opposizione socialdemocratica in aula:
«Cosa stanno facendo i nostri avversari? Che cosa fanno? Organizzano scioperi generali o anche solo scioperi parziali? Organizzano manifestazioni di piazza? Cercano di provocare una rivolta all’interno dell’esercito? Niente di tutto ciò; si accontentano di campagne stampa!» (Mussolini 1924, citato in Guérin, 2014)
In Germania, la socialdemocrazia invitava alla calma. Nel febbraio 1933, dopo che Hitler era diventato Cancelliere del Reich, il presidente del distretto SPD della Grande Berlino, Künstler, dichiarò:
«Soprattutto, non lasciatevi provocare. La vita e la salute degli operai berlinesi sono troppo preziose per essere messe incautamente a rischio; devono essere preservate per il giorno della lotta.» (Künstler 1933, citato in Guérin, 2014)
La notte delle elezioni del 5 marzo, che Hitler aveva organizzato per assicurarsi la maggioranza assoluta, i capi cittadini del Reichsbanner, l’organizzazione di milizia dell’SPD, arrivarono a Berlino in motocicletta e chiesero il permesso di combattere. La risposta che ricevettero fu: «Mantenete la calma! Soprattutto, niente spargimenti di sangue!» (Guérin, 1983)
Eppure il fascismo stesso è spargimento di sangue!
Di fronte all’ascesa del fascismo e all’instaurazione della dittatura fascista, la socialdemocrazia, proprio come oggi, si accontenta di chiacchiere vuote!
Qual è l’alternativa?
È assolutamente impossibile liberarci dal dominio fascista dei monopoli – che è la forma apertamente terroristica dello Stato borghese – adottando la prospettiva di un ritorno ad altre forme dello stesso dominio: forme parlamentari e così via.
Il fascismo è sbocciato nel grembo del parlamentarismo; e sia il parlamentarismo che il fascismo sono forme di dominio monopolistico e dello stesso Stato borghese. Pertanto, è impossibile condurre una lotta coerente contro il fascismo e la dittatura fascista e distruggere il fascismo senza prendere di mira il capitale finanziario e i monopoli, il loro dominio di classe e lo Stato borghese come strumento di tale dominio.
L’alternativa alla dittatura fascista non nasce dalla contraddizione, dalla concorrenza e dalla lotta all’interno della borghesia – principalmente all’interno della borghesia monopolistica, compresi i grandi proprietari terrieri – ma dalla contraddizione e dalla lotta tra i monopoli e la classe operaia e i lavoratori a cui i monopoli ricorrono come soluzione per reprimere la resistenza dei lavoratori e del popolo e assicurarsi il proprio dominio; questa alternativa può essere ricercata al di fuori e al di là del dominio dei monopoli con le sue varie forme. Al di fuori e al di là del capitalismo monopolistico, lo stadio più avanzato del capitalismo, non esiste alcun altro stadio intermedio come il “capitalismo sociale”, ecc., ma solo il socialismo.
Pertanto, un ritorno al sistema parlamentare – indipendentemente dagli aggettivi, come “rafforzato”, che possano esservi associati – non può essere perseguito politicamente; l’alternativa alla dittatura fascista può senza dubbio essere la dittatura del proletariato e le forme di avvicinamento verso di essa, quali un “governo di fronte popolare” e le democrazie popolari.
Ciò anche perché il rovesciamento della dittatura fascista, proprio come la sua instaurazione, non può essere inteso semplicemente come un cambio di governo. La lotta contro il fascismo con la prospettiva di sostituirlo con un’altra forma di dominio monopolistico e un governo borghese, anche se può portare a successi temporanei e parziali, non porterà all’eradicazione del fascismo, ma lascerà la porta aperta al fascismo, che i monopoli – considerati intoccabili – potranno riattivare in condizioni favorevoli quando ne avranno bisogno.
L’approccio corretto consiste nel porsi l’obiettivo di chiamare a rispondere del proprio operato il fascismo e i monopoli che ne costituiscono il fondamento, insieme all’approfondimento dei rapporti di dipendenza dall’imperialismo e al loro saccheggio, alla corruzione e alla tirannia, e di lottare per l’instaurazione del potere popolare al fine di raggiungere questo obiettivo, senza limitarsi alla resistenza contro “l’uomo singolo” e così via.
Il fatto che la lotta antifascista miri al potere popolare piuttosto che al ripristino del parlamento, non può costituire un motivo di indifferenza nei confronti della tendenza del fascismo a violare i diritti e le libertà democratiche, a rendere il parlamento disfunzionale e ad abolirlo; al contrario, il raggiungimento delle libertà politiche è tra gli obiettivi della lotta, e questa lotta può svilupparsi difendendo il parlamento, in quanto istituzione democratico-borghese, dall’attacco fascista.
D’altra parte, il rovesciamento della dittatura fascista e la transizione alla democrazia, così come la sua instaurazione, «assumono forme diverse nei diversi paesi, a seconda delle condizioni storiche, sociali e politiche, nonchè delle particolarità nazionali e della posizione internazionale dei singoli paesi.»
È indiscutibile che l’instaurazione della dittatura fascista sia una questione di controrivoluzione, così come il suo rovesciamento è una questione di rivoluzione (potere), e che la lotta antifascista debba essere condotta in questa prospettiva per ottenere una vittoria concreta.
Da ciò non ne consegue, tuttavia, che non vi saranno posizioni antifasciste liberali o socialdemocratiche di tenore riformista, volte a far rivivere la democrazia borghese e il parlamentarismo, che non si oppongano ai monopoli e al loro dominio, né ne facciano oggetto di lotta, che non comportino alcuna resa dei conti con il fascismo, tanto meno con le sue contraddizioni, e che lascino aperta la porta al ritorno del fascismo come calamità in condizioni favorevoli; né ne consegue che la lotta contro il fascismo debba essere condotta senza alcun rapporto con coloro che sostengono tali posizioni.
Avere la prospettiva di una lotta rivoluzionaria orientata verso il socialismo contro il fascismo e il dominio dei monopoli, e perseguire l’unità del popolo sulla base di questa prospettiva, non esclude la possibilità di alleanze a lungo o breve termine e di blocchi d’azione e di potere con coloro che propongono la “lotta” su piattaforme incoerenti e conformi al sistema; al contrario, include tali possibilità, a condizione che servano a unire il popolo lavoratore contro il fascismo.
D’altra parte, dal fatto che il rovesciamento della dittatura fascista sia una questione di rivoluzione e che la lotta contro il fascismo debba essere condotta come una lotta rivoluzionaria volta a rovesciare il dominio del capitale monopolistico, non si può dedurre che il fascismo non possa essere rovesciato senza una rivoluzione e, ad esempio, non possa essere sostituito da determinate forme di Stato democratico.
Se la lotta rivoluzionaria antifascista, che prende di mira anche il dominio del capitale finanziario, non fosse in grado di determinare un cambio di potere, con l’aggiunta di altri fattori esterni ad essa stessa – quali le esigenze nazionali e internazionali della borghesia – può, come effetto collaterale, portare al rovesciamento del fascismo. Ciò può comunque verificarsi ed è accaduto in Francia, Italia e Grecia verso la fine della Seconda Guerra Mondiale.
D’altra parte, una rivolta popolare spontanea può produrre un risultato simile. Ciò è avvenuto, ad esempio, in Egitto.
Non è del tutto escluso, inoltre, che, in condizioni favorevoli, la lotta antifascista della borghesia non monopolistica all’interno del sistema, delle classi medie e, soprattutto, della piccola borghesia, con il sostegno delle masse, possa ottenere un certo successo.
Infine, un’altra forma di scomparsa della dittatura fascista, che non solo è possibile ma è stata anche osservata, si manifesta sotto forma di “ritirata”, come negli esempi del 12 marzo e del 12 settembre, nel Cile di Pinochet e così via, quando le dittature fasciste sono state sostituite da democrazie limitate.
Quando la lotta di massa della classe operaia e del popolo comincia a creare brecce nella periferia della dittatura fascista e questa diventa incapace di funzionare, mentre i diritti democratici iniziano ad essere esercitati, inizialmente di fatto e gradualmente anche legalmente – come nel caso dell’abolizione degli articoli 141 e 142 del Codice Penale turco – e quando il crollo dell’unità tra le cricche borghesi rende più difficile l’applicazione dei metodi fascisti, anche se l’esercito e i pilastri simili appaiono ancora stabili, può avvenire una transizione relativamente “pacifica” verso il parlamentarismo borghese – come nel caso del 12 settembre, rafforzata dalle istituzioni del tipo del Consiglio dell’Istruzione Superiore da esso creato, dalla nuova costituzione e dalle nuove leggi fasciste.
L’unico criterio che determinerà la forma in cui il fascismo sarà cacciato dalla scena politica è l’equilibrio delle forze di classe.
Non esiste una ricetta; ma l’approccio del partito rivoluzionario della classe operaia è chiaro e indispensabile: la lotta contro il fascismo come componente della rivoluzione proletaria non può essere separata dalla lotta contro l’imperialismo e il dominio dei monopoli.
Note
[1] «Dopo lo scoppio della guerra – di cui entrambi i Krupp, Gustav von Bohlen e Alfried, erano direttamente responsabili – essi diressero l’industria tedesca in violazione dei trattati e del diritto internazionale. Impiegarono lavoratori forzati che erano stati prelevati e trasportati lì da quasi tutti i paesi occupati dalla Germania; costrinsero i prigionieri di guerra a fabbricare armi e munizioni che venivano utilizzate contro i loro stessi paesi. Esistono prove abbondanti del fatto che questi lavoratori, mentre si trovavano sotto la custodia e al servizio della Krupp, fossero sottoalimentati e sottoposti a lavoro eccessivo, subissero abusi e fossero trattati in modo disumano. I documenti sequestrati dimostrano che nel settembre 1944, nelle fabbriche della Krupp erano impiegati 54.990 lavoratori stranieri e 18.902 prigionieri di guerra.» (Tribunale Militare Internazionale 1945)
[2] La borghesia non monopolistica, in quanto classe non sfruttata, rimane uno strato borghese economicamente dominante, sfruttatore e proprietario; tuttavia, proprio come i monopoli hanno accresciuto i propri profitti monopolistici aggiuntivi sottraendole una parte del plusvalore attraverso forme di coercizione non extra-economiche, quali i prezzi di monopolio, il credito, il controllo sulle materie prime e sui mercati, ecc., essi cercano di legarla a sé non solo economicamente ma anche politicamente.
[3] Come affermò Wilhelm Pieck nella sua relazione sull’operato del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista al Settimo Congresso del Comintern, il Partito Comunista Tedesco commise un tempo questo errore:
«In Germania, i comunisti ritennero a lungo che il governo socialdemocratico di Hermann Mueller stesse attuando una fascistizzazione, che il governo Brüning fosse già un governo di dittatura fascista.» (Pieck 1939: 35)
[4] A questo punto non ci soffermiamo né sui cambiamenti determinati dagli sviluppi tecnologici nel settore bancario – ad esempio, lo sviluppo di nuovi sistemi noti come “platform banking” con valute digitali quali il “Bitcoin” – né sulle tendenze o sulle iniziative delle cosiddette “aziende tecnologiche” che operano esclusivamente tramite transazioni digitali e che, ad esempio, hanno emesso la propria “Apple Card”, come Apple e Microsoft; Amazon, che non ha ancora emesso una propria “carta bancaria” ma gestisce negozi Amazon Go senza casse e archivia tutte le informazioni relative alla navigazione online degli utenti in questi negozi o sul proprio sito web; e Facebook, il gigante del web che ha appena acquisito WhatsApp e sta cercando di entrare nel settore bancario.
BIBLIOGRAFIA
Bauer, Otto (1967): “Fascismo”, in: Wolfgang Abendroth/Ossip K. Flechtheim/Iring Fetscher (a cura di), Fascismo e capitalismo: teorie sulle origini sociali e sulla funzione del fascismo, Francoforte sul Meno: Europäische Verlagsanstalt.
Bourderon, Roger (1989): Fascismo, Ideologia e pratiche, Ankara: Onur Yayınları.
Dimitrov, Giorgio (1949), Rapporto al V Congresso del Partito operaio (com.) bulgaro, Centro diffusione stampa del P.C.I. di Roma
https://archive.org/details/dimitrov-rapporto-al-v-congresso/mode/2up
Dimitrov, Georgi (1958): “Sulle misure per la lotta contro il fascismo e i sindacati gialli: contributo alla discussione al Quarto Congresso dell’Internazionale Sindacale Rossa,” in: Opere Scelte, Vol. 2, Berlino: Dietz Verlag
Dimitrov, Giorgio (2013), L’offensiva del fascismo e i compiti dell’Internazionale Comunista nella lotta per l’unità della classe operaia contro il fascismo, Rapporto presentato al VII Congresso dell’Internazionale Comunista il 2 agosto 1935
https://piattaformacomunista.com/GEORGI_DIMITROV_RAPPORTO_VII_OPUSCOLO.pdf
Guérin, Daniel (1983): La peste bruna: resoconti dalla vita quotidiana in Germania nel 1932/33, a cura di Frank Benseler, Francoforte sul Meno: Sendler Verlag.
Guérin, Daniel (2014): Fascismo e grande capitale, Istanbul: Habitus Kitap.
Tribunale militare internazionale (1945): “Risposta degli Stati Uniti alla mozione presentata a nome dell’imputato Gustav Krupp von Bohlen: Il processo di Norimberga, materiali e documenti”, disponibile qui in lingua originale
Kliem, Kurt/Jörg Kammler/Rüdiger Griepenburg (1967): “Introduzione: Sulla teoria del fascismo, in: Wolfgang Abendroth/Ossip K. Flechtheim/Iring Fetscher (a cura di), Fascismo e capitalismo: Teorie sulle origini sociali e sulla funzione del fascismo, Francoforte sul Meno: Europäische Verlagsanstalt.
Lenin, Vladimir (1966), L’imperialismo fase suprema del capitalismo in: Opere Complete, Vol. 22, Editori Riuniti, Roma 1966
Lenin, Vladimir (1965), Intorno a una caricatura del marxismo e all’”economismo imperialistico” in: Opere Complete, Vol. 23, Editori Riuniti, Roma 1965
Pieck, Wilhelm (1939): “Rapporto sulle attività del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista”, in: VII Congresso dell’Internazionale Comunista: resoconto stenografico sintetico dei lavori, Mosca: Casa editrice in lingue straniere. https://archive.org/details/viicongresscominternabridged
Thalheimer, August (1930): “Sul fascismo”, in: Gegen den Strom, disponibile in tedesco su Marxists’ Internet Archive qui
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Articolo del 2022, pubblicato nel 2025 in https://theorieundpraxis.org/was-ist-faschismus-und-was-nicht/
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