La crisi generale del capitalismo e i suoi sviluppi attuali
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“Soltanto la rivoluzione proletaria socialista può trarre l’umanità dal vicolo cieco in cui l’hanno condotta l’imperialismo e le guerre imperialistiche” (V. I. Lenin, 1919).
I principi teorici della crisi generale del capitalismo sono stati elaborati da Lenin contemporaneamente all’analisi dell’imperialismo, quale stadio supremo e ultimo dello sviluppo del capitalismo, e nel corso della creazione dello Stato operaio in Russia.
Già durante la prima guerra mondiale, Lenin era arrivato alla conclusione che era terminata l’epoca dello sviluppo relativamente pacifico del capitalismo e che la guerra imperialista avrebbe inaugurato l’era della rivoluzione socialista.
Questo sviluppo accompagnato da sconvolgimenti nelle forme della produzione e del commercio, accompagnato da progressi politici e dalla formazione degli Stati borghesi, è durato secoli durante i quali venne soppiantata la società feudale. Il suo esaurimento ha lasciato il passo ad un’epoca di reazione, arretramento, decadenza in tutti i settori della vita sociale.
Un’epoca di crisi generale, dalla quale l’umanità, a partire da frazioni nazionali di essa, poteva e può liberarsi mediante processi rivoluzionari.
Lenin elaborò la teoria della crisi generale del capitalismo in una lotta implacabile contro gli economisti borghesi e gli opportunisti della II Internazionale.
L’espressione più eclatante della crisi generale del capitalismo è stata la vittoria di portata storica della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre in URSS e la divisione del mondo in due sistemi: quello capitalista e quello socialista.
Stalin in alcune sue opere (Principi del leninismo, Questioni del Leninismo, Problemi
economici del socialismo in URSS, i Rapporti ai Congressi e alle conferenze del Partito) ha sviluppato le tesi di Lenin sulla natura economica e politica dell’imperialismo e la crisi generale del capitalismo.
Ha fornito un’analisi dettagliata della crisi generale del capitalismo e delle sue prime fasi: la prima, che è iniziata nel periodo della prima guerra mondiale, e la seconda, che si è aperta durante la seconda guerra mondiale, specie dopo che i paesi a democrazia popolare in Europa e in Asia si distaccarono dal sistema capitalistico.
Una giusta comprensione della crisi generale del capitalismo e dei suoi sviluppi costituisce per i partiti e le organizzazioni marxisti-leninisti una condizione essenziale per elaborare una strategia e una tattica rivoluzionarie.
Fallimento del capitalismo e nascita della società socialista
La crisi generale del capitalismo investe l’intero ordinamento sociale borghese ed è caratterizzata da guerre e rivoluzioni, dalla lotta tra il capitalismo agonizzante e il socialismo storicamente ascendente. Essa abbraccia tutti gli aspetti del capitalismo (economici, politici, istituzionali, ideologici, sociali, militari, ambientali, sanitari, demografici, culturali, morali, energetici, alimentari…) a livello mondiale e per un intero periodo storico.
Ciò significa che le contraddizioni intrinseche del sistema capitalistico, fra cui quella fondamentale fra il carattere sociale del processo produttivo e la forma capitalistica privata di appropriazione dei beni prodotti, si sono estese nella fase imperialistica in tutti i campi e in tutti gli aspetti della vita sociale, rendendo più profondi gli antagonismi di classe.
La crisi generale del capitalismo è la crisi della struttura e della sovrastruttura dell’ordine borghese in tutta la loro estensione. Essa si basa sulla decomposizione e l’imputridimento sempre più avanzato del sistema capitalistico mondiale, sulla rottura dell’equilibrio al suo interno, che conduce alla formazione di blocchi aggressivi di Stati imperialisti e alle guerre, determinando un’intera epoca di maturazione della rivoluzione socialista in diversi paesi.
La crisi generale del capitalismo non è una parentesi passeggera, ma comprende un lungo periodo di rovesci economici e politici, di acutizzazione della lotta di classe, di periodi di rivoluzione e di reazione, di pace e di guerra, di momenti di maggiore acutizzazione dei fenomeni tipici della crisi generale e di stabilizzazioni relative e provvisorie, di crescenti contrasti sociali.
Visto nel suo svolgimento questo lungo periodo è un periodo di “fallimento del capitalismo in tutta la sua estensione e di nascita della società socialista” (Lenin, Rapporto sulla revisione del programma e sul cambiamento della denominazione del Partito, marzo 1918).
Dunque, non tanti singoli episodi scollegati, bensì un unico processo storico di crisi di un sistema per il quale da tempo è giunto il momento di essere sostituito da una formazione economico-sociale superiore.
Caratteristica fondamentale della crisi generale del capitalismo è la tendenza agli sviluppi rivoluzionari, l’aspra lotta fra le classi a livello nazionale e internazionale, fra proletariato e borghesia, fra le nazioni e i popoli oppressi e l’imperialismo.
Crisi generale e crisi cicliche economiche
La crisi generale del capitalismo non va confusa, come spesso accade, con le crisi cicliche economiche e non può essere ridotta a esse, poiché esprime un’intera epoca di declino e disfacimento del sistema capitalista-imperialista. Va dunque compresa l’interazione dialettica e storica fra crisi generale e crisi cicliche.
Da una parte, le “ordinarie” crisi periodiche colpiscono con una persistenza e violenza senza precedenti, a causa dell’acutizzarsi delle contraddizioni intrinseche del capitalismo con la dominazione dei monopoli.
Dall’altra parte, le distruzioni provocate dalle crisi periodiche alimentano e approfondiscono ulteriormente la crisi generale del sistema capitalistico, che a sua volta rende le crisi cicliche più profonde poiché il sistema entra nel ciclo successivo con una base generalmente più fragile e con minore capacità di rilanciare l’accumulazione.
Le crisi economiche e finanziarie che attanagliano il mondo capitalistico hanno inasprito e causato un ampliamento senza precedenti di molti fenomeni specifici e distruttivi della crisi generale del capitalismo; hanno aumentato notevolmente l’instabilità del sistema e accelerato il processo di decomposizione dell’ordine imperialista.
Queste devastanti e poliedriche crisi, che vengono superate solo preparando la strada ad altre crisi più estese e distruttive, confermano che i rapporti di produzione capitalistici entrano in un contrasto sempre più stridente con le forze produttive, che divengono maggiormente potenti e socializzate.
Le crisi economiche provocano un’acutizzazione considerevole delle contraddizioni sia all’interno dei paesi imperialisti e capitalistici, che tra di essi. La soluzione di queste contraddizioni viene cercata nella preparazione di guerre per una nuova ripartizione del mondo.
Ecco alcuni tratti caratteristici della crisi generale del capitalismo nella sfera economica:
– la marcata tendenza alla caduta del saggio di profitto e l’approfondimento delle crisi cicliche di sovrapproduzione relativa, che si estendono rapidamente a livello internazionale;
– il cambiamento della forma del ciclo economico, con lunghi periodi di stagnazione, fasi di ripresa lente e maggiore frequenza dei periodi di crisi;
– una diminuzione generale dei ritmi di accrescimento della produzione;
– l’acutizzazione del problema dei mercati di sbocco e della concorrenza fra capitalisti;
– l’intreccio fra le crisi industriali e quelle agrarie, con il peggioramento della crisi economica in generale;
– la crescente formazione di capitale fittizio fino alla formazione di bolle finanziarie che, esplodendo, si ripercuotono in modo pesante sull’economia reale;
– Il rafforzamento del dominio dei monopoli nell’agricoltura dei paesi capitalisti e la rovina dei ceti contadini;
– la dilatazione dei debiti statali e la militarizzazione dell’economia, che prepara l’inizio di nuove crisi economica e guerre;
– l’elevata inflazione legata ai prezzi di monopolio e alle politiche statali;
– l’accentuazione dell’impoverimento della classe operaia e della contraddizione fra produzione e consumo;
– un elevato livello di disoccupazione cronica, con un considerevole aumento del numero dei disoccupati e della durata del periodo d’inattività, specie per le giovani generazioni.
Manifestazioni della crisi generale in campo politico
Nel corso della crisi generale del capitalismo la borghesia, preoccupata di ritardare il fallimento del sistema capitalistico e di mantenere il proprio dominio, conduce l’offensiva contro le condizioni di vita e di diritti democratici dei lavoratori, tende costantemente a instaurare metodi repressivi, polizieschi e fascisti di governo.
All’interno dei paesi imperialisti la crisi generale si manifesta in campo politico sotto forma di attacco della borghesia contro le conquiste e le libertà della classe operaia, di svuotamento delle prerogative dei parlamenti borghesi, allo scopo di instaurare regimi reazionari e fascisti.
Non essendo più in grado di governare con i vecchi metodi del parlamentarismo e della
democrazia borghese, le classi dominanti di taluni paesi imperialisti e capitalisti – come abbiamo visto lo scorso secolo in Italia, Germania, Giappone, Spagna, Portogallo, Ungheria, Romania, Croazia, Cile, ecc. – instaurano regimi fascisti.
Il fascismo è l’aperta dittatura terrorista dei gruppi più reazionari, più sciovinisti e più aggressivi del capitale finanziario. Esso si propone di distruggere all’interno del paese le organizzazioni della classe operaia e di schiacciare tutte le forze progressiste; all’estero, si propone di preparare e sviluppare la guerra di conquista per il dominio mondiale.
Oggi il fascismo è di nuovo in ascesa in diversi paesi. Esso può essere compreso solo in legame con l’imperialismo, quale espressione politica dell’approfondimento della crisi generale del capitalismo.
Ma non è solo il fascismo a caratterizzare l’offensiva reazionaria diretta dai monopoli capitalistici. La limitata e monca partecipazione delle masse ai processi democratici viene progressivamente sostituita dalla subordinazione al potere discrezionale delle autorità politiche e amministrative, fino alla costruzione di stati di polizia.
Decisioni importanti che incidono sulla vita dei cittadini sono sempre più prese da chi detiene il potere economico-finanziario senza alcuna mediazione politica e parlamentare.
La crisi della democrazia borghese è un fattore essenziale della crisi generale del capitalismo, e da essa derivano l’espansione della corruzione, la distruzione dei diritti democratici e dello stesso “stato di diritto”, la crescente insicurezza sociale, l’inasprimento delle tensioni sociali, derivanti dalla gestione della crisi nell’interesse della classe dominante.
I circoli più reazionari della borghesia cercano una via di uscita alla crisi generale del capitalismo attraverso la guerra, la fascistizzazione della vita politica e il militarismo.
Declino e degrado sociale, aumento della criminalità e dell’aggressività, difficoltà di integrazione e insicurezza dilagante, sono conseguenze di queste politiche.
Allo stesso tempo appare sempre più evidente il carattere antipopolare, antidemocratico e antinazionale del dominio borghese.
Di fronte a quest’offensiva multilaterale la classe operaia e i popoli reagiscono rafforzando la loro protesta, la mobilitazione antifascista, la lotta rivoluzionaria per il socialismo.
* * *
Lo sviluppo storico della crisi generale del capitalismo
Le fasi che descriviamo sinteticamente di seguito, divisibili in periodi o tappe, non vanno interpretate come blocchi rigidi, ma descrivono nel loro insieme lo svolgimento storico e l’andamento della crisi generale del capitalismo, il suo approfondimento e la rottura degli equilibri precedenti.
Le fasi sono le tappe di sviluppo della crisi generale del capitalismo, che è permanente e irreversibile, anche quando è meno visibile. La crisi generale non ha “interruzioni” o “soluzioni di continuità”, ma si sviluppa intrecciandosi con le ondate della lotta di classe. Pertanto non esiste una prima, una seconda e una terza crisi generale del capitalismo, staccate l’una dall’altra.
Questo grave errore serve a dimostrare la possibilità di trovare una soluzione alla crisi generale nell’ambito stesso dell’imperialismo.
E’ del tutto evidente quali sono le conseguenze sul piano politico di tal errore teorico, che porta acqua al mulino socialdemocratico.
Prima fase
Scatenatasi nel corso della prima guerra mondiale, la crisi generale del capitalismo si è estesa specialmente dopo la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre e il distacco dell’Unione Sovietica dal sistema capitalistico.
Ciò segnò una svolta radicale nella storia dell’umanità, inaugurando un’epoca nuova, l’epoca delle rivoluzioni proletarie nei paesi dell’imperialismo, quella del movimento di liberazione nazionale nelle colonie.
Grandi masse entrarono nel torrente rivoluzionario e il mondo si divise in due sistemi, il sistema capitalista e il sistema socialista, fornendo l’espressione più chiara della crisi generale del capitalismo.
Si vide comparire così una contraddizione nuova e di portata universale: la contraddizione tra il capitalismo agonizzante e il socialismo ascendente, con il suo andamento storico non lineare. Fu questa la prima fase della crisi generale del capitalismo.
In questa prima fase si ruppe la catena imperialista e iniziò a svilupparsi in estensione e profondità la crisi del sistema coloniale dell’imperialismo, che comprende l’acutizzazione brutale delle contraddizioni tra le potenze imperialiste e le colonie e i paesi dipendenti; lo sviluppo della lotta per la liberazione nazionale dei popoli oppressi di questi paesi.
Le colonie e i paesi dipendenti, da riserve dell’imperialismo si trasformano così in riserve della rivoluzione socialista.
Durante questa fase, nel periodo 1924-1929 avvenne l’ascesa di regimi fascisti come risposta alla grave crisi della borghesia e all’avanzata del movimento rivoluzionario e scoppiò la grande crisi del 1929. Nello stesso tempo si consolidò l’URSS come primo stato socialista. Dopo questo periodo iniziò la preparazione della seconda guerra mondiale.
Seconda fase
Nel corso della seconda guerra mondiale è iniziata la seconda fase della crisi generale del capitalismo.
Essa si è sviluppata dopo l’annientamento degli stati fascisti da parte dell’Unione Sovietica, dei partigiani e delle forze armate dei paesi della coalizione anti-hitleriana, e il seguente distacco dei paesi a democrazia popolare d’Europa e d’Asia dal sistema capitalistico.
Su questa base, apparve una rottura netta dell’equilibrio all’interno del sistema mondiale del capitalismo e una nuova modificazione dei rapporti di forza tra il socialismo e il capitalismo, in favore del primo e a detrimento del secondo. Il risultato economico dell’esistenza dei due campi opposti fu che il mercato unico, universale, si disgregò, per cui si crearono due mercati mondiali paralleli, anch’essi opposti tra loro.
La seconda fase della crisi generale del capitalismo è stata caratterizzata anche dal peggioramento della crisi del sistema coloniale.
L’esito della seconda guerra mondiale e la lotta sempre più intensa per la liberazione nazionale dei paesi coloniali e dipendenti hanno determinato la disgregazione del sistema coloniale dell’imperialismo. Il movimento democratico di liberazione nazionale ottenne successi in paesi dell’Asia (Cina), Africa (Algeria, Egitto, Ghana, Angola, etc.), Caraibi (Cuba), etc. Ciò accrebbe le difficoltà economiche e politiche dei paesi capitalisti e imperialisti, minando le fondamenta dell’insieme del sistema imperialistico e provocando un peggioramento della crisi generale del capitalismo.
L’avvento del moderno revisionismo al potere in URSS e in altri paesi che avevano imboccato la via del socialismo ha portato a un rallentamento del processo della crisi generale del capitalismo e a un periodo di stabilizzazione relativa e temporanea, caratterizzata dal rafforzamento del capitalismo monopolistico di stato e dal “welfare state”. Tuttavia, grandi contraddizioni si sono accumulate di nuovo, a un livello più alto.
Terza fase
L’inizio della terza fase della crisi generale del capitalismo, è databile verso la fine degli anni ‘60 del Novecento, quando si esaurì l’espansione economica post-bellica e cominciarono a manifestarsi negli USA crisi cicliche da sovrapproduzione (1969-70, 1973-75, 1980-82) che assunsero dimensioni mondiali, accompagnate da crisi settoriali (energetica, delle materie prime, alimentare, ecc), inflazione galoppante. Terminò così la stabilizzazione relativa e temporanea del capitalismo.
La crisi economica ebbe come effetto l’abbandono da parte degli USA degli accordi di Bretton Woods (inconvertibilità del dollaro), l’aumento di prezzo delle materie prime e del petrolio, la stagflazione, la disoccupazione persistente di massa, il ricorso massiccio alla speculazione finanziaria come panacea all’insufficiente valorizzazione del capitale nel ciclo produttivo, la crisi duratura di interi settori produttivi e del mercato mondiale, ecc.
In questo periodo si sono verificati grandi ondate di protesta operaia e studentesca nelle metropoli (per i diritti, contro la guerra, etc.), movimenti di emancipazione delle donne, lotte a fianco delle lotte dei popoli oppressi, lotte per la liberazione nazionale (Vietnam, Palestina), e per l’abolizione dell’apartheid (Sudafrica).
Durante gli anni ‘80 i fenomeni economici negativi si sono esacerbati, nonostante le riprese momentanee, generando nuove profonde crisi economiche, stagnazione tendenziale e profonde ristrutturazioni della base produttiva, con la crisi del fordismo e il passaggio al toyotismo, le privatizzazioni, le delocalizzazioni, il predominio della sfera finanziaria, etc.
La terza fase della crisi generale del capitalismo è caratterizzata dal diffondersi del neoliberismo, da una profonda offensiva contro il movimento operaio e sindacale, da un nuovo peggioramento della situazione materiale delle masse lavoratrici.
Ne è derivata la caduta del salario reale della classe operaia, l’accrescimento dell’esercito permanente dei disoccupati, una diffusa applicazione dei sistemi di sovraffaticamento in materia di organizzazione del lavoro, l’inflazione e il carovita, l’aumento dei carichi fiscali, il peggioramento della situazione delle masse contadine nei paesi capitalisti.
Allo stesso tempo si sono verificate l’accentuazione dello sfruttamento e dell’oppressione dei paesi dipendenti e coloniali, così come la rapina delle materie prime.
Caratteristica di questa terza fase è la crescita degli effettivi della classe operaia nei paesi dipendenti e coloniali, lo sviluppo e l’intensificazione della lotta per la liberazione nazionale dei popoli di questi paesi, sempre più legato alla lotta di classe per la rivoluzione socialista che si svolge nelle metropoli.
Il periodo attuale
Nella nostra opinione il periodo in cui ci troviamo va compreso come la prosecuzione e l’intensificazione della terza fase della crisi generale del capitalismo, con importanti mutamenti e nuove specificità storiche.
L’attuale periodo inizia con la fine della “Guerra fredda” a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90 dello scorso secolo, caratterizzandosi con il crollo del revisionismo al potere, la dissoluzione dell’URSS e della Jugoslavia, la continua espansione della NATO e della UE a est, l’aggressione alla prima guerra del Golfo e l’invasione dell’Iraq, la globalizzazione finanziaria, con una straordinaria concentrazione della ricchezza socialmente prodotta e continui assalti al movimento operaio accompagnati dalla più intensa campagna anticomunista della storia.
L’apparente “vittoria” del capitalismo non ha posto fine alla crisi generale e non ha cambiato il carattere della nostra epoca, che rimane l’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria, ha invece acuito e accelerato le principali insanabili contraddizioni del sistema.
Nell’attuale periodo della terza fase, la crisi generale del capitalismo si è aggravata con la grande crisi finanziaria del 2007-09, la crisi del debito sovrano in Europa, la pandemia, la guerra fra USA/NATO Russia in Ucraina e le altre guerre regionali, l’approfondimento della crisi climatica, la tendenza alla diminuzione dei saggi di crescita economica, gli enormi debiti statali, la lotta per l’egemonia mondiale fra l’imperialismo statunitense in declino e quello cinese in ascesa. Tutto ciò caratterizza uno scenario convulso, in cui un maggior numero di briganti imperialisti entra nella contesa per una nuova spartizione del mondo.
Questi sviluppi hanno distrutto l’illusione della “fine della storia”, mentre l’ineguale sviluppo economico e politico dei paesi capitalisti ha portato a un aumento delle dispute economiche, politiche e militari fra le potenze capitaliste e imperialiste.
Nella sfera ideologica sono emersi fenomeni di decomposizione: irrazionalismo, perdita di visione storica e critica, concezioni individualistiche frammentate, mercificazione della cultura, dell’arte, dell’intrattenimento. Fenomeni amplificati dall’utilizzo di Internet e dei social media.
In questo periodo si sono verificate grandi sollevazioni popolari come quelle che si sono succedute nei paesi arabi nel 2010-12, le proteste sociali nei paesi latinoamericani, le grandi mobilitazioni che si sono svolte e si svolgono contro le politiche neoliberiste, di austerità e di guerra, la disuguaglianza, la repressione poliziesca, il razzismo e il fascismo.
Gli avvenimenti e i fenomeni degli ultimi due decenni provano ampiamente la crisi generale del capitalismo si è approfondita sotto ogni aspetto, preludendo a nuovi sconvolgimenti rivoluzionari.
* * *
Caratteristiche del periodo attuale
a) La situazione odierna si caratterizza per molteplici crisi che convivono e si alimentano tra loro: recessione, pandemia, guerre, inflazione, crisi climatica, tensioni sulle catene globali del valore, instabilità geopolitica e sociale…
E’ la contemporaneità e la combinazione di queste manifestazioni della crisi, la mobilità dei loro legami obiettivi, il loro condizionamento reciproco, che caratterizzano lo sviluppo della crisi generale del capitalismo nel periodo attuale.
Le conseguenze di una crisi parziale servono da base per l’aggravarsi di nuove crisi, rendendo il quadro complessivo della crisi generale assai più grave e complesso della somma delle singole crisi.
L’interdipendenza e l’influenza reciproca, il concatenamento di cause ed effetti, l’accavallamento delle differenti crisi che si manifestano sul terreno economico, sovrastrutturale, sociale, ecologico, etc., possono essere comprese solo dal punto di vista del peggioramento della crisi generale del capitalismo che descrive un’intera epoca di decomposizione e fallimento del capitalismo.
Osserviamo per esempio la crisi climatica, che è un aspetto della più ampia crisi ambientale, a sua volta manifestazione della crisi generale. Essa è l’inevitabile risultato della legge generale dell’accumulazione capitalistica che con l’incessante corsa a valorizzare capitali sempre più grandi in tempi sempre più brevi, a espandere illimitatamente la produzione, determina il progressivo e inarrestabile degrado dell’ambiente naturale attraverso l’uso massiccio di combustibili fossili e l’emissione nell’atmosfera di gas serra, la deforestazione, l’inquinamento, forme di uso intensivo del suolo, etc.
Ma la crisi climatica, con le ondate di calore ed eventi atmosferici estremi, non è solo un fenomeno “naturale” e non comporta solo danni biologici.
Il surriscaldamento provoca morti sul lavoro, interruzioni nell’attività produttiva e nei servizi (es. il turismo), gravi problemi nell’agricoltura e nella pesca, perdita di posti di lavoro, aumento dei prezzi dei beni alimentari, diminuzione del PIL; la desertificazione aumenta la competizione imperialista per acqua, terra, energia; lo stress climatico porta a migrazioni forzate e conflitti locali, colpisce particolarmente classi e strati sociali più deboli e aggrava le disuguaglianze sociali; il caldo determina scioglimento dei ghiacci, alluvioni e frane; siccità e incendi generano proteste di massa, instabilità e conflitti politici.
Dunque, la crisi climatica, manifestazione dei limiti sociali e fisici dell’accumulazione capitalistica, è un “moltiplicatore” perché accelera le altre crisi sociali e naturali, le rende più acute, più intense e più difficili da gestire per la classe dominante.
Un altro esempio: la pandemia 2020-22, non è stata solo un fenomeno sanitario che ha provocato circa16 milioni di vittime, ma ha determinato blocchi economici, alta inflazione, crisi delle catene di approvvigionamento e conflitti sociali.
Ancora un esempio: la guerra di USA e Israele contro l’Iran ha alimentato inflazione e crisi energetica, che a loro volta aumentano le disuguaglianze sociali e l’instabilità politica; allo stesso tempo le operazioni militari, bombardamenti, etc., alimentano la crisi climatica, con le emissioni di gas serra (solo nelle prime due settimane del conflitto sono state generate oltre 5 milioni di tonnellate di CO2), e il degrado ambientale.
Siamo di fronte a un insieme di crisi simultanee non separate, ma incatenate e inscritte nel quadro della crisi generale del capitalismo. Ogni manifestazione della crisi generale è interconnessa e interdipendente con le altre, le alimenta e aggrava la crisi generale; l’aggravamento della crisi generale esacerba a sua volta le crisi parziali.
b) Caratteristica del periodo attuale della crisi generale è l’instabilità continua del sistema capitalista-imperialista che passa da uno “stato di emergenza” a quello successivo.
Le diverse emergenze critiche (economica, climatica, sanitaria, bellica, migratoria, etc.) si susseguono e si sovrappongono senza soluzione di continuità e senza possibilità di soluzione definitiva nell’ambito del capitalismo.
Le conseguenze di queste crisi hanno accentuato la putrefazione del capitalismo e compromesso irrimediabilmente il suo equilibrio.
Il mondo capitalista-imperialista vive immerso “da una crisi all’altra”, in situazione di precarietà, imprevedibilità, tensione e scosse incessanti di diversa natura, senza ritorno a una “normalità” che non sia quella delle crisi stesse.
Crisi economica ciclica, pandemia, inflazione, guerre, crisi energetica, crisi climatica, alimentare, ecc., sono gli aspetti di una condizione d’instabilità e insostenibilità generalizzata con minacce e pericoli di diverso carattere che si susseguono, si sovrappongono e si trascinano per anni senza risolversi, con una dimensione globale ed effetti simultanei, producendo conseguenze distruttive nelle condizioni di vita del proletariato e dei popoli.
* * *
La borghesia di fronte agli sviluppi della crisi generale
Siamo in una fase di aggravamento della crisi generale del capitalismo e delle crisi parziali, di accentuazione dei conflitti fra le classi, fra i monopoli e gli Stati capitalisti e imperialisti, fra questi ultimi e i popoli oppressi.
La borghesia liberale per descrivere la situazione odierna parla di “poli-crisi” e di “perma-crisi”, limitandosi alla forma empirica delle crisi parziali e negando l’esistenza della crisi generale del proprio modo di produzione.
Tratta la situazione come un problema di “governance”, fa risalire i problemi esistenti al modello neoliberista, scarica la responsabilità delle crisi sugli individui, chiama lo Stato a “resilientizzare “ il sistema, alla gestione coordinata delle crisi, a stabilizzare i mercati, ecc.
I socialdemocratici tentano di correggere alcuni effetti peggiori del capitalismo, senza toccare la proprietà dei mezzi di produzione e la divisione in classi antagoniste della società.
La classe dominante e i propri difensori non riconoscono e non vogliono mettere in discussione le cause strutturali, di fondo, della crisi generale, cercano di nascondere agli occhi dei lavoratori e dei popoli le contraddizioni interne e la decadenza del modo di produzione vigente, che vuole perpetuare a ogni costo, assieme ai propri inauditi profitti e privilegi.
La borghesia con le sue forze populiste, scioviniste e fasciste promuove la mobilitazione reazionaria delle masse. Si sforza di infondere tra di esse il senso di impotenza, negando che vi sia una soluzione sistemica ai problemi attuali, focalizzandosi sulla loro gestione, mitigazione e adattamento nell’ambito del sistema vigente.
Dal canto loro i capi della socialdemocrazia si pongono sul terreno della collaborazione di classe e ostacolano l’unità combattiva del proletariato e dei popoli oppressi nella lotta contro l’imperialismo e il capitalismo.
La via di uscita rivoluzionaria dalla crisi generale del capitalismo
In un mondo caratterizzato da un’intensa lotta per la sua ripartizione da parte delle potenze imperialiste, da disordine economico, corruzione e reazione politica, dalla crescente pressione sulle masse lavoratrici ed estrema disuguaglianza sociale, dall’aggravamento della crisi generale e da crisi parziali concatenate, lo sviluppo della resistenza dei lavoratori sfruttati e grandi ondate di movimenti di massa sono inevitabili.
I proletari, le giovani generazioni e le donne delle classi oppresse affrontano oggi una realtà che permette loro di vedere chiaramente ciò che il capitalismo offre: peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, sfruttamento intensificato, carovita e miseria, riarmo e guerre ingiuste, applicazione di misure reazionarie e fasciste, devastazione ambientale, sacrifici senza fine (anche nelle fasi ascendenti del ciclo economico), nessun futuro degno di questo nome.
Mentre la sfiducia nelle istituzioni borghesi incapaci di risolvere crisi ed emergenze interconnesse, è in crescita, settori di proletari e di giovani generazioni comprendono più facilmente che la rottura rivoluzionaria è la via per liberarsi dalla barbarie del capitalismo.
Le contraddizioni della fase attuale della crisi generale del capitalismo, che ricadono pesantemente sulle masse lavoratrici, rendono più facile il passaggio dalle rivendicazioni settoriali alla critica dell’intero sistema capitalistico.
Si creano condizioni per cui i movimenti di resistenze ai singoli aspetti della crisi generale tendono a superare la loro parzialità, stabilire pratiche di mutuo aiuto, piattaforme e alleanze di lotta con un’analisi comune delle crisi.
Ad esempio, il legame fra movimenti ecologisti e il movimento operaio e sindacale è cresciuto significativamente negli ultimi anni, passando dalla diffidenza a forme di collaborazione che si sono espresse negli “scioperi climatici” legati alla salute e alla sicurezza sul lavoro.
I fronti della lotta del proletariato e dei popoli sono obiettivamente più interconnessi, si sviluppano e si rafforzano reciprocamente, assumendo un carattere politico aperto. Manifestazioni acute di crisi parziali possono agire da catalizzatori e acceleratori di questo processo che può raggiungere dimensioni quantitative e qualitative superiori. Ciò a condizione che il Partito rivoluzionario del proletariato sappia compiere l’analisi concreta della situazione, individuando le classi in gioco e i loro rapporti reciproci, le condizioni e le contraddizioni esistenti, per svolgere una funzione di unificazione, mobilitazione e direzione cosciente delle masse sfruttate e oppresse.
L’aggravarsi della crisi generale del capitalismo non conduce al tracollo automatico del capitalismo, ma crea i presupposti dello sviluppo e della radicalizzazione della lotta per un nuovo e superiore ordinamento sociale, del tutto possibile, necessario e urgente.
Si vanno accumulando condizioni oggettive e soggettive che permetteranno dapprima a una o alcune sezioni del proletariato di spezzare la catena imperialistica e poi alla maggior parte di esse di fuoriuscire dalla crisi generale della società capitalistica rompendo il soffocante l’involucro capitalista-imperialista, prendendo nelle proprie mani il potere economico e politico per edificare il socialismo, primo stadio della società comunista, la sola via di uscita che esista per l’umanità.
Agosto 2026
Organizzazione per il partito comunista del proletariato
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