Livorno, gennaio 2020 – 99° anniversario costituzione PCd’I
LIVORNO, 25 GENNAIO 2020, SALA A. SIMONI, INTERVENTO SUL 99° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA (PCdI)
99 anni fa con la fondazione del PCd’I finì la preistoria ed ebbe inizio la storia del proletariato rivoluzionario nel nostro paese.
Il congresso di Livorno rappresentò infatti il primo e riuscito tentativo da parte degli operai italiani di esprimere dal loro seno un partito indipendente di classe con una direzione rivoluzionaria, che prima non esisteva.
La fondazione del Partito avvenne nel corso della situazione rivoluzionaria creata in Europa dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione proletaria in Russia, che in Italia dettero origine -nel biennio 1919-20 – a una serie di dure lotte operaie e popolari culminate nell’occupazione armata dellefabbriche, di cui ricorre il 100° anniversario nel prossimo settembre.
Il P.C.d’I. nacque in questo momento critico dell’intera società italiana, separando la parte più avanzata e cosciente del proletariato dal riformismo e dal massimalismo, cioè dall’opportunismo di allora.
La fondazione del P.C.d’I. nel 1921 dimostra che finché si hanno nelle proprie file i rappresentanti dell’opportunismo non è possibile uscire dalla debolezza, dalla confusione e dalla divisione che caratterizzano oggi il movimento operaio, non è possibile dar vita a una coerente politica di classe e non si può seguire nessuna prospettiva di trasformazione rivoluzionaria della società.
Di grande importanza per noi comunisti del XXI secolo è ricordare il processo unitario che portò alla fondazione del nuovo Partito negli anni Venti del secolo scorso.
Concorsero infatti alla nascita del P.C.d’I. compagni provenienti da diverse esperienze di lotta che, nei convegni di Milano e di Imola del 1920, seppero costruire insieme quella frazione comunista che si presentò unitariamente a Livorno contro i riformisti e i serratiani.
Certamente nel 1921, al momento della nascita del Partito Comunista d’Italia, l’omogeneità ideologica dei suoi dirigenti e militanti non era ancora completa.
Ma, sotto la guida della Terza Internazionale e attraverso quello che fu allora chiamato il processo di «bolscevizzazione», l’assimilazione del leninismo fu sostanzialmente raggiunta fra il 1924 e il 1927, e il Partito – con le tesi del suo Terzo Congresso – poté darsi alfine una piattaforma conseguentemente internazionalista e rivoluzionaria.
Specialmente con la direzione di Antonio Gramsci – il più grande dirigente comunista italiano del secolo scorso – il bolscevismo si fece strada e furono elaborate la strategia e la tattica per la conquista del potere e l’ egemonia della classe operaia.
Fu necessaria la scissione? Se, come osservò Gramsci, il non essere riuscitia portare nel nuovo Partito la maggioranza dei congressisti di Livorno giovò alle forze reazionarie, non vi è dubbio che la nascita della Sezione italiana dell’Internazionale Comunista fu un grande risultato storico, una grande vittoria dei proletariato italiano.
La fondazione del PCd’I ha segnato una svolta indelebile nella vita politica, nella cultura, nella mentalità degli elementi più avanzati e combattivi della classe operaia.
Ai riformisti e ai rinnegati che non hanno mai digerito quella scissione e vorrebbero riscrivere la storia, rispondiamo che lo “strappo” dall’ opportunismo e dal gradualismo, il distacco dall’ideologia borghese e l’unificazione intorno alla ideologia rivoluzionaria del proletariato, la conseguente collocazione internazionale dei comunisti, mantengono per intero il loro significato e la loro validità.
Il PCdI si forgiò nella lotta. Appena costituito fu aggredito da tutti i lati. Con la coraggiosa lotta contro il fascismo, poi nella guerra di Spagna, nella Resistenza e con la vittoriosa lotta di liberazione dal nazifascismo, il Partito acquisì forza e si legò alle masse, fornendo ai lavoratori sfruttati ed a tutti gli uomini liberi una guida ideale, politica ed organizzativa nella lotta per il Socialismo.
Sono passati 99 anni dal Congresso di Livorno e, purtroppo, il Partito comunista non c’è più, distrutto dal cancro revisionista, ufficializzato nell’ 8° Congresso del 1956 che, sull’onda della restaurazione kruscioviana, ratificò e sviluppò le gravi deviazioni che si erano manifestate nelle scelte politiche degli anni precedenti.
Dalla illusoria via togliattiana al socialismo all’ “ombrello della NATO” di Berlinguer, dalla “svolta” di Occhetto fino all’anticomunismo dichiarato dioggi – si veda il voto del PD alla
infame risoluzione del parlamento europeo che equipara comunismo e nazismo – esiste un filo conduttore: è la rinuncia della via rivoluzionaria e l’adesione totale all’ ordine capitalista, in nome del riformismo prima e del liberalismo poi.
Oggi, purtroppo, leggiamo la parola “comunista” da parte di formazioni che ne richiamano il nome, senza riscontro politico e come mero riferimento ideale. Tali formazioni sono accomunate da pesanti limiti, sia per le capacità pratiche che per volontà politica, chiarezza ideologica e radicamento di classe.
La realtà è sotto i nostri occhi: il proletariato d’ Italia è privo di saldi punti di riferimento, non ha una sua autonoma rappresentanza politica ed è costretto a subire l’ iniziativa dell’avversario di classe senza contrapporre una reale alternativa di potere e di società, senza un programma, senza una direzione adeguata.
Cosa possiamo fare in questa situazione? Anzitutto dobbiamo capire quello che non possiamo fare.
Il Partito della classe operaia oggi non può nascere da una scissione da partiti riformisti come avvenne nel 1921, poiché non vi sono componenti comuniste in tali partiti.
Non può nascere nemmeno da una confluenza in una organizzazione esistente, poiché nessuno dei partitini che si definiscono comunisti è in condizioni di assolvere tale compito, nessuno di essi è “parte” avanzata e cosciente della classe, spesso si tratta di operazioni elettoralistiche o di pura immagine.
Di fronte alla frammentazione organizzativa e alla confusione ideologica non c’è che una strada da seguire: unire, coordinare e centralizzare, forze e realtà che condividono i principi marxisti-leninisti e internazionalisti, l’analisi della situazione e i relativi compiti, impegnandosi per ricostruire e sviluppare i legami fra movimento comunista e movimento operaio.
Questo è un problema cruciale. Dobbiamo sempre tenere presente che il comunismo è l’unione del movimento operaio col socialismo scientifico, di conseguenza dobbiamo concepire il Partito rivoluzionario e indipendente della classe come l’unità delle sezioni avanzate del movimento operaiocon il movimento comunista.
Staccato dal movimento operaio il comunismo degenera in una setta che inevitabilmente trasgredisce il grande principio secondo cui l’emancipazione della classe operaia deve essere opera della classe operaia stessa; d’altra parte, staccato dal comunismo il movimento operaio degenera e si trasforma necessariamente in un movimento di carattere borghese.
Il cammino per ristabilire questo legame non è facile, specie nel nostro paese, in cui si sono subite profondamente le conseguenze della sconfitta sofferta a livello internazionale
dalla classe operaia. Oggi tutte le nostre iniziative, anche se presentano principalmente un aspetto positivo, registrano i limiti attuali del movimento comunista e del suo rapporto con il movimento operaio.
Siamo in una condizione storica che vede un grande squilibrio fra i fattori oggettivi e i fattori soggettivi della rivoluzione.
Il capitalismo fa acqua da tutte le parti e sta trascinando l’umanità in un abisso. La borghesia nei paesi imperialisti come l’Italia ha da tempo esaurito la sua funzione storica: ormai per mantenere alti profitti per pochi, genera disoccupazione, precarietà e ricattabilità per i lavoratori, nocività e morti nei luoghi di lavoro, assenza di prospettiva per i giovani, nuova subordinazione per le donne, povertà diffusa per molti.
L’alto livello di sviluppo delle forze produttive e di ricchezza che è prodotta proprio dai lavoratori, in questi paesi rende possibile, concreto e attuale il passaggio diretto a un’organizzazione sociale che non sia basata sullo sfruttamento, ma consenta ai lavoratori e alle masse popolari di essere protagonisti del proprio destino, esprimendo al massimo livello il proprio potenziale umano.
Se le condizioni oggettive sono riunite, non lo sono ancora quelle soggettive che consentano tale passaggio.
La soluzione di tale problema non può essere data da una singola persona o da un singolo gruppo: solo l’attività organizzata di tutti i comunisti e di tutti gli elementi avanzati della classe operaia può darla.
Noi dobbiamo passare il più presto possibile ad un lavoro comune, all’elaborazione di un programma comune, di un intervento comune nella classe operaia e nelle masse popolari; dobbiamo unificare il lavoro locale, regionale, di gruppo, in lavoro di un’unica organizzazione a carattere nazionale; discutere e mettere a punto collettivamente la nostra tattica, legata alla strategia rivoluzionaria; stringere legami sempre più stretti con la classe operaia attraverso la propaganda e l’agitazione, l’intervento e l’iniziativa politica.
In tal modo riusciremo ad essere più incisivi, credibili e autorevoli, riusciremo a crescere, a formare nuovi quadri.
In quanto proletari rivoluzionari siamo chiamati a liberarci dal meschino frazionamento locale e di gruppo, ad organizzarci. Non solo nei sindacati e nei coordinamenti, non solo nelle casse di resistenza e nei circoli locali, ma in organizzazione politica preparatoria del Partito, per una lotta risoluta contro l’intera società capitalistica.
Questa organizzazione può nascere solo da un processo di raggruppamento e di fusione delle migliori energie che sorgono e sorgeranno nel vivo della lotta di classe, nelle dure battaglie contro il nemico di classe e i suoi complici,affrontando i compiti politici vitali ci stanno di fronte.
Creare un embrione di partito guidato dalla teoria e dalla pratica del movimento di emancipazione del proletariato, che faccia propri i principi dell’internazionalismo proletario, che riunisca la parte migliore del proletariato e lavori quotidianamente per legare il socialismo scientifico al movimento operaio: ecco il compito immediato più urgente dei comunisti del nostro paese!
Non è necessario, nella condizioni attuali, che questo organismo sia molto ampio.Il punto decisivo è la solidità delle sue basi, la sua qualità e la sua compattezza. Queste caratteristiche possono essere ottenute solo basandosi fermamente sul marxismo-leninismo e sul carattere proletario d’avanguardia dei suoi membri, che devono unirsi su una base militante per portare avanti il lavoro tra la classe operaia, tra le masse lavoratrici, e nelle loro organizzazioni.
La gravità della crisi generale del capitalismo, la situazione drammatica in cui la borghesia ha trascinato il nostro paese, la reazione avanzante, devono spingere tutti i sinceri comunisti, gli operai d’avanguardia, le donne proletarie, i giovani a moltiplicare gli sforzi per la costruzione del Partito indipendente e rivoluzionaria della classe proletaria, senza la quale non si può avere nessuna prospettiva di abbattimento del barbaro e morente sistema capitalistico.
L’anniversario del 21 gennaio ci ricorda quale è il nostro compito principale: rompere nettamente, apertamente e definitivamente con l’opportunismo e il revisionismo, unirsi sulla base del marxismo-leninismo per formare il reparto di avanguardia organizzato e cosciente del proletariato: un Partito capace di dirigere la lotta della classe operaia e delle masse popolari verso la conquista rivoluzionaria del potere e l’edificazione del socialismo, prima tappa della società comunista.
Sì compagne e compagni, le ragioni che portarono alla costituzione del PCdI nel 1921 sono più che mai valide e attuali. La ricostruzione del Partito comunista è una necessità storica, un compito ineludibile e non rinviabile, da affrontare e risolvere con il contributo di tutti noi!
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