Sul fallimento della COP 27
Su Scintilla n. 129 – dicembre 2022 abbiamo offerto una sintetica valutazione della Conferenza COP 27 che si è svolta a Sharm el-Sheick, sotto il patrocinio di imprese responsabili dell’emissione di CO2, dunque del riscaldamento globale e delle sue drammatiche conseguenze. Torniamo sull’argomento con questo scritto, allo scopo di sviluppare una maggiore conoscenza e coscienza socialista, scientifica, della crisi ecologica attuale.
Nel sesto rapporto (2022) di valutazione del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC, un organismo dell’ONU), il riscaldamento a lungo termine è stato valutato utilizzando medie pluriennali.
Per il periodo 2011- 2020, l’anomalia media è stata stimata in 1,09 [da 0,95 a 1,20] °C.
La media decennale per il periodo 2013-2022 è stimata a 1,14 [da 1,02 a 1,27] °C al di sopra della media 1850-1900, indicando un riscaldamento continuo.
Le ultime ricerche indicano che c’è un 50% di probabilità di superare la soglia degli 1,5°C nei prossimi cinque anni, seppure temporaneamente.
Con gli attuali andamenti, il superamento potrebbe essere annuale a partire dall’inizio dei prossimi anni Trenta del secolo. In precedenza, si ipotizzava un più lungo termine.
L’obiettivo di 1,5°C, stabilito nell’accordo sul clima di Parigi, è importante perché gli scienziati identificano l’obiettivo a lungo termine della limitazione dell’aumento medio mondiale della temperatura a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali come la soglia oltre la quale si innescherebbero processi irreversibili negli ecosistemi e si romperebbe il loro equilibrio in modo radicale ed irreparabile.
Per gli esseri umani, ciò significa, tra le altre cose, l’inabitabilità di gran parte del mondo e l’intensificarsi delle crisi di approvvigionamento.
Alla luce di questi risultati, si è svolta dal 6 al 18 novembre 2022 a Sharm el-Sheikh in Egitto, la 27° Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP27). La conferenza annuale ha lo scopo di rafforzare lo scambio e l’accordo degli stati per quanto riguarda le misure di protezione del clima.
Le compensazioni per i paesi poveri che hanno subito danni per la crisi climatica sono stati la questione centrale della conferenza.
In Pakistan, le piogge record di luglio e agosto hanno portato a vaste inondazioni e circa 1700 morti, con 7,9 milioni di sfollati e 33 milioni di persone colpite.
In Africa orientale, le precipitazioni sono state al di sotto della media per quattro stagioni umide consecutive, la sequenza più lunga in 40 anni. In tutta la regione, sotto gli effetti della siccità e di altri shock, si stima che 18,4-19,3 milioni di persone si troveranno ad affrontare un’insicurezza alimentare acuta.
Ma ondate di calore record hanno colpito la Cina e l’Europa durante l’estate insieme a condizioni di eccezionale siccità in alcune regioni.
Le delegazioni da ogni parte del mondo erano arrivate alla COP 27 profondamente divise.
Da un lato si sono posti i paesi del Gruppo dei 7, principalmente Stati Uniti ed Unione europea, inizialmente contrari all’istituzione di un nuovo fondo, ritenendo che ci fosse già un numero sufficiente di strumenti di finanziamento tramite organizzazioni e istituzioni internazionali e nazionali.
Dall’altro il cosiddetto Gruppo dei 77 o G77, un’organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite, formata da 134 paesi del mondo, principalmente quelli classificati come in via di sviluppo, di cui la Cina si è fatta paladina, che chiedevano l’istituzione di un fondo che potesse erogare i finanziamenti in fretta non appena ce n’era bisogno a causa di un disastro naturale. La Cina si fregia del titolo di economia emergente e insiste in ogni consesso internazionale per continuare a essere inquadrata come tale, nel tentativo di conquistare la simpatia dei paesi poveri e dipendenti del mondo.
Non è mancata la presenza della presidente del consiglio dei ministri Giorgia Meloni, al suo primo incontro internazionale sul clima, la quale ha proclamato che l’Italia rispetterà le misure previste dal pacchetto Fit for 55, riducendo le emissioni di gas serra e aumentando la produzione di energia prodotta da fonti rinnovabili.
Alla conferenza ha agitato il contributo tricolore alla lotta per la giustizia climatica: la distribuzione di un contributo di 840 milioni di euro per 5 anni (2022-2026) attraverso il Fondo Italiano per il Clima, che non è difficile prevedere sarà condizionata all’assunzione del compito della difesa dei confini europei.
Osserviamo come tutto il demagogismo governativo tricolore sia inficiato dall’attribuzione di uno status di priorità e un sostegno politico ed economico ancor maggiore al gas naturale, che si ripercuote in nuovi intrecci d’interessi tra i gruppi monopolisti occidentali e in nuovi pericoli di un’influenza, principalmente degli Stati Uniti, sulla politica economica dello stato.
Già durante l’incontro comparivano sulla stampa internazionale critiche, poiché anche la dichiarazione finale congiunta sembrava incerta e la conferenza doveva essere prorogata di quasi due giorni rispetto al previsto.
Alla fine l’accordo è stato raggiunto: nella notte tra sabato 19 e domenica 20 novembre i paesi ricchi e il gruppo dei 77 hanno concordato l’istituzione di un fondo di compensazione per i paesi vulnerabili flagellati dai danni del riscaldamento globale.
L’Unione Europea aveva cambiato il proprio approccio negli ultimi giorni della conferenza, segnalando di essere disponibile a istituire il fondo a patto che vi contribuisse anche la Cina, accusandola di essere uno dei più grandi produttori di gas serra al mondo.
Tale fondo è stato a lungo richiesto al fine di mitigare l’ingiustizia climatica, vale a dire i suoi gravi effetti nei paesi che non sono significativamente responsabili della crisi climatica.
Il tema ricompare nei negoziati più volte per trent’anni, senza mai giungere a un’adozione formale. La prima volta in cui si discusse della possibilità di istituire un meccanismo risarcitorio per i danni dei cambiamenti climatici era il 1991. All’epoca, a proporlo alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) erano state le isole Vanuatu.
Se l’aumento della temperatura media avviene su scala globale, i dati scientifici dimostrano che non c’è equilibrio tra chi è storicamente responsabile dell’elevata concentrazione di gas serra in atmosfera e chi è più vulnerabile alla crisi climatica che è la sua diretta conseguenza.
Secondo gli studiosi, dal 1751 (cioè dalla rivoluzione industriale) al 2017 gli Stati Uniti, da soli, hanno riversato in atmosfera 399 miliardi di tonnellate di CO2, seguiti da Unione europea e Regno Unito a quota 353 miliardi; la percentuale sulle emissioni cumulative è dunque rispettivamente del 25% e del 22%. Al terzo posto c’è la Cina con 200 miliardi di tonnellate di CO2, il 12,7% del totale. Viceversa, l’intero continente africano raggiunge appena il 3% delle emissioni storiche globali.
La classifica di chi paga il prezzo della crisi climatica, invece, si capovolge. Dal 1991 in poi il numero di disastri climatici che colpiscono annualmente le zone più povere del pianeta è più che raddoppiato, causando 676 mila morti. In proporzione, significa che il 79% delle vittime accertate vive in un paese in via di sviluppo. Se si considerano non solo i decessi ma più in generale le persone che sono state colpite, perché per esempio hanno subito danni alla propria casa o ai campi agricoli da cui ricavano il cibo, si arriva a 189 milioni di persone ogni anno, il 97% del totale globale.
La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) definisce il concetto di loss and damage. Tra i fenomeni che possono provocare perdite e danni ci sono sia gli eventi meteo estremi, come uragani, cicloni o ondate di caldo e siccità, sia i cambiamenti che si svolgono su un arco di tempo più lungo, come l’innalzamento del livello dei mari, il ritiro dei ghiacciai, la desertificazione e l’acidificazione degli oceani.
Gli sforzi compiuti per l’adattamento possono rendere i territori meno vulnerabili, ma ciò non toglie che alcuni impatti siano irreversibili, perché spingono le comunità umane e i sistemi naturali ben oltre la propria capacità di reazione. Se anche la cosiddetta “comunità internazionale” (ossia il sistema capitalista-imperialista) riuscisse a tagliare le emissioni di gas serra in misura compatibile con un aumento della temperatura media globale di 1,5 gradi, come chiesto dalla scienza, le perdite e i danni verrebbero ridotti ma non azzerati.
Nonostante i molti annunci fatti alla conferenza ed il tentativo di dipingere come un accordo rivoluzionario quello raggiunto dalla COP 27, l’esito di quest’ultima ha scarsamente soddisfatto in generale alle attese.
Alla chiusura del negoziato nulla è stato chiarito: chi contribuirà erogando gli ingenti fondi necessari e chi li dovrà ricevere e a quali condizioni, chi li dovrà gestire, chi deciderà in merito all’assegnazione dei fondi e in che forma effettuare i pagamenti.
Innanzitutto occorrerà una stima dei danni. Un report stilato da 55 nazioni vulnerabili li quantifica in 525 miliardi di dollari negli ultimi due decenni, cioè il 20% del loro prodotto interno lordo (PIL) cumulativo.
Sono state avanzate diverse ipotesi anche su chi dovrà pagare e come. Mia Mottley, primo ministro di Barbados, alla conferenza ha chiamato in causa le compagnie petrolifere. Questo il passaggio chiave del suo discorso: “Com’è possibile che le aziende che hanno registrato profitti per 200 miliardi di dollari nell’arco degli ultimi tre mesi non si aspettino di contribuire a un fondo per perdite e danni almeno con 10 centesimi per ogni dollaro di profitto?”
Un apposito Comitato di transizione, è stato istituito per formulare raccomandazioni su come rendere operativi sia i nuovi accordi di finanziamento che il fondo alla prossima conferenza COP 28 che si terrà a Dubai nell’inverno del 2023. La prima riunione del comitato transitorio dovrebbe svolgersi entro la fine di marzo 2023.
Nel capitalismo non esiste solidarietà. Quest’ultima è solo una parola che i rappresentati delle potenze imperialiste usano pronunciare nelle conferenze per ingannare i popoli. Di questo passo la COP diventerà un nuovo strumento per rafforzare la dipendenza neocoloniale dai paesi ricchi donatori.
Non mancano ai paesi poveri motivi di protesta. In questi anni praticamente nessun paese sviluppato ha mantenuto i propri impegni nel finanziamento di altre iniziative comuni, mirate più in generale a sostenere attività per ridurre gli effetti del cambiamento climatico.
Il fondo verde per il clima istituito nel 2009 non ha mai funzionato fino in fondo, nell’ultimo biennio i paesi poveri hanno ricevuto solo le briciole delle poderose misure di lotta contro la pandemia (in termini sia di vaccini, sia di finanziamenti), sono stati travolti essi stessi dalla crisi dell’energia, un quarto delle economie emergenti e oltre il 60% dei paesi in via di sviluppo, secondo le stime più recenti del FMI, sono insolventi o gravemente minacciati di bancarotta.
Sebbene dunque la dichiarazione finale sia stata infine adottata, la conferenza non può certo considerarsi un successo, quanto piuttosto un ennesimo fallimento. Il documento finale della COP 27 non contiene reali progressi nella riduzione dell’impiego dei combustibili fossili.
La dichiarazione finale continua ad affermare di volere una riduzione dei consumi di carbone, mentre altri combustibili fossili attualmente rilevanti come gas e petrolio, non sono stati menzionati.
Il testo finale contiene solamente un impegno a ridurre le emissioni, senza che siano forniti dettagli su come mantenerlo, come già avvenuto in passato con le altre conferenze sul clima. Inoltre, le decisioni della conferenza non sono vincolanti.
Anche la discussione su quali ulteriori misure potrebbero essere adottate per mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto degli 1,5°C rispetto al periodo preindustriale, non ha prodotto alcun risultato.
Con le attuali politiche adottate dai vari paesi, si stima che l’aumento della temperatura media globale sarà di 2,1-2,9 °C per questo secolo, sempre rispetto ai livelli preindustriali.
Gli interessi del capitale, nel tentativo di sfuggire alla crisi economica internazionale, fanno sì che molti paesi hanno aumentato il consumo di combustibili fossili molto inquinanti, come il carbone, o stretto accordi decennali con nuovi fornitori di gas naturale che dovranno essere mantenuti.
La guerra in Ucraina e i costi economici elevati della produzione di energia da altre fonti e della realizzazione di una nuova rete di trasporto di questa energia, stanno offrendo pretesti in Europa e negli Stati Uniti non solo per giustificare il prolungamento dell’uso delle sostanze fossili – petrolio e gas in particolare – ma anche per il sostegno finanziario da parte dello stato all’industria nucleare fortemente indebitata. Sentimenti avversi alle misure di protezione del clima sono sollecitati nelle popolazioni per difendere gli interessi dell’industria energetica da fossili.
Il fondo loss and damage non si prefigge di combattere né di eliminare le cause della crisi climatica, ma allevia solo e in minima parte le sue conseguenze. Ma prima di tutto e soprattutto, i governanti dei grandi paesi capitalisti industrializzati – quelli dell’Italia si vanno distinguendo fra questi – vogliono prevenire un’ondata di rifugiati. Non vogliono l’arrivo delle vittime del loro disastroso sistema economico.
La questione fondamentale se il sistema del capitalismo e la sua avidità di profitto debbano essere eliminati non era – e non poteva essere per la natura di classe dei partecipanti – il tema della conferenza. Si è trattato solo di alcune riparazioni inadeguate.
La COP 27 dimostra in modo impressionante ciò che i comunisti (m-l) e la parte più avanzata del movimento di protesta per il clima da lungo tempo denunciano: le classi dominanti e i governanti del mondo capitalista-imperialista non possono risolvere la crisi climatica, ma difendono gli interessi dei monopoli che l’hanno generata. Ci stanno precipitando nelle spire di una crisi sempre più profonda, dalla quale si potrà uscire solo con la rivoluzione sociale del proletariato e l’instaurazione del socialismo, prima tappa del comunismo. Solo liberando l’umanità dal giogo del capitale si potranno finalmente liberare le risorse per una vera soluzione della crisi ecologica superando il contrasto fra l’essere umano e la natura di cui è parte.
Gennaio 2023
La redazione di Scintilla
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