Rilanciare la lotta per l’aumento dei salari

Comunque causata, l’inflazione è un potente mezzo che la borghesia utilizza per la riduzione dei salari e l’aumento dei profitti, quindi per sottrarre reddito dai lavoratori salariati e trasferirlo sulle classi proprietarie.

In Italia nel 2022 è stata del 12%. Attualmente è al 10% e non scenderà velocemente. Il suo “zoccolo duro”, a prescindere dalla volatilità dei prodotti energetici – ma le bollette energetiche non lo sono affatto – è sul 6 %. Dati dell’ILO (Organizzazione internazionale del lavoro) prevedono, a livello mondiale un 6,5% nel 2023 e un 4,1% nel 2024.

L’erosione del salario provocato dall’inflazione nel 2022 è stata sensibile e generalizzata, sia pur diversificata per aree geografiche e singoli paesi.

A livello mondiale il calo è stato dello 0,9%, più accentuato nei paesi a capitalismo avanzato, mentre nei paesi emergenti i salari sono cresciuti dello 0,8%.

Nei paesi G-20 il calo è stato del 2,2 %, valore pressoché uguale nella UE dove nei primi sei mesi del 2022 il calo è stato del 2,4 % (dati ILO).

Nel nostro paese la perdita è stata ben maggiore: il dato parla di un calo secco del 6,6% che va a sommarsi a perdite pregresse per un complessivo calo di un 12 % dal 2008 al 2022.

La perdita è maggiore per i salari più bassi perché l’inflazione – come noto – è più forte nei beni di consumo immediato.

Va inoltre chiarito che anche un basso aumento reale del salario, che consente un maggior consumo, non significa affatto una riduzione del plusvalore, quindi un trasferimento di reddito verso il proletariato.

Questo perché l’aumento della produttività del lavoro fa diventare le merci meno costose, rendendo la quota salario sul valore prodotto comunque calante.

Ciò detto inchioda i sindacati “maggiormente rappresentativi” alla pesante responsabilità di  non essersi opposti e non aver organizzato nessuna seria lotta, nemmeno nel 2022, a questa riduzione, per effetto della collatelarità con i governi e partiti di riferimento (oggi all’opposizione ed in grave crisi di identità e consenso) e della conseguente pratica concertativa con il padronato.

Nemmeno con il governo di estrema destra il tentativo di ripristinare la concertazione è venuta meno.

Essa ora si esprime ricercando l’intesa con Confindustria, verso cui si evita ogni conflittualità proseguendo nell’ideologia “siamo tutti nella stessa barca”.

I capi di CGIL, CISL e UIL continuano ad attuare la linea dell’aumento salariale impresa per impresa con i contratti integrativi, dividendo i lavoratori tra quelli che lavorano in imprese dove vi sono “più margini” e quelle dove ve ne sono di meno. Il disastro risultante dalla compatibilità con le esigenze del capitale e del collaborazionismo politico è evidente.

Ma nemmeno questa evidenza intacca la linea generale.

Il nuovo fronte concertativo adesso è sul taglio del “cuneo fiscale”, ossia sulla tassazione del salario, accettando un deleterio scambio per cui l’aumento (si fa per dire, viste le cifre) del salario in busta paga avviene a discapito di quello differito (pensioni, TFR) e soprattutto di quello indiretto, accettando di fatto la privatizzazione dei servizi pubblici come sanità, istruzione, assistenza sociale,  etc., (che lo stato finanzia sempre di meno).

Ma di quali cifre si parla? Per un salario lordo di 1900 euro il taglio del 3% di questo ‘cuneo’ comporta un aumento in busta paga di 41 euro, neanche un 3% calcolato sul netto!

Del recupero sensibile di quanto perso con l’inflazione nel 2022 (e che si perderà – visto l’andazzo – nei prossimi anni) e, più in generale, degli ultimi 15 anni, non se ne parla proprio.

In realtà, i dirigenti sindacali che impostano la rivendicazione salariale sul cuneo fiscale non vogliono minimamente toccare i lauti profitti dei capitalisti, nè le politiche antioperaie della BCE e del FMI che si oppongono a un rialzo dei salari reali.

Questo, perchè come Marx ha ben spiegato:

“Se i salari cambiano, il profitto cambierà in direzione opposta. Se i salari diminuiscono, aumenteranno i profitti; se i salari aumentano, i profitti diminuiranno. (…) Un aumento generale dei salari provocherebbe dunque una caduta del saggio generale del profitto” (Karl Marx, Salario, prezzo e profitto).

Non solo nell’ideologia, ma anche nel concreto questa linea si è rivelata e si rivela quindi fallimentare, foriera di ulteriore immiserimento della massa dei salariati e di ulteriori arretramenti del movimento operaio e sindacale.

E’ perciò necessario porre con forza il problema dell’aumento generalizzato dei salari, a partire almeno dal pieno recupero inflattivo, almeno come adeguamento a quanto avviene nei principali paesi UE dove la perdita del potere d’acquisto dal 2021 è stata ben inferiore.

Il problema va posto a tutta la classe, e in primo luogo deve coinvolgere operai e delegati coscienti, quale che sia l’organizzazione sindacale di appartenenza.

E’ necessario inchiodare i responsabili della concertazione alla loro responsabilità di fronte agli operai, approfittando delle assemblee, ma anche di ogni aspetto della vita sociale in fabbrica, combattendo la rassegnazione, l’attendismo e la passività che favoriscono innanzitutto la classe dei capitalisti.

Senza lotta non si ottiene nulla, nemmeno il contratto integrativo (che poi, appunto, tale dovrebbe essere, e non centrale, o principale).

Dove è possibile è necessario dar vita a comitati operai di fabbrica ed al loro coordinamento.

Una linea alternativa e di classe al collaborazionismo sindacale che fin qui ha umiliato e diviso gli operai sui temi generali, quali salario, tutela del posto di lavoro, lotta alla precarietà, lotta contro la nocività, deve finalmente esprimersi con tutta la chiarezza e la forza che la situazione impone.

Senza la ripresa del movimento operaio, senza la lotta alla frantumazione fabbrica per fabbrica ed all’individualismo operaio per operaio non è possibile contrastare ed opporsi ad una società in profonda crisi, in cui le ricchezze e i privilegi di una minoranza di sfruttatori poggiano sulla crescente miseria delle larghe masse operaie e lavoratrici più in generale.

Da Scintilla n. 132, marzo 2023

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