Sulle proteste in Israele

Lo stato sionista di Israele è stato scosso nel mese di marzo dalle più forti proteste politiche della sua storia, che hanno assunto anche forme radicali.

Centinaia di migliaia di manifestanti si sono mobilitati nelle piazze contro la riforma della giustizia voluta dal governo di estrema destra, suprematista e  fondamentalista di Netanyahu, che è appoggiato da partiti che utilizzano la religione come arma ideologica per sancire il furto di terre palestinesi e imporre il loro dominio in ogni aspetto della vita pubblica.

La riforma del sistema giudiziario israeliano, rinviata a fine aprile, è volta ad affidare gran parte dei poteri della Corte suprema all’esecutivo, puntando a una forma di presidenzialismo.

Sulla stampa borghese si è parlato dei rischi che corre la democrazia in Israele, in particolare gli equilibri fra i poteri e i meccanismi di controllo in un paese dove non esiste una costituzione.

Ma parlare di democrazia in Israele è come parlare della democrazia ateniese, da cui erano esclusi gli schiavi, le donne e gli stranieri. In Israele sono invece esclusi da sempre gli arabi palestinesi, poiché lo stato sionista si caratterizza su una concezione antidemocratica e razzista.

Ormai sono settantacinque anni di pulizia etnica, di occupazione militare dei territori palestinesi, di colonizzazione illegale, di assassinii sistematici (il 2022 è stato l’anno con più palestinesi uccisi dal 2005), di demolizione delle case, di violenta repressione per puntellare un regime di apartheid istituzionalizzato. In Israele non c’è mai stato posto per i palestinesi, a cui non viene riconosciuto alcun diritto, in primo luogo quello a resistere.

Le proteste e gli scioperi di massa contro il governo di Netanyahu, la cui sopravvivenza è legata alla riforma giudiziaria, hanno fatto chiudere aeroporti e ambasciate israeliane. Vi hanno partecipato ampi settori di lavoratori e persino di militari.

Si tratta di fatti da non sottovalutare, perché incrinano la solidità dello stato sionista, approfondiscono la spaccatura politica esistente in Israele e aprono spazi alla legittima resistenza palestinese che continua ad essere selvaggiamente repressa.

I profondi limiti della protesta stanno nel fatto che il regime di apartheid sionista non è stato minimamente messo in discussione, mirando a  salvaguardare esclusivamente i diritti dei cittadini ebrei,  così come nel fatto che non vi è in Israele né una opposizione politica degna di tale nome, né una direzione rivoluzionaria che riconosca il diritto all’esistenza di uno Stato palestinese indipendente e sovrano e abbia come prospettiva  politica l’abbattimento dello stato sionista quale compito storico del proletariato.

Marx scriveva: “Non è libero un popolo che ne opprime un altro”! Aggiungiamo: “Solidarietà con la lotta del popolo palestinese! Lotta al governo italiano complice del sionismo!”.

Da Scintilla n. 133 – aprile 2023

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