L’imperialismo parla di pace e prepara la guerra
Partito Comunista di Spagna (marxista-leninista)
J. Romero
L’imperialismo parla di pace e prepara la guerra[1]
Sulla palude del social-sciovinismo
“I partiti socialisti non sono circoli di discussione, ma organizzazioni del proletariato militante, e quando alcuni battaglioni passano dalla parte del nemico, bisogna chiamarli traditori e infamarli come tali, senza lasciarsi “accalappiare” dai discorsi ipocriti, i quali dimostrerebbero che “non tutti” comprendono l’imperialismo “allo stesso modo” (Lenin, Il fallimento della Seconda Internazionale, 1915)
Il 2024 è stato un anno di “tregua armata” tra le potenze; un anno in cui si sono tenute elezioni “democratiche” in più di 70 paesi che insieme contano più della metà della popolazione mondiale. Tra questi, alcune delle principali potenze: Unione Europea, India, Russia e Stati Uniti. Dite voi cosa c’è di democratico in elezioni in cui sono stati spesi più di 16 miliardi di dollari in propaganda, investiti in gran parte da imprenditori e proprietari di grandi patrimoni, per manipolare il sentimento collettivo, come è successo nel 2020 e nel 2024 negli Stati Uniti o in India lo scorso maggio.
Sappiamo tutti che, alla fine, chiunque vinca, non cambierà nulla; che la politica economica, la diplomazia, le principali misure attuate nei prossimi anni dalle potenze in competizione saranno le stesse, tranne che, in misura limitata, nella loro intensità. Sia che vinca Harris o Trump negli Stati Uniti, sia che vinca la destra o il social-liberalismo in Europa, ad esempio, le barriere commerciali continueranno, così come le manovre e i cinici abbracci tra di loro, così come la brutale, sempre più disumana e crudele politica dell’immigrazione, e il riarmo militare.
Il 2024 si è concluso, come l’anno precedente, con decine di conflitti aperti nelle aree contese dalle potenze, due dei quali (l’Ucraina e l’infinito massacro nazi-sionista a Gaza, in Cisgiordania e in Libano) sul confine “geopolitico” tra i due blocchi che, a poco a poco, si stanno formando intorno a Cina e Stati Uniti.
E il 2025 è iniziato con governi di nuova formazione, volti a garantire alla borghesia capitalista una stabilità per un certo periodo di tempo che la aiutasse a sviluppare la politica nell’interesse del grande capitale. Mentre si definiscono i limiti di ciascuno, mentre si stringono alleanze tra le potenze secondarie non ancora sufficientemente consolidate, aumenta l’aggressività, sempre meno formale, meno diplomatica, tra i capi di ciascun blocco, crescono i tagli e le privatizzazioni dei servizi, e si intravedono più chiaramente gli ambiti in cui lo scontro diventa gradualmente più diretto.
Tra gli inni alla “democrazia” e al progresso delle nazioni, gli Stati Uniti chiedono ai loro partner condizioni più precise per far parte della banda “occidentale”; e la Cina sta cercando di formare una nuova banda, con partner che accettino il suo controllo. Nessuna delle due potenze ha ancora assicurato questo sostegno. Come vedremo, molti degli attori in gioco giocano con due mazzi e seguono le proprie regole, anche se nessuno dubita che alla fine opteranno per l’uno o l’altro boss.
Sul mondo “multipolare”
I due precedenti grandi scontri inter-imperialisti forniscono importanti esperienze sulle cause delle guerre nell’epoca dell’imperialismo, sulla politica degli Stati borghesi e sull’atteggiamento dei social-traditori. Tutte queste esperienze ci aiutano ad analizzare l’attuale fase dello scontro inter-imperialista e a determinare quale debba essere oggi la politica dei comunisti di fronte al pericolo di guerra. E, come prima conclusione, dobbiamo dire che l’unica alternativa possibile a un sistema che ci sta portando alla guerra è avanzare nella lotta per superarlo in modo rivoluzionario e trasformare la guerra tra i popoli a cui ci sta portando la borghesia in una guerra tra le classi.
Questa questione diventa uno degli elementi di differenziazione tra il campo rivoluzionario e quello del nuovo revisionismo. Man mano che le posizioni delle forze opportuniste si chiariscono, la loro politica social-sciovinista si esprime in una serie di posizioni che cercano di spacciarsi di nascosto come socialiste (addirittura come leniniste) ma che non sono altro che rozze copie e ripetizioni delle vecchie teorie dei social-traditori della Seconda Internazionale che Lenin ha implacabilmente criticato.
Alcune di queste distorsioni che siamo abituati a sentire dai leader di queste correnti revisioniste dicono che:
1) dietro la politica della Cina e dei suoi alleati e la formazione di alcune delle organizzazioni (BRICS, Forum Cina-Africa, ecc.) che la promuovono c’è la formazione di un mondo “multipolare” con organizzazioni più giuste ed eque di governance economica e politica internazionale;
2) l’intenzione della Cina nello sviluppare la sua politica di investimenti e alleanze, sebbene presenti alcuni aspetti contraddittori, cerca solo di aiutare lo sviluppo dei paesi dipendenti, per cui potremmo classificarla come un “imperialismo buono”;
3) esiste un solo imperialismo, quello occidentale, e di fronte ad esso il “Sud globale” chiede condizioni più “eque” con l’aiuto di Russia e Cina, che agiscono come leader di un “asse della resistenza” che dobbiamo sostenere di fronte all’imperialismo occidentale.
Ci sono forze che devono fare veri e propri equilibrismi (lo vedremo più avanti in dettaglio) per poter spacciare le loro aberrazioni teoriche come “leniniste”: Così, ad esempio, la ingiustizia degli accordi tra le metropoli di quello che chiamano “asse della resistenza” e i paesi che vengono a “salvare” sarebbe il prezzo da pagare per lo sviluppo del capitalismo in questi paesi e di una classe operaia che possa in futuro guidare la rivoluzione (in attesa di ciò, sembra sia necessario che gli imperialisti “buoni” si voltino dall’altra parte quando negoziano con ogni tipo di satrapi e dittatori reazionari). C’è persino chi, astraendo da qualsiasi criterio di decenza intellettuale, arriva a dire che, se l’URSS ha firmato un patto di non aggressione con la Germania di Hitler, perché la Cina non dovrebbe riconoscere la sovranità del Marocco (il Marocco del satrapo Mohammed VI) sul Sahara, ad esempio, come ha fatto il regime cinese invitando questo paese all’ultimo vertice del Forum sulla cooperazione Cina-Africa, se la posta in gioco è il futuro del progresso del continente africano? C’è veramente di tutto in questa baraonda a cui mirano le diverse fazioni del social-sciovinismo.
Poiché nel nostro paese la maggior parte di queste correnti proviene dal revisionismo carrillista [Carrillo era il leader “eurocomunista” del Partito Comunista di Spagna – n.d.t.], esse sono accomunate da una confusione che dovrebbe essere chiarita in primo luogo: la situazione attuale non ha alcuna somiglianza con quella che portò l’URSS a promuovere e a far parte delle potenze alleate contro il nazifascismo, con alcune delle potenze imperialiste del tempo presente
“Nella Germania del 1919 si verificò un fenomeno tipico dei popoli in crisi: apparve il fenomeno del guaritore sociale. Si formò un gran numero di sette (…). Una di queste sette, composta da 40 individui, era il Partito Operaio Tedesco, che un tornitore disoccupato, Anton Drexler, aveva formato…. Hitler fu attratto dall’atmosfera di questo partito e finì per aderirvi. Fin dall’inizio fu a capo di questo piccolo gruppo…. Gli ultraconservatori non potevano sperare di conquistare le masse con programmi reazionari obsoleti… era necessario promettere profonde riforme sociali, ma le riforme sociali, socialiste se necessario, avrebbero dovuto essere realizzate, secondo i reazionari, in un quadro nazionale, nazionalista…. Era quindi urgente per loro combattere il socialismo, nel duplice… aspetto di dottrina collettivista e di movimento internazionalista. La formula che cominciò a circolare era perfetta: socialismo nazionale o, con un altro nome, fascismo….“[2]
Lenin sottolineò che per la vittoria della rivoluzione era necessario non solo che vi fossero condizioni rivoluzionarie, con un proletariato organizzato in lotta, ma anche che vi fossero circostanze eccezionali che impedissero al capitale di controllare la situazione e mantenere lo status quo. La vittoria della rivoluzione sovietica in Russia è stata la prova che la distruzione rivoluzionaria dello Stato borghese era possibile a condizione che fossero soddisfatti questi requisiti, oltre a uno ancora più decisivo: l’esistenza di un’avanguardia politica in grado di dirigere l’inevitabile lotta in una direzione rivoluzionaria.
Questa lezione è stata appresa dal proletariato, aprendo l’epoca delle rivoluzioni proletarie, ma anche dal grande capitale che, dopo la vittoria bolscevica, doveva impedire a tutti i costi lo sviluppo di una coscienza politica da parte del proletariato nei periodi di crisi generale, per evitare la rivoluzione.
Le forme terroristiche dello Stato borghese (fascismo e nazismo) si sono verificate in periodi di profonda crisi economica, sociale e politica (sia a livello nazionale che internazionale) del capitalismo morente. È allora che la piccola e media borghesia, rapidamente impoverita e incapace di ottenere il controllo dello Stato, ha chiesto ad esso una maggiore protezione. Per evitare il pericolo di una rivoluzione, il capitale ha favorito ogni tipo di corrente irrazionale e l’idea di una “comunità nazionale” che unisse gli interessi delle varie classi e settori (sfruttatori e sfruttati) in un obiettivo comune verso gli altri paesi; per questo la borghesia ha sempre cercato di spezzare il senso internazionalista della lotta dei lavoratori. Questo è accaduto nella Germania sconfitta nella Prima guerra mondiale, quando la classe operaia, travolgendo i leader della socialdemocrazia, stava cercando di avanzare lungo la strada rivoluzionaria. Una volta superato il pericolo immediato, sconfitti i tentativi del proletariato di prendere il potere (con l’aiuto decisivo dei leader traditori della socialdemocrazia), il capitale aveva bisogno di distogliere il movimento proletario dall’obiettivo di porre fine allo Stato borghese, come avevano fatto i suoi fratelli e sorelle di classe in Russia. A questo scopo, ha utilizzato le forze derivanti dal marciume politico creato dalla crisi e dalla confusione generale causata dal tradimento dei revisionisti. Queste forze, con l’appoggio del grande capitale e dei settori più reazionari delle istituzioni borghesi, hanno intrapreso il lavoro sporco di trasformare la “democrazia” liberale borghese in un brutale Stato terrorista che negava tutti i diritti democratici e preparava le condizioni per la guerra.
“Con lo scioglimento dei sindacati dei lavoratori, l’abolizione della legislazione sociale, la riduzione dei salari, i capitalisti vivevano ormai in un certo modo nel mondo che sognavano…. Il 19 maggio 1934, il governo nazista emanò una sorta di “Carta del Lavoro”… che iniziava con questo paragrafo: “La base della nuova costituzione sociale è la fabbrica. La sua direzione spetta al capo dell’azienda. Il capo dell’azienda decide per il personale della fabbrica su tutte le questioni di sfruttamento. La comunità della fabbrica è fondata su questa fedeltà. Di conseguenza, tutte le leggi di importanza fondamentale, come i consigli di fabbrica, i contratti collettivi e le tariffe salariali, l’arbitrato e la giornata lavorativa, vengono abolite. Due mesi prima, il 14 marzo, era entrata in vigore una legge che affidava a 12 capitalisti dell’industria pesante la gestione dell’intera industria tedesca. Tra questi c’erano Krupp von Bohlen, Blohm, Röchlin, Enrich Hartkopf, Bruno Scüler, Albert Vögler e altri. Il caso dell’Italia sotto il regime di Mussolini fu simile. Il capitalismo insolvente e minacciato dalla rivoluzione sociale si salvò dalla bancarotta e dal “bolscevismo” creando la banca di Stato, il cui scopo, oltre a distruggere le organizzazioni dei lavoratori, consisteva nell’utilizzare i fondi della nazione per salvare le imprese private insolventi….“.[3]
Per il grande capitale europeo, il nemico da sconfiggere era l’Unione Sovietica, il primo Stato proletario. L’intera politica della Germania nazista, fin dall’inizio, mirava a porre fine all’esperienza sovietica come espressione vivente del pericolo di trasformare la crisi derivante dal confronto interimperialista in rivoluzione e a impedire la trasformazione dell’inevitabile guerra tra le potenze imperialiste in una guerra civile rivoluzionaria che avrebbe posto fine allo Stato borghese.[4] Fino alla fine, le grandi potenze occidentali (Regno Unito, Francia, Stati Uniti) cercarono allo stesso modo di trascinare i leader nazisti in guerra contro lo Stato sovietico e si adoperarono in ogni momento per indebolire le forze rivoluzionarie di altri paesi che cercavano di avanzare verso l’emancipazione (bloccando, ad esempio, gli aiuti alla Repubblica spagnola, che combatteva in condizioni disagiate contro le forze ribelli reazionarie, sostenute dall’asse nazi-fascista).
E oggi? Oggi non esiste uno Stato proletario che funga da punto di riferimento per il resto del movimento comunista. Oggi la situazione ricorda più quella che esisteva prima della Prima guerra mondiale. All’epoca, anche gli infidi leader della socialdemocrazia parlavano di un imperialismo buono e fornivano argomenti molto simili a quelli dei social-sciovinisti di oggi per schierarsi con le potenze che si preparavano alla guerra. Le ragioni dei revisionisti di allora non suonano forse come quelle di tanti “comunisti” che oggettivamente fanno propaganda per la Russia, la Cina e il loro “ordine multipolare”?
La Cina è un paese socialista?
I revisionisti spagnoli hanno contribuito in modo decisivo all’opera interna di disorganizzazione ideologica e di dispersione del proletariato e ora fanno parte di un governo di coalizione che continua a rifuggire dall’adozione di una politica rivoluzionaria contro il fascismo. Ci dicono che dobbiamo evitare il “rumore” in politica e che il dialogo sociale deve essere prioritario. Accettano il ruolo complice del militarismo imperialista assegnato al nostro paese nella struttura del blocco guidato dagli Stati Uniti. Approvano il costante aumento del bilancio militare con il loro voto nella coalizione di governo, ecc. Sono anche i più strenui propagandisti della teoria del mondo multipolare.
L’organo centrale del PCE revisionista, Mundo Obrero, è uno dei principali sostenitori di questa tesi, secondo la quale non stiamo assistendo a una lotta tra le potenze imperialiste per imporre il loro controllo sull’economia imperialista, ma alla nascita di un nuovo ordine mondiale più equo e democratico, in cui la Cina e il suo “socialismo con caratteristiche cinesi” sarebbero il campione del “Sud globale”.
Nell’edizione del 18 settembre 2023, il Mundo Obrero ha pubblicato un articolo, firmato da Miguel Manzanera, che afferma quanto segue: “… Tenendo presente che il capitalismo di Stato cinese è guidato dal Partito Comunista Cinese, che controlla i settori fondamentali dell’economia, ci troviamo di fronte a una nuova formazione sociale, che possiamo classificare come capitalismo per il suo sviluppo industriale e tecnologico, basato sul plusvalore estratto dai lavoratori cinesi. Ma non adotta la forma tipica del capitalismo liberale basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. D’altra parte, pur avendo caratteristiche monopolistiche, non è un imperialismo al servizio della borghesia finanziaria, né la sua struttura di classe segue il modello di quel modo di produzione [sic]. La classe dirigente è la burocrazia di Stato, che ha permesso lo sviluppo della borghesia cinese, ma ora sempre in posizione subordinata“. (Tutte le sottolineature dell’articolo sono nostre).
Naturalmente, per chi ragiona senza rigore dialettico i numeri si sommano e, alla fine, tutte le contraddizioni si risolvono in un cambiamento qualitativo “virtuale”. Qualcosa di simile è stato proposto dai leader della vecchia socialdemocrazia per giustificare la loro rinuncia alla rivoluzione: il capitalismo ha svolto il suo ruolo storico e passerà inevitabilmente, da solo, al socialismo, attraversando una precedente fase di “ultraimperialismo”. Nelle parole di Miguel Manzanera: “…Quando il capitalismo di Stato finirà per affermarsi come modo di produzione dominante sotto l’egemonia cinese, entreremo in una nuova fase della storia. Il vecchio mondo dell’imperialismo capitalista sta morendo di vecchiaia. Il nuovo mondo sta già nascendo. Non è la dittatura del proletariato, ma forse è la strada per arrivarci“.
Allora: La Cina è un paese socialista? Anche se abbiamo già affrontato questo argomento in altre occasioni, vale la pena di tornarci sopra. La Repubblica Popolare Cinese non ha mai realizzato un progetto chiaramente socialista, ma, a partire dal 1978, con l’avvento di Deng Xiaoping[5] , il PCC ha promosso un programma economico noto come “Riforma e Apertura”. Questo programma ha liberalizzato l’economia, promuovendo il settore privato, smantellando progressivamente le comuni e aprendosi all’esterno. Il leader revisionista si recò negli Stati Uniti e stabilì solidi legami con Washington, dopo lo storico primo passo compiuto da Richard Nixon quando visitò la Cina mentre Mao era in vita. Sono gli anni della cosiddetta “diplomazia del ping-pong”, in cui la Cina diventa uno dei più forti sostenitori degli Stati Uniti contro l’URSS revisionista.
I suoi successori, Jiang Zemin, Hu Jintao e l’attuale presidente Xi Jinping, hanno approfondito il capitalismo di Stato aggressivo, eliminando le poche forme “socialiste” che ancora esistevano nel modello cinese.[6] Il XVI Congresso del PCC, tenutosi nel 2001, ha approvato un emendamento che permetteva “a tutti gli elementi avanzati di altre classi sociali di essere membri, oltre a contadini, operai, soldati e intellettuali, in modo che il PCC diventasse l’avanguardia della classe operaia cinese, del popolo cinese e della nazione cinese”. Questo ha permesso ai proprietari di aziende di entrare formalmente nel PCC, che controlla la struttura del potere statale.
In breve, si può giocare con le parole senza alcun rigore scientifico, ma la verità è che i mezzi di produzione in Cina sono nelle mani di una potente borghesia che controlla realmente l’economia. Si può “ingenuamente” affermare che la classe dirigente in Cina è la burocrazia statale, come se questo desse un’impronta socialista al suo capitalismo di Stato; ma la confusione tra proprietari individuali o membri del PCC non cambia in alcun modo il fatto che non esiste un controllo sociale della produzione e che i mezzi di produzione sono di proprietà di una minoranza sociale che agisce costantemente, come classe, ai margini e contro l’interesse collettivo.
L’edizione in lingua spagnola della Xinhua, l’agenzia ufficiale cinese, ha dichiarato nel giugno 2024: “Il numero di entità imprenditoriali private in Cina, alla fine dello scorso maggio, rappresentava il 96,4% del totale nazionale…. La Cina ha da tempo promosso lo sviluppo del settore privato e ha costantemente lavorato per creare un ambiente commerciale internazionale orientato al mercato e basato sul diritto. Il numero di aziende private cinesi è quadruplicato nell’ultimo decennio grazie agli sforzi per ottimizzare l’ambiente commerciale…. Il settore privato contribuisce per oltre il 50% al gettito fiscale, per oltre il 60% al PIL e per oltre il 70% alle innovazioni tecnologiche. Inoltre, fornisce più dell’80% dell’occupazione urbana e rappresenta più del 90% delle entità di mercato in Cina“.[7]
L’imperialismo cinese è un “buon imperialismo”?
“Dal punto di vista della giustizia borghese e della libertà nazionale […] la Germania avrebbe indubbiamente ragione contro l’Inghilterra e la Francia, poiché essa è “sprovvista” di colonie, mentre i suoi nemici opprimono nazioni in numero incomparabilmente maggiore; sotto la sua alleata, l’Austria, gli slavi oppressi godono indubbiamente una libertà maggiore che non in quella vera “prigione di popoli” che è la Russia zarista. Ma la stessa Germania si batte non per liberare ma per opprimere le nazioni. […] i socialisti devono dire al popolo la verità, e precisamente che questa guerra […] tende: in primo luogo a rafforzare la schiavitù delle colonie con una più “giusta” ripartizione e con un ulteriore e più “concorde” sfruttamento di esse; […] a consolidare l’oppressione sulle nazionalità allogene nelle “grandi” potenze stesse […]; a consolidare e prolungare la schiavitù salariata, poiché il proletariato è diviso e schiacciato ed i capitalisti ne approfittano, arricchendosi con la guerra, inculcando i pregiudizi nazionali e rafforzando la reazione, la quale ha alzato la testa in tutti i paesi, perfino in quelli più liberi e repubblicani.” (Lenin, Il socialismo e la guerra)
Lenin scrisse questa frase nel 1915, in piena I Guerra Mondiale, per chiarire la posizione della socialdemocrazia rivoluzionaria nei confronti dei social-traditori. Non c’è dubbio che la Cina di oggi, come la Germania di allora, sia stata defraudata nella spartizione delle colonie, che i suoi nemici opprimano molti più paesi di lei e che gli schiavi da essa oppressi godano di maggiore libertà rispetto agli schiavi di altri padroni imperialisti. Ma noi comunisti continuiamo a dire, e la storia ci ha dato ragione, che la politica della Cina, come quella dei suoi rivali imperialisti, mira a sottomettere altri popoli e a prolungare la schiavitù salariale.
All’inizio del XX secolo, alla vigilia della Prima guerra mondiale, anche i revisionisti parlavano, come l’autore dell’articolo pubblicato sul Mundo Obrero, di “ultraimperialismo” come possibile nuova fase di accordo tra le potenze per dividersi pacificamente il mondo. Questa teoria, che anche i revisionisti moderni utilizzano per giustificare i loro cedimenti, fa parte dell’arsenale di menzogne a cui le potenze ricorrono per abbellire la loro politica criminale.
Gli imperialisti, ovviamente, giustificano la loro politica con le parole più belle e gli ideali più alti. Mentre aumentano i loro arsenali militari, rafforzano le barriere commerciali, incrementano lo sfruttamento del proletariato nei loro paesi e l’oppressione dei popoli, tutti propongono un accordo “amichevole” tra di loro per la divisione “pacifica” del mondo, che permetterà ai paesi dominati di “uscire dalla miseria” a cui li condanna la loro politica. Questo accordo, ovviamente, è vantaggioso per “tutti”, e ritengono i loro rivali responsabili degli ostacoli che pongono al “libero mercato”. La Cina non fa eccezione.
Ultimamente, Wang Huiyao, consigliere del governo cinese e fondatore del Center for China and Globalization (CCG), un think-tank il cui scopo è, per sua stessa definizione, “offrire raccomandazioni per la Cina da una prospettiva globale e fornire consigli globali con la saggezza cinese” (senza dubbio possiamo considerare Wang come un portavoce, almeno “ufficioso”, del governo cinese), ha dichiarato quanto segue in un recente articolo dal titolo chiarificatore: “Come la Cina e l’Occidente possono collaborare per aiutare veramente l’Africa”, in cui ha auspicato una collaborazione tra gli imperialisti per la spartizione di quel continente, che ha la popolazione più giovane del mondo e il maggior numero di paesi in via di sviluppo e che, a suo dire, dispone di abbondante manodopera e ricche risorse naturali:
“Mentre il mondo continua a confrontarsi con sfide globali senza precedenti“, ha detto Huiyao, “lo sviluppo dell’Africa è diventato un punto focale per la cooperazione internazionale“. E ha aggiunto, lamentandosi: “… nonostante il diffuso riconoscimento dell’importanza globale dell’Africa e del suo potenziale di sviluppo da parte dei paesi occidentali, gli approcci talvolta contrastanti e le sfumature politiche delle loro strategie possono ostacolare una cooperazione efficace e portare a un’allocazione inefficiente delle risorse… è necessaria la partecipazione di un segmento più ampio della comunità internazionale“.
Huiyao non potrebbe essere più chiaro (o più cinico) nell’invitare i suoi colleghi imperialisti a partecipare a questo sfruttamento: “La maggiore attenzione e gli investimenti delle grandi potenze hanno portato a iniziative di sviluppo diversificate e a partenariati economici più forti tra le nazioni africane (….) Per promuovere veramente lo sviluppo dell’Africa, è fondamentale che tutte le parti coinvolte diano priorità alle reali necessità dell’Africa e promuovano una genuina collaborazione piuttosto che la competizione (…). Fortunatamente, alcuni paesi occidentali stanno gradualmente adottando un atteggiamento più aperto nei confronti degli aiuti esteri, guardando con occhi migliori i progetti di sviluppo della Cina in Africa e impegnandosi in una collaborazione attiva. Ad esempio, la Cina sta esplorando la possibilità di stabilire una cooperazione con la Francia all’estero, incoraggiando le aziende di entrambi i paesi a partecipare congiuntamente ai progetti. Questo tipo di cooperazione si è dimostrata vantaggiosa per la Cina, la Francia e i paesi africani…“.
È così che la Cina propone di costruire il “mondo multipolare”: invocando la collaborazione tra i vecchi padroni che hanno devastato l’Africa (l’imperialismo francese) e i nuovi. Questo cinico tentativo degli imperialisti di coordinare la loro politica di sfruttamento era ciò che i vecchi social-traditori chiamavano “ultraimperialismo”.
Il 16 novembre, in occasione del vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico a Lima, in Perù, Biden e Xi Jinping si sono incontrati. Il leader cinese, come il suo omologo statunitense, ha sfoggiato la solita diplomazia degli imperialisti, un misto di buone intenzioni e velate minacce; a modo loro hanno avanzato la stessa teoria “ultra-imperialista”. Ecco alcune delle parole di Jinping al collega Biden, tratte dall’edizione spagnola di Xinhua:
“Contenere la Cina è imprudente, inaccettabile e destinato a fallire…. Quando i due paesi si tratteranno come partner e cercheranno un terreno comune mettendo da parte le differenze, le loro relazioni faranno notevoli progressi… né la Cina né gli Stati Uniti dovrebbero cercare… di privare l’altro del suo legittimo diritto allo sviluppo per mantenere il proprio status di leader…. Le due parti dovrebbero ampliare l’elenco delle cooperazioni e rendere più grande questa torta cooperativa per raggiungere un risultato vantaggioso per tutti… è necessario assumersi le responsabilità dei grandi paesi… astenersi dal logorio reciproco e non costringere gli altri paesi a schierarsi…, solo una cooperazione reciprocamente vantaggiosa può portare a uno sviluppo comune. “Un piccolo cortile con alti recinti” non è ciò che un grande paese dovrebbe perseguire; solo l’apertura e la condivisione possono promuovere il benessere dell’umanità…“.
Queste non sono le dichiarazioni di un leader socialista e internazionalista, ma quelle del leader di una potenza imperialista che pretende che il suo rivale riconosca il suo posto nello sfruttamento del mondo.
Secondo l’agenzia cinese, Biden ha risposto a tono: “La relazione tra Stati Uniti e Cina è la più importante al mondo, non solo per i nostri due popoli, ma anche per il futuro del mondo. I nostri due governi hanno la responsabilità nei confronti dei nostri due popoli e del mondo di garantire che la competizione non si trasformi in conflitto…“.
È vero che il valore di quell’incontro è stato davvero minimo, perché si è tenuto undici giorni dopo la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali statunitensi. Questo istrionico personaggio ha la sua agenda (infatti, non ha tardato a mostrare un maggiore avvicinamento a Putin); ma serve a illustrare, almeno, i timori di una parte del capitale yankee che, negli affari internazionali e in tempi fluidi come quelli attuali, non smette di vedere con preoccupazione la vittoria del primo.
Ancora l'”ultraimperialismo”
Lenin scriveva nel 1915 [Il fallimento della Seconda Internazionale], all’inizio della prima guerra mondiale: “La più sottile teoria del socialsciovinismo, quella più ingegnosamente pseudoscientifica e pseudointernazionalista, è la teoria dell’“ultraimperialismo”, escogitata da Kautsky. Eccone l’enunciazione più chiara, precisa e recente, data dall’autore stesso: una nuova politica ultraimperialista, la quale, al posto della lotta fra i vari capitali finanziari nazionali instauri lo sfruttamento comune del mondo da parte del capitale finanziario unito a livello internazionale.” E Lenin proseguiva: “La “teoria” si riduce a questo, e soltanto a questo: in nome della speranza che possa sopravvenire una nuova era pacifica del capitalismo, Kautsky giustifica l’unione degli opportunisti e dei partiti socialdemocratici ufficiali con la borghesia e la loro rinuncia alla tattica rivoluzionaria (ossia proletaria) nella presente era tempestosa.”
Questa teoria del mondo multipolare è l’aggiornamento del vecchio ritornello dell’ultraimperialismo. Ecco cosa dice Manzanera nel suo articolo sul Mundo Obrero: “Il progetto che la Cina offre al mondo è il multipolarismo, che sostituisce l’egemonia unipolare dell’imperialismo liberale che è stata dominante fino ad oggi…. Il multipolarismo è un progetto pacifico [sic] di intesa tra le potenze mondiali, con l’ONU come centro del dialogo e del processo decisionale consensuale a livello internazionale…“. Secondo i revisionisti, il proletariato deve aiutare l’imperialismo nel suo compito di costruire un mondo in cui il capitale finanziario sfrutti il proletariato e i popoli del mondo, in modo unito e coordinato, in modo da porre fine al confronto sui mercati e, di conseguenza, alle guerre.
Lenin denunciò questo inganno come segue: “Il rafforzamento dei legami internazionali fra le diverse cricche del capitale finanziario. Questa è l’unica tendenza certa e generale, non limitata ad alcuni anni né a due paesi, ma estesa a tutto il mondo, a tutto il capitalismo. […] Dedurre, dall’unione e dall’intreccio dei diversi capitali nazionali in un tutto internazionale unico, la tendenza economica al disarmo, significa sostituire al reale inasprimento delle contraddizioni di classe il pio desiderio piccolo-borghese dello smussamento di queste contraddizioni (…) chi consola lo schiavo invece di spingerlo alla ribellione contro la schiavitù, aiuta i proprietari di schiavi.” (Ibidem)
I fatti sono incontrovertibili: I signori Huiyao e Manzanera possono parlare di pace tra gli imperialisti, ma la lotta tra i capitalisti per ottenere il massimo plusvalore attraverso lo sfruttamento del proletariato, le dispute tra loro per dominare il maggior numero di paesi attraverso i loro investimenti finanziari, la contesa con i loro rivali per le aree di influenza, sono state una costante nell’era dell’imperialismo. Questo è costato (e continua a costare) milioni di vite e innumerevoli sofferenze ai popoli del mondo; e questa tendenza non solo non è diminuita, ma cresce ogni giorno. Il militarismo, l’eliminazione dei diritti democratici, l’imposizione di feroci tagli alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato e dei popoli e, infine, la guerra, rimangono l’unica costante negli atti dell’imperialismo e continueranno a esserlo finché il proletariato non porrà fine al capitalismo in modo rivoluzionario. Chiunque dica il contrario è un ignorante, si sbaglia o mente.
Il cosiddetto asse della resistenza, il vertice Cina-Africa e, ancora, i BRICS
Nella seconda metà dell’anno, poco prima delle elezioni presidenziali del capo yankee, si sono svolti due incontri, salutati dai social-sciovinisti come un passo verso un mondo multipolare: la nona riunione ministeriale del Forum sulla cooperazione Cina-Africa, tenutasi a Pechino all’inizio di settembre, e il vertice dei BRICS, tenutosi a fine ottobre a Kazan (Russia).
Poco di nuovo si può dire sull’agenda dell’ultimo vertice BRICS, a parte il fatto che i suoi promotori continuano a portare avanti gli obiettivi stabiliti al vertice di Johannesburg dello scorso anno: de-dollarizzare l’economia, favorire gli scambi in valute locali, creare un’alternativa ai codici SWIFT per i trasferimenti finanziari, ecc.
Da gennaio di quest’anno, quattro nuovi paesi si sono uniti al gruppo: Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia; ma le contraddizioni interne, come abbiamo sottolineato in un precedente articolo, continuano a crescere.[8] La natura instabile dell’alleanza tra gli Stati del gruppo è stata evidente alla fine del 2023, quando il neoeletto presidente argentino, Javier Milei, ultraliberista e istrionico difensore della dollarizzazione dell’economia, ha rifiutato l’inclusione del paese nei BRICS, concordata pochi mesi prima al vertice di Johannesburg.
La convivenza tra i tre Stati leader, Russia, Cina e India, non è priva di tensioni; l’India, in particolare, ha una propria “agenda” per favorire il proprio capitale nazionale. Infatti, come ha recentemente sottolineato ElDiario.es: “… gli Stati Uniti sono sedotti dallo status dell’India come rivale geopolitico ed economico regionale della Cina. Inoltre, contano sulla flessibilità di Modi nel creare legami con il Sud globale, mentre dialogano con il G7 (nonostante la sua appartenenza ai BRICS) e costruiscono consenso con il G20 con sfumature multilaterali”.[9] Un altro esempio delle crescenti contraddizioni è il rifiuto del Brasile alla candidatura del Venezuela. Come ha sottolineato France 24 h, il vertice dei BRICS in Russia si è concluso con grandi scommesse e pochi accordi.
Poche settimane prima si è tenuto a Pechino il vertice del Forum sulla cooperazione Cina-Africa. La Cina, seconda economia mondiale, è il principale partner commerciale dell’Africa. Il commercio bilaterale ha raggiunto 167,8 miliardi di dollari (151,8 miliardi di euro) nella prima metà del 2024, secondo i media ufficiali cinesi.
Gli enormi investimenti finanziari della Cina in Africa non hanno obiettivi rivoluzionari o internazionalisti. La Cina ha sempre rispettato lo status quo in Africa; ha sempre favorito l’accordo con i dittatori e i governi reazionari del continente ai quali ha offerto aiuti militari e addestramento per i loro eserciti, in cambio del permesso di condividere il saccheggio delle sue risorse, come vedremo.
Naturalmente, ha contribuito alla costruzione di vie di comunicazione, di cui necessita per trasferire le risorse naturali di cui ha bisogno ed esportare i suoi prodotti nell’area. Non c’è alcuno spirito altruistico in essa; il suo comportamento è sempre stato quello di una potenza imperialista che sfrutta le risorse delle sue colonie. Non agisce (per il momento) direttamente per imporre militarmente il suo dominio; non ne ha bisogno: sono i governi amici a imporre l'”ordine imperiale”. Naturalmente, quando necessario, non esita a esportare armi per mantenere l’instabilità in aree in cui conviene fomentarla, o a utilizzare gli eserciti privati del suo alleato russo, con cui condivide una presenza significativa in Africa.
La Cina ha investito una quantità significativa di denaro in Africa e ha inviato migliaia di lavoratori e ingegneri nel continente per costruire grandi progetti infrastrutturali, ottenendo in cambio un accesso privilegiato alle risorse naturali del continente, tra cui cobalto, rame, oro, litio, ecc. I prestiti statali cinesi hanno anche finanziato ferrovie, porti e strade, infrastrutture molto importanti per l’Africa, che rafforzano al massimo l’influenza cinese sul continente africano.
Qual è la realtà in Africa?
Il continente africano ha sopportato la colonizzazione più brutale da parte delle potenze europee per un periodo di tempo molto lungo. Dopo la Seconda guerra mondiale, e soprattutto durante gli anni Cinquanta e Sessanta, si è sviluppato nel continente un periodo di decolonizzazione che ha permesso l’indipendenza dei paesi colonizzati, a volte dopo guerre sanguinose, come nel caso dell’Algeria contro l’impero francese.[10] Tuttavia, le ex metropoli non hanno abbandonato lo sfruttamento delle loro ex colonie, che nella maggior parte dei casi continuavano a stare nelle mani di prestanome dei loro ex proprietari.
L’imperialismo occidentale non ha mai permesso una reale indipendenza delle sue ex colonie; ha mantenuto il suo controllo utilizzando ogni tipo di argomentazione. All’inizio di questo secolo, ad esempio, tra il 2010 e il 2012, si è sviluppato un movimento popolare noto come “primavera araba” che, partendo dalla Tunisia, ex colonia francese, si è diffuso in tutto il nord del continente ed è stato rapidamente soffocato dall’intervento politico e militare dell’imperialismo. Uno degli esempi di questa “colonizzazione ombra” si trova in Libia che, dopo l’intervento della NATO, continua a essere spezzata e divisa in due Stati controllati rispettivamente dall’imperialismo occidentale (il settore ovest del paese) e dalla Russia (l’est) con governi fantoccio come schermo.
Questa stessa situazione di “tutela armata” dell’imperialismo si estende a tutto il continente: il vuoto lasciato dall’imperialismo francese, espulso dal Sahel, è stato riempito dalla Russia (che sta intervenendo militarmente attraverso gli eserciti mercenari che lavorano per lei). In questo contesto la Cina sta rafforzando il suo controllo economico e cerca accordi (“di sicurezza”, nei termini melliflui della diplomazia borghese), per far avanzare il suo controllo militare.
I continui colpi di Stato, così come l’attività di gruppi jihadisti e bande paramilitari di ogni tipo, aggravano i conflitti promossi e manipolati da questa o quella superpotenza. Dissanguano gli Stati africani limitando il pieno sviluppo dei popoli e provocando l’esodo di centinaia di migliaia di loro cittadini, che cercano un futuro nella fuga verso le metropoli. Queste ultime, a loro volta, chiudono le frontiere con filo spinato e prigioni per impedirne l’ingresso.
In realtà, come ha sottolineato Huiyao, l’Africa è il continente con la popolazione più giovane del mondo e con il maggior numero di paesi in via di sviluppo, oltre a possedere molte risorse minerarie e materie prime necessarie per l’industria più all’avanguardia, che sono contese dai suoi vecchi e nuovi padroni. Ma l’Africa è anche la discarica del mondo: le Nazioni Unite sottolineano che, ogni anno, il mondo genera 62 miliardi di chilogrammi di rifiuti elettronici e tre quarti di questi spariscono nelle discariche africane.
Paesi come il Burkina Faso, dopo aver subito due colpi di Stato nel 2022, stanno vivendo un processo di fascistizzazione, con la negazione dei diritti democratici e la libera attività di “squadroni della morte” e bande fasciste sostenute dalla dittatura militare. In Sudan continua il conflitto armato tra i due rami dell’ex regime reazionario, entrambi sostenuti dall’imperialismo e dalle potenze regionali con l’obiettivo di frammentare ulteriormente il paese e saccheggiare le sue ricchezze (si tratta di un conflitto che ha già causato più di 7,5 milioni di sfollati e migliaia di morti).[11] Il presidente tunisino Said regna su un paese in bancarotta, schiacciando ogni protesta popolare. La Repubblica Democratica del Congo, nonostante la sua grande ricchezza di minerali, è, secondo la Banca Mondiale, uno dei cinque paesi più poveri del mondo, in cui bande paramilitari agiscono impunemente, rubando cobalto e minerali che i cittadini estraggono in aziende private, rischiando ogni tipo di malattia, ecc. ecc. Tutto ciò ci parla di un continente con le vene aperte, in cui l’imperialismo conduce continue guerre per controllare le sue ricchezze, usa le forze più oscurantiste e reazionarie come burattini, smembra gli Stati e aggrava i conflitti, mentre canta canzoni di speranza e fratellanza.
Il discorso di apertura del Forum sulla cooperazione Cina-Africa, pronunciato da Xi Jinping, è iniziato con il tono “poetico” e confuciano dei revisionisti cinesi: “I fiori in primavera si trasformano in frutti in autunno, e un raccolto abbondante è la ricompensa del duro lavoro. In questa stagione di raccolto, sono estremamente lieto di incontrare a Pechino tanti amici vecchi e nuovi per deliberare insieme sui grandi piani per l’amicizia e la cooperazione Cina-Africa nella nuova era…. Nel bel mezzo dei cambiamenti senza precedenti che hanno interessato il mondo in un secolo, ci troviamo fianco a fianco per difendere con fermezza i nostri legittimi diritti e interessi. Seguendo il flusso della globalizzazione economica, diventiamo insieme più solidi e resistenti, portando benefici tangibili a miliardi di cinesi e africani comuni“.
Tra lodi ed elogi, il leader cinese ha offerto ai suoi ospiti più di un semplice sostegno finanziario. La sua decima proposta è stata l’azione di partenariato per la sicurezza comune: “Forniremo all’Africa miliardi di yuan RMB, addestreremo 6.000 militari e 1.000 funzionari di polizia e delle forze dell’ordine africani e inviteremo 500 giovani ufficiali militari africani a visitare la Cina….“.
Tra gli amici del leader cinese presenti al Forum c’era il primo ministro marocchino Aziz Akhannouch, in rappresentanza di “Sua Maestà”, il Satrapo Mohammed VI; naturalmente, l’ospite cinese, per non disturbare il suo amico, ha rifiutato la presenza al vertice dei rappresentanti del Fronte Polisario e della Repubblica Araba Saharawi Democratica. Il Ministero degli Affari Esteri marocchino ha dichiarato che: “Il Vertice del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (FOCAC), tenutosi a Pechino dal 4 al 6 settembre, ha confermato lo status del Marocco come leader continentale chiave che pone lo sviluppo e la prosperità dell’Africa al centro della sua azione diplomatica, in accordo con le alte istruzioni di Sua Maestà il Re Mohammed VI, che Dio lo aiuti…“.
Quale dovrebbe essere l’atteggiamento della sinistra in Spagna?
E la Spagna? Qual è il ruolo dello Stato spagnolo in questo confronto inter-imperialista? Alla fine della Seconda guerra mondiale, le grandi potenze imperialiste si sono infatti opposte a sostenere i comunisti spagnoli, come proposto dall’URSS, nella loro lotta per regolare i conti con il franchismo, l’ultimo regime fascista in Europa alleato del criminale nazifascismo, che ha sottoposto il popolo spagnolo a una dittatura brutale e criminale.
Gli Stati Uniti, svolgendo il ruolo che oggi svolge la Cina, aiutarono Franco a uscire dal suo isolamento politico firmando gli accordi ispano-americani del 1953. Da allora, insieme all’ondata di investimenti che trasformarono la nostra economia in un ramo industriale della grande azienda statunitense, trovarono nel nostro paese una forza-lavoro a basso costo e la sottoposero a un regime brutale di negazione dei diritti; la Spagna si riempì di basi e soldati yankee: a Rota, Saragozza, Morón, Torrejón, ecc.
L’incidente di Palomares del 1966, quando la collisione tra due aerei dell’aviazione statunitense causò la caduta di diverse bombe nucleari nel comune di Almeria, dimostrò l’impunità con cui gli eserciti imperialisti utilizzano il nostro territorio, mettendo a rischio la sicurezza dei nostri popoli e delle nostre coste. La nuotata dell’allora Ministro dell’Informazione e del Turismo franchista, Manuel Fraga Iribarne (fondatore dell’AP [Alleanza Popolare], poi PP [Partito Popolare]) e dell’ambasciatore statunitense nelle acque vicine, per dimostrare che non erano contaminate, fu un’altra prova della sottomissione dei lacchè delle autorità pubbliche franchiste al padrone yankee. Dopo la morte del dittatore assassino, il processo di transizione, supervisionato dall’intervento diretto dell’amministrazione statunitense, con l’aiuto attivo del social-liberalismo e la complicità del revisionismo carrillista, mantenne inalterati i pilastri fondamentali del regime franchista: nessuna delle questioni riguardanti la struttura dello Stato e la necessaria epurazione delle sue istituzioni fu affrontata, ecc. Né cambiò di una virgola la sua completa sottomissione ai dettami dell'”alleato” yankee.
I primi governi della monarchia avviarono il processo di ingresso del nostro paese nella NATO, provocando un’enorme mobilitazione popolare al grido di “No alla NATO, fuori le basi!”, che attraversò il paese da un capo all’altro. Costretto dalla pressione popolare, Felipe González, il grande ipocrita del social-liberalismo, si è incaricato di fare il lavoro sporco, come tante altre volte. Ha indetto un referendum dopo una campagna con il cinico slogan “No all’ingresso nella NATO”; ma, pur avendo il controllo assoluto dell’apparato propagandistico, l’indignata opposizione della maggioranza del popolo spagnolo ha costretto il Governo a prendere tre impegni per rendere accettabile questo passo, che sono apparsi sulla stessa scheda elettorale, il cui testo recitava:
“Il Governo ritiene opportuno, per l’interesse nazionale, che la Spagna rimanga nell’Alleanza Atlantica, e concorda che ciò venga stabilito nei seguenti termini:
1. La partecipazione della Spagna all’Alleanza Atlantica non includerà la sua incorporazione nella struttura militare integrata.
2. Sarà mantenuto il divieto di installare, immagazzinare o introdurre armi nucleari nel territorio spagnolo.
3. La presenza militare degli Stati Uniti in Spagna sarà progressivamente ridotta.
Ritenete accettabile che la Spagna rimanga nell’Alleanza Atlantica alle condizioni concordate dal Governo della Nazione?”.
Né questo, né gli altri governi che si sono succeduti nel regime monarchico, hanno rispettato questi impegni; e nemmeno il governo di coalizione. La decisione di rimanere nel blocco militare è quindi illegittima e nulla.
La NATO non ha mai avuto come ragione di esistere la difesa della “democrazia”, né di proteggere l’Europa “dissuadendo” i suoi “nemici” da un possibile attacco, come hanno sostenuto in coro i leader del PSOE [Partito Socialista dei Lavoratori di Spagna] e della destra. Si tratta di formare un blocco militare al servizio dell’imperialismo occidentale, finora dominante, raggruppato intorno agli Stati Uniti, che oggi sono una potenza in declino.
Tuttavia, questo è un tema che è stato lasciato fuori dal dibattito politico in questi anni; mentre l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo ha messo a nudo tutte le contraddizioni, comprese quelle della sinistra sottomessa. Finora è stata ignorata la natura irregolare del referendum, che invalida l’adesione alla NATO anche dal punto di vista della giustizia borghese. Tuttavia, ora la situazione internazionale, con il pericolo reale di una guerra, pone questo problema al centro del dibattito politico.
Cosa ha fatto il revisionismo di fronte a tale questione, che sta acquisendo un carattere così decisivo per la nostra sicurezza?: “Se facciamo parte di un’organizzazione internazionale e abbiamo degli obblighi, è ovvio che finché ne facciamo parte dobbiamo rispettarli“. Questa dichiarazione, fatta nel 2021 dal segretario generale del PCE [Partito Comunista di Spagna], Enrique de Santiago (all’epoca, peraltro, segretario di Stato per l’Agenda 2030), in relazione all’adesione della Spagna alla NATO, è un segno di arrendevolezza e cinismo degno di essere incorniciato. Dimostra fino a che punto il revisionismo abbia accettato lo status quo imposto dal regime monarchico, rinunciando a qualsiasi lotta democratica. Un anno dopo, alla vigilia del Vertice della NATO tenutosi a Madrid, la dichiarazione del ministro Albares per giustificare l’atteggiamento guerrafondaio della NATO non era lontana: “… il fatto che vi dichiariate contrari a tutte le guerre non impedisce che la guerra venga da voi…“.
In quel vertice, che ha stabilito il piano della NATO per il prossimo decennio, è stato fatto un esplicito riferimento alla Cina, che l'”Alleanza” considera una sfida “sistemica”. Facendo un ulteriore passo avanti nell’escalation delle minacce, è stato anche concordato che il blocco militare non solo risponderà agli attacchi armati, ma potrà intervenire militarmente di fronte a qualsiasi minaccia alla sua sicurezza.
L’immigrazione irregolare è stata dichiarata una minaccia e sono stati approvati l’aumento delle spese militari e il maggiore sostegno all’Ucraina nella sua guerra contro la Russia.[12]
La presenza della Spagna nella NATO rappresenta un grave pericolo per la sicurezza del nostro popolo. Il nostro paese è vitale per gli imperialisti grazie alla sua posizione geostrategica: una porta tra il Mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico e tra l’Europa e l’Africa. I suoi porti e le sue basi militari hanno trasformato il nostro paese nella “portaerei” dell’imperialismo yankee in Europa, il che rappresenta un grave pericolo per tutti. Si tratta quindi di una questione di primo piano per le forze popolari, democratiche e progressiste del nostro paese.
È necessario iniziare a lavorare per costruire un fronte unito contro la NATO e le sue basi, contro l’aumento incessante delle spese militari, esigendo una politica di pace, come espressamente stabilito nella Costituzione della Seconda Repubblica spagnola. Per farlo, dobbiamo innanzitutto rivolgerci alla classe operaia e ai settori popolari, denunciando con chiarezza e forza le forze politiche che cercano di utilizzare questa necessità di unità contro la NATO, le sue basi e il coinvolgimento del nostro paese nel campo occidentale, per sostenere l’altra parte imperialista.
Ma noi comunisti abbiamo un ulteriore dovere: chiarire alla nostra classe le cause della guerra, il ruolo e la natura dell’imperialismo, il rapporto tra l’imperialismo e la guerra come conseguenza finale della sua politica; spiegare perché la rivoluzione è, alla fine, l’unico modo per porre fine alle guerre. Come ha sottolineato Lenin nella citazione all’inizio di questo articolo, ciò richiede di denunciare come traditori della rivoluzione le forze che ingannano il proletariato, tacendo o giustificando la natura imperialista e reazionaria di quelle potenze che stanno trascinando il mondo in guerra. Teorie come quella del mondo multipolare non sono altro che una cinica copertura per gli imperialisti cinesi e russi che, insieme ai loro compagni di banda, parlano di pace ma si preparano alla guerra. Parlano di progresso sociale, ma partecipano allo sfruttamento dei lavoratori e al saccheggio dei popoli del mondo.
Viviamo in un’epoca in cui le potenze cominciano a trattare con intollerabile frivolezza la possibilità di una nuova guerra mondiale: il senile Biden ha autorizzato il regime di Zelensky a usare i missili yankee contro il territorio russo; la Germania ha approvato una direttiva per la difesa globale che stabilisce misure come la coscrizione obbligatoria, l’uso dei tunnel della metropolitana come rifugi antiaerei e il razionamento del cibo in caso di guerra. Queste e altre misure adottate dai rappresentanti politici dell’imperialismo, o le spavalderie da osteria di personaggi come il presidente ungherese, Viktor Orbán[13], sono più che semplici aneddoti, sono la prova che l’imperialismo si sta preparando attivamente alla guerra, calpestando le necessità dei popoli.
In queste circostanze, le organizzazioni del proletariato non possono rimanere estranee dall’escalation delle minacce ai nostri popoli e noi comunisti dobbiamo essere implacabili nel denunciare l’atteggiamento complice dei revisionisti. Coloro che si schierano con l’uno o l’altro imperialismo agiscono oggettivamente contro la pace, contro il progresso e contro la rivoluzione socialista, e dobbiamo denunciarli come tali.
Articolo pubblicato su “Unidad y Lucha”, n. 50 – Organo della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML)
NOTE:
[1] Questo articolo è stato redatto come bilancio della situazione internazionale all’inizio di quest’anno 2025, quindi non include i cambiamenti avvenuti da allora. Sono state apportate alcune correzioni di forma per adattare il contenuto al momento della pubblicazione.
[2] Antonio Ramos Oliveira, Storia Politica e Sociale della Germania, Vol. 2.
[3] Ibid., pag. 83-87.
[4] Poco prima della firma del Patto Molotov-Ribbentrop, Hitler, parlando all’Alto Commissariato della Società delle Nazioni a Danzica, disse: “Tutto ciò che io intraprendo è rivolto contro la Russia. Se l’Occidente è troppo stupido e cieco per capirlo, sarò costretto a raggiungere un’intesa con i Russi e a battere poi l’Occidente, in modo che dopo la sua sconfitta io possa rivolgermi contro l’Unione Sovietica con tutte le forze da me riunite.” Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera.
[5] Questo leader cinese ha reso popolare lo slogan “Arricchirsi è glorioso!”
[6] Xi Jinping ha presentato un rapporto che riassume il suo “pensiero” al XX Congresso del PCC. In esso, tra gli altri obiettivi, ha espresso i seguenti piani che possono aiutare a comprendere il vero carattere del capitalismo di Stato cinese: “Costruiremo un mercato nazionale unificato, faremo avanzare le riforme del mercato basate sull’allocazione dei fattori di produzione e stabiliremo un sistema di mercato di alto livello. Miglioreremo i sistemi alla base dell’economia di mercato, come la protezione dei diritti di proprietà, l’accesso al mercato, la concorrenza leale e il credito sociale, per migliorare l’ambiente imprenditoriale”.
[7] Xinhua definisce il settore privato in modo restrittivo, come imprese con meno del 10% di proprietà statale. Il settore statale comprende sia le imprese a proprietà mista (MOEs, Mixed Ownership Enterprises, n.d.t.), in cui lo Stato possiede tra il 10% e il 50%, sia le imprese a maggioranza statale.
[8] “Socialismo e sciovinismo sociale: Sul vertice dei BRICS”
[9] In India, il Paese più popoloso del mondo, la deriva nazionalista dello Stato diventa ogni giorno più evidente. La vittoria del BJP, il partito del presidente indiano Narendra Modi, nel 2014, ha dato vita a gruppi come il Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), un’organizzazione paramilitare indù di estrema destra, culla ideologica del BJP di cui Modi è membro. Non sorprende quindi che l’India sia stata uno degli Stati che si è astenuta dal voto dell’ONU del 26 ottobre 2023, che chiedeva un cessate il fuoco a Gaza, appoggiando di fatto Israele; o che, pochi giorni dopo il vertice di Kazan, dopo la vittoria di Trump, Modi abbia dichiarato su X: “Ho avuto una grande conversazione con il mio amico, il presidente Donald Trump, e mi sono congratulato con lui per la sua spettacolare vittoria. Non vedo l’ora di lavorare ancora una volta a stretto contatto per rafforzare ulteriormente le relazioni tra India e Stati Uniti nei settori della tecnologia, della difesa, dell’energia, dello spazio e in altri settori”.
[10] Vale la pena ricordare ancora una volta che la Spagna non ha rispettato l’impegno preso con le Nazioni Unite in quanto potenza coloniale, non garantendo il diritto all’autodeterminazione del Sahara occidentale (una delle ultime colonie europee in Africa) e accettando l’annessione illegale di quel territorio da parte del Marocco.
[11] Per i casi di questi due Paesi, si vedano le risoluzioni della XXIX Plenaria della CIPOML
[12] Il sito web della Moncloa ha pubblicato questo riassunto: “Durante il vertice, i leader hanno concordato di aumentare i fondi comuni. In questo senso, Sánchez ha ribadito che la Spagna rispetterà il suo impegno nei confronti della NATO e dell’UE destinando il 2% del PIL al bilancio della difesa…. Voglio che questa proposta sia un accordo del Paese per difendere e garantire ciò che è stato messo in discussione e a rischio dalla guerra di Putin in Ucraina, e cioè la sicurezza dell’Europa e anche per garantire e rafforzare la sicurezza della Spagna…”. In effetti, questo è il governo che ha aumentato maggiormente le spese militari. Come riportato da El Salto nell’ottobre 2023, “lo Stato spagnolo dedica annualmente all’esercito il doppio del suo bilancio rispetto a due decenni fa”. Dal 2019, il governo di Sánchez ha impegnato più di 82,7 miliardi di euro in spese militari (comprese quelle di tutti i ministeri), 20 miliardi in più rispetto all’ultima legislatura di Rajoy e 40 miliardi in più rispetto al secondo mandato di José María Aznar (PP).
[13] Il presidente ungherese Orbán è un esempio dei leader del populismo fascista che hanno uno ciascuno in entrambi i campi e sono sostenitori pagati del teatro di guerra inter-imperialista. Questo personaggio, presidente di turno del Consiglio europeo nella seconda metà del 2024, è amico di Trump, che ha visitato dopo le elezioni statunitensi, dichiarando in seguito: “Abbiamo discusso dei modi per raggiungere la pace. La buona notizia è che ci riuscirà”. È anche amico di Putin, che ha incontrato a luglio. Putin ha poi detto di lui: “So che questa volta non viene solo come alleato, ma come presidente del Consiglio europeo”. È anche un amico di Netanyahu, come ha già dimostrato la sua risposta all’ordine della Corte penale internazionale che chiede l’arresto del leader nazi-sionista: “Il mandato di arresto della Corte penale internazionale contro il primo ministro Netanyahu è flagrante, cinico e completamente inaccettabile. Ho invitato il Primo Ministro Netanyahu in visita ufficiale in Ungheria, dove garantiremo la sua libertà e sicurezza”.
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