Quale stabilità?
Ma di quale stabilità si tratta? Della stabilità dei profitti, delle rendite, dei grandi patrimoni.
Non quella dei salari in discesa da oltre trenta anni, delle fabbriche chiuse, degli affitti insostenibili, della sanità pubblica smantellata, delle scuole che cadono a pezzi.
La stabilità borghese è sempre la stabilità del capitale, per intensificare lo sfruttamento della classe, da un lato; l’instabilità e l’insicurezza del lavoro e della vita per milioni di proletari, dall’altro.
La classe dominante ha compreso che non basta governare: occorre comandare. La nuova legge elettorale non è una riforma tecnica ma un atto di eversione politica: un sistema pensato per dare al premier della coalizione vincente il controllo del parlamento e dello Stato, un riflesso della centralizzazione nel campo economico.
L’opposizione parlamentare si limita a protestare per la forma, non per la sostanza. Parla di “imbroglio” e minaccia ricorsi alla Consulta. Ma quando si modificano le “regole del gioco” non si vince impugnando la legge: si vince organizzando fuori dal parlamento la forza sociale che il parlamento pretende di rappresentare.
Il “campo largo” è il fenomeno più istruttivo della crisi profonda del riformismo. Si unisce non per un programma di trasformazione, ma per la paura di perdere; non per mobilitare gli sfruttati, ma per ricomporre la propria quota di potere nel sistema. E si divide dove dovrebbe mostrare di essere compatto: sulla guerra, lasciando il terreno alla maggioranza di destra e ai fascisti.
Ma la questione non è soltanto la guerra: è chi paga la guerra, l’inflazione energetica, il riarmo e la competizione imperialista.
Il compito non è dunque un’altra astuzia elettorale, ma ricostituire una politica di classe e rivoluzionaria: sindacati combattivi, comitati di lotta, unità tra salariati, precari, disoccupati, masse oppresse; un fronte popolare e una piattaforma intransigente su salario, lavoro, casa, pace e democrazia reale.
Occorre organizzazione, non indignazione e lamenti parlamentari. E la forma suprema dell’organizzazione di classe del proletariato è il partito comunista.
Senza questo partito, radicato nei luoghi di lavoro e nei quartieri, ogni protesta si esaurisce in un paio di mesi. Occorre stabilità proletaria.
L’unificazione dei gruppi e dei singoli comunisti, dei migliori elementi del proletariato in un unico e forte partito indipendente e rivoluzionario basato sui principi del marxismo-leninismo e dell’internazionalismo proletario, è il compito da adempiere nel nostro paese.
L’editoriale di Scintilla n. 163, ottobre 2026
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