2013 – 2023: 10 anni di interventi militari francesi nel Sahel
Ridispiegamento forzato sullo sfondo di rivalità inter-imperialiste e di collera popolare
L’11 gennaio 2013, F. Hollande lanciava l’operazione Serval in Mali, ufficialmente, “su richiesta delle autorità maliene al fine di fermare l’offensiva dei gruppi terroristici armati verso Bamako”. Un anno e mezzo dopo, il 1° agosto 2014, Barkhane (1) ha riunito le operazioni Serval (Mali) ed Epervier (Ciad), estendendo così il campo delle operazioni a tutta la fascia saheliana, dalla Mauritania al Ciad (4200 km da est a ovest – 1600 km da nord a sud).
Molto rapidamente l’illusione di un sostegno popolare dell’intervento francese ha lasciato il posto a manifestazioni ostili che chiedevano allo stesso tempo l’allontanamento del presidente Ibrahim Boubacar Keïta e dell’esercito francese considerato come un esercito di occupazione, che non era lì per scacciare i gruppi terroristici.
Un primo colpo di stato militare, con l’obiettivo di stroncare il movimento popolare il 18 agosto 2020, è stato seguito, il 24 maggio 2021, da un secondo che ha consolidato la posizione del colonnello Goïta. Da allora, le relazioni tra Parigi e Bamako hanno continuato a deteriorarsi, fino alla rottura nel 2021.
Tra l’ottobre 2021 e l’agosto 2022, l’esercito francese ha restituito al Mali le cinque basi che vi aveva installato (Kidal, Tessalit, Timbuctù, Ménaka e infine Gao). Il 9 novembre 2022, Macron ha annunciato la fine di Barkhane. Allo stesso tempo, a dicembre, la Francia ha evacuato i suoi ultimi militari rimasti nella Repubblica Centrafricana al termine dell’operazione Sangaris (2013-2016).
È tutto il suo apparato militare africano che la Francia è costretta a rivedere sullo sfondo dei fallimenti militari e delle battute d’arresto politiche e diplomatiche.
Ci sono state certamente operazioni dell’esercito francese contro gruppi armati legati ad al-Qaeda e allo Stato islamico. Ma queste operazioni, che non hanno risparmiato la popolazione (nel gennaio 2021, un attacco francese ha ucciso 19 civili che si trovavano ad un matrimonio a Bounti), sono ben lungi dall’aver “sradicato” i gruppi terroristici che oggi operano in tutta l’Africa occidentale, dal Sahel al Golfo di Guinea.
In dieci anni, migliaia di persone, civili e soldati, hanno perso la vita, centinaia di migliaia di persone indigenti sono state sfollate. Il Mali e altri stati della regione, in particolare il Burkina Faso, sono sprofondati in guerre civili reazionarie, lasciando intere aree senza controllo e senza infrastrutture.
Come abbiamo visto in Burkina Faso, questa situazione ha anche agevolato il ripristino delle esecuzioni extragiudiziali contro i militanti rivoluzionari. Questo fallimento della guerra contro il terrorismo è anche quello degli eserciti neocoloniali dei paesi del G5 Sahel (istituito nel febbraio 2014 da Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad). E quello della Task Force europea Takuba che Macron avrebbe voluto si facesse carico di parte del costo umano e finanziario di questa guerra che ha mobilitato sul campo fino a 5100 soldati francesi e dissipato tra gli 800 milioni e un miliardo di euro l’anno per 9 anni.
L’indebolimento delle posizioni dell’imperialismo francese
Per giustificare il loro ritiro dal Mali, le autorità francesi hanno addotto l’impossibile convivenza con Wagner, una compagnia militare privata guidata da un prossimo di Putin e presentata come uno degli strumenti della penetrazione russa nel continente.
Agendo in Mali a fianco delle forze armate regolari o intervenendo in modo sempre più indipendente nella guerra contro i gruppi ribelli come fanno nella Repubblica Centrafricana, questi mercenari sono noti per la loro violenza e la loro mancanza di scrupoli nel colpire i civili. Si fanno pagare per i loro servizi saccheggiando le miniere d’oro. Anche le nuove autorità burkinabé sembrano tentate dalla “via maliena” nella ricerca di altri “partner”.
La Russia non è la sola a voler trarre profitto dall’indebolimento dell’imperialismo francese nelle sue ex colonie. La Cina, in particolare, vi ha investito molto e gli Stati Uniti non sembrano voler lasciare campo libero a questa penetrazione economica cinese. Al vertice USA-Africa del dicembre 2022, Washington ha annunciato lo stanziamento di 55 miliardi di dollari per la cooperazione pubblica in tre anni e 15 miliardi di dollari per accordi privati. Gli Stati Uniti, che hanno contribuito alla guerra nel Sahel in particolare in termini di intelligence e trasporto aereo, dispongono di una base di droni ad Agadez, nel nord del Niger, un paese a cui hanno consegnato molte attrezzature militari.
Anche la Germania, che organizza i propri vertici Africa-Germania, non intende rimanere fuori dal giro. Ma il fattore più problematico per l’imperialismo francese è il rifiuto massiccio della sua presenza militare da parte dei popoli africani. Una delle spettacolari espressioni di ciò sono state le difficoltà incontrate, nel novembre 2021, dal convoglio militare francese di un centinaio di veicoli partiti da Abidjan per rifornire la base di Barkhane a Gao, in Mali: in transito attraverso Burkina e Niger, è stato dapprima bloccato per più di una settimana dalle manifestazioni a Bobo-Dioulasso, Ouagadougou e Kaya; in Niger, gendarmi nigerini e soldati francesi hanno sparato sui manifestanti che cercavano di impossessarsi dei camion.
Il 1° ottobre 2022, in Burkina Faso, le manifestazioni hanno preso di mira il campo di Kamboinsin, dove sono di stanza circa 400 soldati delle forze speciali francesi, ma anche l’ambasciata francese e gli istituti culturali francesi, che sono stati nuovamente presi di mira il 28 ottobre. In Senegal, nel marzo 2021, le manifestazioni trasformandosi in rivolte per il cibo hanno attaccato i marchi francesi che partecipano al saccheggio del paese e all’impoverimento delle popolazioni: ne hanno pagato il prezzo Eiffage, Total, Orange e Auchan. Ciò che è preso di mira dai popoli africani non sono i lavoratori e le masse popolari francesi: è la politica del nostro paese, i monopoli francesi che saccheggiano le ricchezze di questi paesi, l’esercito francese che li occupa per difendere i loro interessi.
I nostri compiti
La fine di Barkhane è ben lungi dal significare la fine della presenza militare francese nel Sahel e in Africa. La Francia mantiene basi a Niamey (Niger) e N’Djamena (Ciad), a Kamboinsin presso la capitale del Mali Ouagadougou, in Senegal, Costa d’Avorio e Gabon. Incentrati sull’addestramento e sulla supervisione degli eserciti “partner”, i nuovi orientamenti per la cooperazione militare con l’Africa tengono conto dei suoi fallimenti e difficoltà, ma l’obiettivo non è cambiato: essere presenti militarmente per difendere l’accesso alle risorse e ai mercati ambiti da altre potenze. L’indebolimento dell’imperialismo francese, costretto a dirottare una parte delle sue truppe nella polveriera dell’Europa orientale, non cambia la sua natura e la sua pericolosità per i popoli.
Noi condividiamo la posizione delle forze progressiste e rivoluzionarie del Burkina Faso che combattono l’illusione secondo cui sarebbe possibile fare affidamento su altri imperialismi per sbarazzarsi dell’imperialismo francese che vorrebbe rimanere dominante nelle sue ex colonie. Il nostro compito principale è combattere il nostro imperialismo e denunciare l’argomentazione per cui “se non la Francia, saranno altri”, che serve solo a giustificare la presenza dell’imperialismo francese.
Solidali con i popoli che lo contestano, diciamo: 10 anni di intervento militare nel Sahel, ora basta. Esercito francese fuori dal Sahel e fuori dall’Africa!
Pubblicato su “La Forge” n. 646 (gennaio 2023), organo centrale del Partito Comunista degli Operai di Francia – PCOF
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